
Tutti i volti di Djokovic-Sinner
Storia, analisi e conseguenze della partita più inaspettata degli ultimi Australian Open.
Lo chiamano Happy Slam non a caso: l’Australian Open apre la stagione in un’atmosfera calda e puramente estiva, Melbourne si veste a festa per l’occasione. E gli occhi italiani puntati verso l’Oceania sono aumentati a dismisura negli ultimi tre anni. Non potrebbe essere altrimenti dopo il successo di Jannik Sinner nel 2024, il primo Slam della sua carriera, a cui aggiungerà il double l’anno successivo. Il campione in casa non può che aumentare la popolarità nazionale del tennis, che poi crea ricordi che si legano a luoghi. E Melbourne è uno dei più importanti, trattato finora come una campana di vetro in cui l’altoatesino è invincibile. E invece, contro tutti i pronostici, si è scoperto che non è così.
Il primo Slam dell’anno regala spesso spettacolo sparso per le due settimane. Recentemente gli appassionati si sono abituati bene: dall’impresa di Federer nel 2017 che vince da numero 17 in classifica all’unico Slam della carriera di Sofia Kenin nel 2020, ma anche la rimonta di Nadal su Medvedev in finale nel 2022 e (appunto) il battesimo di Sinner, sempre in rimonta in 5 set contro il russo. Ebbene, questa specifica edizione degli Australian Open non aveva regalato chissà quali grandi emozioni, concentrandosi sul maschile. Almeno fino alle semifinali. Venerdì 30 gennaio è una splendida giornata di tennis, partendo con un match tiratissimo tra Carlos Alcaraz e Sascha Zverev (non senza polemiche e crampi), vinto alla fine dallo spagnolo soltanto al quinto set dopo cinque ore e mezza. Poi l’altra semifinale.
Ci sono ben poche memorie da rinfrescare. La vittoria di Novak Djokovic in cinque set contro Jannik Sinner, tuttavia, merita di essere analizzata in tutte le sue sfaccettature. Come è stata possibile la vittoria di Nole a 38 anni contro un Sinner che ha tutta l’aria di un atleta inscalfibile per chiunque? Come ha potuto, invece, perdere Sinner e perché ha perso? Un pezzo per volta, ci sono tutte le risposte. Ripercorrere questa partita per intero, in ogni caso, è un esercizio che di per sé riconcilia gli appassionati con questa disciplina, grazie a un incontro a suo modo storico ed emotivamente molto potente. Un po’ epico e un po’ crudele, uno scenario ideale per dare ragione ancora una volta ad Adriano Panatta: è lo sport del diavolo.
Novak Djokovic
Analizzare il profilo di Novak Djokovic senza avere negli occhi il suo quindicennio leggendario è esercizio molto complicato nonché scorretto, perché non ricondurrebbe a caratteristiche ascritte possedute dall’atleta più forte che il tennis abbia mai visto. Tuttavia da qualche anno – soprattutto negli ultimi due, da quando è iniziato e tuttora persiste il duopolio Slam Alcaraz-Sinner – valutare le prestazioni del serbo significa considerare fattori che limitano il suo rendimento, dall’età alle complicazioni fisiche. Ed effettivamente, in un arco di tempo recente, le partite di Nole giocate da Nole per come lo conosciamo ai suoi massimi sono state poche. Spicca su tutte la finale delle Olimpiadi di Parigi proprio contro Alcaraz, dove sul rosso del Philippe-Chatrier ha aggiunto alla sua collezione la medaglia d’oro con la Serbia, l’unico (e ultimo) tassello mancante della carriera. Poi, però… poco altro.
A dire il vero ce l’eravamo un po’ dimenticato, Djokovic. Guardare il ranking e la race presuppone il considerarlo come una leggenda all’inizio di un inevitabile lento declino. Ma più che in un’ottica generale di andamento regolare della stagione, nello specifico Djokovic era uscito dai radar proprio per quanto riguarda questi Australian Open. Per capire i favori del pronostico prima del torneo, usando un fattore oggettivizzante come le quote dei bookmakers, Jannik Sinner era l’inevitabile strafavorito dopo aver vinto le ultime due edizioni. Immediatamente alle sue spalle ovviamente Carlos Alcaraz. E ciò che conta per quanto segue non è tanto la posizione da favorito, quanto il divario enorme tra i già elencati e gli altri. Djokovic è sì terzo, ma guardando le quote: Sinner 1.75, Alcaraz 2.75, Djokovic 13. E tutti gli altri a seguire. Difficilmente si è mai visto qualcosa di simile.
Il serbo, poi, era arrivato a Melbourne in condizioni tutt’altro che ottimali e pronte a reggere due settimane di partite da tre set su cinque. La sua ultima partita risale all’8 novembre 2025, finale del 250 di Atene vinta contro Lorenzo Musetti, inizialmente decisiva per la partecipazione alle Finals poi “concessa” all’italiano per forfait dello stesso Nole. Poi l’infortunio alla spalla, che in realtà era già presente in Grecia (ha giocato grazie agli antidolorifici) e poi si è intensificato.
Insomma, prima degli AO non era più tornato in campo, facendo trascorrere oltre due mesi. Non è la descrizione ideale per immaginarsi un’ultima marcia trionfale nella “sua” Australia. Ma si sa, il tennis è uno sport crudo, molto diretto e le circostanze giocano un ruolo fondamentale. E spesso non dipendono dal singolo atleta. Insomma, la fortuna conta. Eccome. Chiedetelo a Djokovic quando ha scoperto di essere in semifinale.
Tutto fila liscio nella prima settimana: non perde un set nelle prime tre partite, vinte – in ordine – contro Pedro Martinez, un emozionatissimo Francesco Maestrelli al cospetto del suo idolo e poi Botic Van de Zandschulp. Poi arrivano gli ottavi e il tabellone gli presenta davanti un ragazzo terribile come Jakub Mensik, probabilmente il classe 2005 più promettente del circuito. E Nole se n’era già accorto in finale a Miami, l’anno scorso, in cui il ceco vinse in due set al tie-break e conquistò il primo titolo ATP della sua carriera. Il secondo, invece, lo ha vinto ad Auckland, proprio alla vigilia di questi Australian Open in cui aveva già raggiunto il suo miglior piazzamento in uno Slam. Ma la partita non si gioca, Mensik dà forfait per un duro infortunio agli addominali che tra l’altro lo costringerà a rinunciare anche alle qualificazioni alla Davis.
Così arrivano i quarti di finale. E qui noi italiani, bene o male, sappiamo tutti quello che è successo. Nel pomeriggio locale del 28 gennaio Lorenzo Musetti gioca un tennis fantastico, entra in campo indemoniato e complica pesantemente la vita di Nole. Dopo neanche due ore il punteggio recita 6-4 6-3 per l’italiano. Le sensazioni che proliferano, tuttavia, sono estremamente negative: sul break avversario al terzo Musetti inizia a sentire un fastidio che si prolunga con il passare dei minuti. Si tratta di una lesione muscolare all’adduttore sinistro che, inevitabilmente, lo costringe al ritiro. Prova a giocare un altro po’, poi alza bandiera bianca sull’1-3 15-40, impossibilitato a continuare a causa del dolore. Il suo plateale «che sfiga» evita giri di parole superflui. Lo sport del diavolo, non senza motivo.
Come poteva essere competitivo Djokovic? Probabilmente solo così. Tra i requisiti c’era sicuramente una prima settimana inoffensiva per le sue condizioni e così è stato. Poi lo hanno aiutato gli eventi e fa parte del tennis, per quanto molto raramente tali circostanze si incastrino così bene. Non ha vinto un set passando direttamente dall’accesso al quarto turno alla semifinale, è stato “graziato” ed è arrivato con la batteria carica a sfidare Sinner. Nessuno ci dà il potere di conoscere gli esiti in universi paralleli, ma senza timore di smentita non c’era altro modo grazie al quale poteva arrivare a competere contro Sinner. Ma competere non significa vincere. Queste premesse, infatti, non bastano. Poi c’è la partita. E questa è un’impresa sportiva commovente.
Djokovic è prossimo ai 39 anni, ma ha oltre l’83% di partite vinte in carriera. Ha vinto 101 titoli, 25 dei quali Slam. Ha vinto il Career Super Slam. Ha vinto l’Australian Open 10 volte, scrivendo con largo distacco il record maschile di successi a Melbourne. Il pubblico, o i bookmaker come abbiamo visto precedentemente, possono anche bypassare la sua presenza o metterlo in secondo piano, ma se il fisico gli risponde non ha bisogno di alcuna presentazione. La sua mentalità da caterpillar infrangibile è il tratto distintivo irraggiungibile, quella sua peculiarità da tutti invidiata e mai replicata, nonché l’eredità principale che raffigura il titolo di Greatest Of All Time del tennis – più o meno – universalmente riconosciuto. A lui il concetto di difficoltà non torna più di tanto, il termine “impossibile” non entra nel suo vocabolario.
E l’aveva anche reso chiaro, prendendo in prestito un pezzetto dell’intervista post-partita: «avevo detto che sarebbe stato molto difficile, ma non impossibile».
Jannik Sinner
Dopo la sconfitta nell’ultimo Slam, in finale agli US Open contro Alcaraz, Jannik Sinner chiude la sua stagione sul velluto. Vince a Pechino, è costretto al ritiro causa crampi a Shanghai, vince il Six Kings Slam, vince a Vienna, vince a Parigi e vince le “sue” ATP Finals. Gli ultimi due tornei, peraltro, li conquista senza mai perdere un set: non perde un colpo e la sua condizione fisica è in continuo crescendo. Non torna in campo fino a gennaio, quando gioca un’esibizione in Corea del Sud contro il numero 1 del mondo (che vince 2-0) appena prima di tornare nel suo regno, a Melbourne, dove è bicampione in carica e strafavorito.
Va tutto bene nei primi due incontri, riuscendo anche a rimanere sotto le 3 ore sommando entrambe le partite. Lo “agevola” Hugo Gaston, che dopo due set persi è costretto al drammatico ritiro al primo turno, in lacrime a causa di forti dolori addominali. L’altoatesino gestisce molto bene anche la sfida successiva contro James Duckworth per poi arrivare al terzo turno. Che diventa un caso. Eliot Spizzirri vince il primo set e sfrutta la condizione fisica e mentale di Sinner, che in quel momento deve combattere con la sua spossatezza e contro un caldo che lo ha spiazzato. Stringe i denti e vince il secondo, ma arrivano anche i crampi e un altro break dell’americano a complicare le cose. La temperatura però è troppo elevata, il gioco viene interrotto per chiudere il tetto della Rod Laver Arena. Una volta trascorsi i dieci minuti di cooling break, Jannik rimonta il terzo set e porta in fondo una partita estremamente particolare e piena di ostacoli, potenzialmente letale ma superata con fatica.
Gli ottavi e i quarti sono due banchi di prova di progressiva difficoltà. Prima il derby con Luciano Darderi, poi un Ben Shelton in splendida forma. Ma non c’è storia alcuna. Darderi aveva già dato di tutto e di più per raggiungere degli ottavi che rilanciano a prescindere la propria ambizione, gioca un ottimo terzo set e lascia Melbourne tra gli applausi.
Per Shelton, invece, non si può neanche parlare di occasione mancata. Perché un’occasione si manca se si è vicini al compimento di un obiettivo, invece Sinner liquida l’americano per l’ottava volta di fila e rimanendo sotto le due ore e mezza, come troppo spesso è successo. Fatta eccezione per il match contro Spizzirri, quello dell’altoatesino è stato un percorso netto verso la semifinale, in pieno rispetto delle altissime aspettative nei suoi confronti.
Ecco. Qui va messo il punto focale. Perché la naturalezza con cui Jannik Sinner passa sopra ogni avversario col rullo compressore è la modalità a cui ha abituato maggiormente il pubblico. E le premesse, persino le meno ottimiste, avrebbero previsto uno scenario simile anche contro il gigante Nole. Sinner non si scompone di fronte all’avversario, è inscalfibile, è lui che guida il piano gara e l’andamento degli scambi. Stavolta invece sembrava non essere pronto a qualunque scenario e – anche soltanto accennandolo – si è scomposto. Così ha inconsciamente risvegliato Novak Djokovic e a quel punto era ormai troppo tardi.
La partita
Partiamo da alcune statistiche della partita. Sinner ha vinto dodici punti in più, 152 su 292 totali. Ha una percentuale più alta di prime messe in campo e di punti vinti sia con la prima (in percentuale) che con la seconda. Ha molti più punti vinti in risposta (55 a 36). Ha più del doppio degli aces. Ha tirato 28 vincenti in più (69 a 41). Ha avuto più del doppio delle palle break a disposizione. I due hanno lo stesso numero di unforced errors.
Spoiler: ha vinto Djokovic. E non con tre tie-break, non con l’epopea che accompagna uno scalatore dell’Everest a mani nude. Il punteggio dice 3-6 6-3 4-6 6-4 6-4, durata che tocca appena le 4 ore. Non è tanto, per la media. E va a favore del vincitore.
La grandezza di Novak Djokovic sta nella capacità di orientare il proprio potenziale in base ai momenti, di sentire la partita e di indirizzarla, di condurla verso la direzione a lui favorevole. Questo si spiega nella qualità di determinati punti e in alcune caratteristiche. Infatti emerge tutto sulle palle break: Sinner ne concretizza due su diciotto, Djokovic tre su otto. Troppo poco per Sinner, statistica impeccabile per Nole. Tutto frutto della preparazione tattica consapevole dei propri limiti e al tempo stesso dei punti di forza. Ogni fase della partita racconta al meglio come si articola questa lettura fuori dal comune.

Primo set. Djokovic ci mette almeno un quarto d’ora a entrare in partita. Sinner, come suo solito, approccia con la massima concentrazione. Serve molto bene (85% di prime) e fa sfilare a grande velocità i suoi turni di battuta, con break immediato e poi consolidato. Riescono a meraviglia i passanti e i dritti incrociati, la palla corta sul 3-0 30-30 fissa già lo spartiacque del set, che sta giocando senza durare chissà quale fatica.
Poi Djokovic entra in partita, piano piano, faticando a carburare e con poca lucidità ma dà segni di vita. Comincia ad attaccare con continuità, si presenta a rete, difende con le unghie e con i denti (non senza faticare) il suo primo game vinto evitando di capitombolare in avvio e impensierisce Sinner con palla break per 2-3 che poi non si concretizza. Tutto fila secondo programma (a ritmi molto alti) fino a fine primo set, che infatti non ha capovolgimenti e finisce 6-3 Sinner. Novak migliora progressivamente il suo gioco, aumenta nettamente la profondità dei suoi colpi e sperimenta le proprie variazioni, reggendo dunque anche gli scambi prolungati. Ma Sinner non disattiva la sua massima capacità di analisi istantanea e comanda la maggior parte dei punti, chiudendo quando necessario.
Secondo set. Cambia tanto. In primis il rendimento del servizio di Djokovic, letto nella percentuale di punti vinti con la prima: da 56% a 86%. La statistica poi si stabilizzerà sul 70% circa, ma non calerà più durante il match. Ciò gli permette di cannibalizzare i turni di battuta, tornando a muovere l’avversario e ad anticiparlo. Aumenta il numero di palle corte giocate dal serbo, tutte usate bene per far correre Sinner. Risponde bene al servizio dell’altoatesino e prende fiducia, cominciando a giocare anche di velocità. Sono tanti gli scambi incrociati prolungati, con la pallina che viaggia rapidissima a perdita d’occhio sul cemento; in teoria sarebbe il pane per i denti di Sinner, se non fosse che l’altro difficilmente dimentica come si fa a maneggiare un terreno dove è in doppia cifra di titoli vinti.
Il break sul 3-1 e il game successivo, vinto difendendo il servizio da 0-40, sono la concretizzazione del miglioramento netto del gioco di Djokovic, anche in tempo relativamente breve. Sinner resta insidioso e pungente sugli attacchi a rete avversari, ma poco può farci sul servizio monstre dell’avversario. Meno bene, invece, negli scambi: si vede che l’alta intensità lo sta mettendo in difficoltà, trova pochi angoli e non riesce a diversificare le soluzioni. Ma alla lunga sarà anche peggio, perché qualche punto è ancora da lui, non è entrato definitivamente in crisi. Finisce 6-3 Djokovic e per certi versi il primo set perso è il più grave. Perché sblocca definitivamente Nole.
Terzo set. Fase cruciale, inizialmente quasi di “stallo”. Turni di battuta rispettati religiosamente. Ed è una buona notizia principalmente per Djokovic. Perché se è vero che Sinner se la sbriga prima (tre turni di battuta tenuti a zero, mentre l’altro concede sempre punti), l’impostazione tattica del serbo al servizio è veramente una spina nel fianco. Riesce sempre a essere indecifrabile e, soprattutto, a cavarsela anche nelle situazioni più complicate. Continua a colpire molto profondamente, riesce a muovere l’altoatesino. La moneta è certamente ricambiata, quando Sinner serve lo fa bene (buon 77% di prime) e riesce a impostare lo scambio, ma fa una fatica tremenda a chiudere e a indirizzare il proprio colpo. Varia molto raramente e va poco profondo, mentre Djokovic spesso lo chiama a rete con una corta per cercare di cambiare l’inerzia e passare ad attaccare. Jannik chiude, poi, dopo il rischio preso dall’avversario.
In generale Sinner appare vistosamente e nettamente più pesante nei colpi, talvolta affaticato, pur sempre con sprazzi da cannibale e senza mai perdere la lucidità. Comprende il suo momento complicato sul 2-2 30-40 (unica palla break di Djokovic nel terzo) e annulla con il colpo più coraggioso del set, un passante strettissimo che tocca la riga di fianco e che fa scoppiare a ridere lo stesso Nole. Preso atto della fase di difficoltà di Sinner e della stanchezza di Djokovic, la partita si assesta fino al 5-4 Jannik, con entrambi molto lontani dalla loro miglior versione. Poi chiude tutto con un break finale spietato, senza possibilità di replica per un serbo arrivato “da strizzare” a fine terzo set. Non poteva scegliere momento migliore per fare lo scatto, ma non basterà. Perché Djokovic si era già aggrappato alla partita e diventa un problema fino all’ultimo punto, figuriamoci con un set – forse due – all’orizzonte.
Quarto set. Serve una sterzata? Ricevuto, Djokovic rende “subito” il break. Pronti via e al primo game strappa il servizio a Sinner con una difesa esemplare, molto lucida e tramutata nell’immediato in colpi particolarmente offensivi. Sinner, invece, è sulle gambe e cede il passo. Sarà la fase peggiore dell’intera partita, anche nei numeri: agli 8 ace si contrappone un 63% di prime contro il 79% di Nole, vince cinque punti in meno che sono tanti proporzionati al numero dell’intero incontro che lo vede primeggiare. Il quarto si divide a metà: Sinner può ben poco sui turni di battuta di Djokovic, estremamente brillante sul servizio e impeccabile nell’indirizzare ogni scambio con pulizia incredibile, mentre riesce a cavarsela senza troppa fatica quando batte (non concederà più un break).
Ma non è lui a comandare lo scambio, per più motivi: la profondità delle risposte di Nole, la lentezza nella preparazione al colpo che non permette di dargli direzione, un po’ di nebbiolina mentale che gli fa perdere quel decimo di secondo di vantaggio sull’avversario che sempre lo contraddistingue. Quando può leggere il gioco e attacca si prepara a colpire molto prima del solito e non è più imprevedibile, quando difende è in ritardo. Sinner sta cedendo l’inerzia mentale. Non a uno qualunque, al più grande di tutti. Che infatti non molla mai lo scambio e non cade nell’errore.
A questo copione c’è un’eccezione, il game sul 4-3 con Djokovic al servizio. Sinner ha due palle break, evaporate con un serve and volley e delle prime impeccabili. Questo game è parte di una serie di eventi -questo, forse, il più pesante- che portano l’autostima di Djokovic a impennare fino ai massimi livelli, lo scenario peggiore per qualunque avversario. Avendo trapassato il suo concetto di condizione fisica (considerando anche quanti giorni di riposo ha avuto), ora è un enigma dal quale sembra impossibile uscire. Sta tutto nel punto con cui Nole conquista il set point. Si va al quinto con un indirizzo di inerzie chiarissimo. E non è una buona notizia per Sinner, si comincia davvero a sentire profumo d’impresa.
Quinto set. Dopo oltre tre ore di gioco (la cui intensità non fa che gravare sul tempo effettivo), la lucidità è sempre più scricchiolante e rischia di venire meno. La battaglia cambia focus principale, dal fisico ai nervi. Una partita al quinto si può mettere su tanti piani, dipende dalle caratteristiche dei giocatori. In certi casi può corrispondere un determinato squilibrio dettato dalla stanchezza, in altri molto più rari può esaltarsi uno spettacolo alla pari (vedi Alcaraz-Sinner, finale RG 2025). Ma proprio perché tanto dipende dalle peculiarità dei singoli atleti, allora c’è ben poco da fare contro il tennista che ha vinto più partite al quinto set nella storia di questo sport: 40 su 51, il 78,4%. Ne perde una su cinque. Ok l’età e tutte le difficoltà, ma potrà mai cedere in quella che è già la sua miglior partita da agosto 2024 a questa parte, nonché la più importante di questi suoi ultimi anni di carriera post-Olimpiadi? Conoscendo bene quest’uomo, no.
Sinner è comunque un osso duro, non è un ostacolo da poco: anche una versione decisamente meno brillante del solito basta per rappresentare un’enorme qualità di gioco, quasi insormontabile. Quasi. Sinner ha otto palle break: due sull’1-1 (15-40), tre sul 2-2 (15-40 e un vantaggio), tre sul 3-4 dopo break subito (da 0-40). In tutti questi ultimi tre punti, Djokovic serve prime surreali e chiude lo scambio con pochissimi colpi. Il più “tirato” è il punto del 30-40, dove sventa la possibilità di contrattacco con un bellissimo avanzamento a rete e conseguente smash. Djokovic, al contrario, ha giocato solo quattordici punti in risposta. Ne ha vinti sei. Di questi, cinque li ha vinti nel break del 4-3 che ha deciso la partita.
Ha vinto Djokovic, che ha dosato le energie come meglio non avrebbe potuto. Sinner tiene tre turni di battuta su cinque a zero, ma perde l’unica palla break concessa. In questo si racchiude l’enorme crudeltà di questo sport, lo stesso motivo che esalta la sua adrenalinica imprevedibilità. Anche quando non sembra affatto possibile, lo diventa. Per un rapidissimo e incontrollabile scivolamento di equilibri. O meglio, controllabile da pochissimi eletti. Djokovic è uno di questi e lo ha fatto nel momento meno aspettato. Tra i tre match point finali, due dei quali evaporati sul 40-15, il secondo di questi è un clamoroso errore nella direzione dello schiaffo a rete. Ma è solo un’illusione, alla fine chiude al primo vantaggio su sbaglio di Sinner che allarga troppo il rovescio e non trova lo stretto.
Dopo la partita
«Grazie per avermene lasciata una», dice Djokovic a rete. «Ho dato tutto ma non è bastato», dirà invece Sinner in conferenza. E continua: «fa molto male. Può succedere, abbiamo fatto una bellissima partita entrambi. Ho avuto molte occasioni e palle break, ma non le ho sfruttate. Lui ha tirato fuori dei colpi fantastici, non mi sorprende perché è il più grande di tutti da molti anni. Alla fine è andata come è andata, spero di prenderla come lezione».
Effettivamente a Sinner brucerà, tanto. Per l’impatto e l’importanza della partita, oltre che per le opportunità che aveva alla vigilia. Perché sfuma sul nascere il sogno Grande Slam, per il quale andando avanti così negli anni avrà ancora una buona doppia cifra di tentativi ma poteva essere un’opportunità.
Detto fra le righe, al tempo stesso, aumentano le speranze di farlo per il suo grande rivale Carlos Alcaraz. Perché non dà la spallata definitiva alla leggenda decadente riaffermando la potenza del duopolio, anzi, concede un ultimo ballo che resterà una delle partite più importanti dell’intera carriera dell’avversario. Peraltro iniziano a essere 11 su 17 le partite perse al quinto set per un tennista che, evitando la lunghezza delle partite, lo fa perché spesso riesce a chiudere prima e vuole farlo. Un motivo c’è.
Perché Sinner ha perso? Per più motivi, tre principali (possibilmente in ordine). 1) Perché era contro Djokovic. 2) Perché non era al top, dunque inevitabilmente non all’altezza di questo incontro. Probabilmente sarebbe bastato per il 99% del resto delle partite giocate in carriera, non stavolta. Sinner, in ogni caso, non era spaventato o trasformato dall’avversario nel suo tennis ed è un fattore tutto sommato positivo. Però era stanco e mentalmente esausto, anche un po’ annebbiato. Una condizione generale che si riflette su errori commessi sui fattori precedentemente elencati: la poca incisività negli scambi e i troppi colpi macchinosi. Insomma, non era la sua giornata. Soprattutto per uno come lui, le cui peculiarità non lascerebbero pensare a questi cali e a determinati errori per certi versi inaspettati. Hanno reso possibile la risalita di Nole. O ne sono conseguenza. Magari una vita di mezzo. 3) Perché non era pronto al quinto set.
Il secondo set, per essere ancora più chiari nel ribadirlo, è forse il più importante perché rimette in carreggiata Djokovic. Ma perché il quarto set è la chiave decisiva del match? Perché è lì che Nole inizia a calare le sue carte perfette, dosa perfettamente le energie e vince un set perfetto nella concezione di minimizzare lo sforzo per rimanere in vita prima e per vincere poi. Ed è il momento che impatta maggiormente sulla condizione mentale di Sinner, che non si aspettava (come tutti noi spettatori) una simile lunghezza.
La finale tra Carlos Alcaraz e Novak Djokovic potrebbe essere stata l’ultimo atto del serbo in quel di Melbourne, tutto dipenderà dalle decisioni che saranno prese verso l’anno prossimo. Gioca mezz’ora da killer e sfrutta l’approccio estremamente passivo dello spagnolo (2-6), che però poi rientra in partita, ha molte più energie fisicamente e lo dimostra vincendo in tre ore e quattro set complessivi (6-2 6-3 7-5 i successivi).
Sotto gli occhi di Rafa Nadal, c’è tempo anche per qualche scambio di battute tra le due leggende. Alcaraz aggiunge l’ultimo Slam mancante alla sua bacheca, adesso li ha tutti. E può sfregarsi le mani verso l’ingresso dei mesi su clay, il suo territorio prediletto. Per numero di punti e positività del momento, adesso il numero 1 ha decisamente il coltello dalla parte del manico.
Cosa lascia invece Djokovic-Sinner a un qualunque appassionato di tennis italiano medio? Comprendendo l’amarezza nell’ottica della sconfitta di Jannik, tanti conserveranno principalmente il ricordo di un primo pomeriggio molto amaro e da sbollire. Alcuni ci avranno visto anche la potenza psicologica devastante che il tennis ha su chi lo guarda e soprattutto su chi lo pratica. Alcune partite lo ricordano con puntualità e in modo molto intenso. A volte esagerano, ma è anche questo il bello.
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