
Liverpool-Manchester City 1-2, Considerazioni Sparse
Pep Guardiola, Momo Salah e Bernardo Silva salutano Anfield Road con una partita semplicemente memorabile.
È con discreta e malnascosta commozione che ci troviamo a raccontare questo Liverpool-Manchester City. Proprio come due anni fa, ci siamo goduti una partita eccezionale dal punto di vista sportivo quanto dal punto di vista emotivo. Ci perdonerete delle piccole invasioni di retorica, ma è difficile staccare del tutto il contorno emotivo che ha accompagnato questo ennesimo duello fra Liverpool e City: se nella stagione 2023-24 eravamo certi che sarebbe stata l'ultima occasione per vedere Jurgen Klopp digrignare i denti a bordo campo, quest'anno abbiamo meno certezze sugli addii ma più figure coinvolte. Quasi certamente Bernardo Silva saluterà Manchester a fine stagione, a contratto scaduto; nonostante sia pienamente rientrato il caso mediatico, anche per Mohamed Salah potrebbe esser l'ultima volta in Premier League; infine, con tutti le nubi del dubbio del caso da tenere in considerazione, Pep Guardiola potrebbe non tenere fede alla promessa fatta l'anno scorso al club e lasciare il Manchester City – e per un po', anche il calcio – già quest'estate.
Il pareggio di due anni fa, con palpabile tenerezza, lo avevamo raccontato così: «a guardare con occhi dolci, sembra che Liverpool e Manchester City si lascino andare in una danza ritmata e scandita in tempi specifici, lasciando lo spazio e il tempo per poter far esibire al meglio l'altro. Come se entrambe godessero nel comporre il miglior contesto offensivo per l'avversario». Anche oggi, la partita fra Liverpool e Manchester City sembra esser divenuto un soggetto a sé stante in grado di possedere propria coscienza, volenteroso di rispettare non solo le nostre aspettative sul tipo di gara, ma anche tutte quelle caratteristiche metafisiche tipiche di questo stadio, Anfield Road, di darci ancora una volta quella bellezza elettrica di una partita che ha semplicemente scandito un'epoca della Premier League e dunque dell'intero calcio contemporaneo. Se gli addii si realizzeranno a fine stagione, questo sarà stato un commiato decisamente all'altezza di quei tre pezzi dalla statura istituzionale di Liverpool e City.
Oltre a questo contesto emotivo sottaciuto, o comunque non ancora ufficializzato, a rendere tutto più intenso è l'inevitabile realtà sportiva che stanno vivendo in questa stagione Liverpool e Manchester City. Senza troppi fronzoli, Slot ha misteriosamente smarrito quella macchina da guerra che aveva piegato la Premier League l'anno scorso, nonostante quest'estate abbia adeguatamente rimpinguato il proprio organico. In questa stagione di alti e bassi, il Liverpool si è trovato a sostare appena fuori la zona utile per la qualificazione in Champions League, al sesto posto. Il Manchester United di Carrick sta sorprendendo un po' tutti, soprattutto i reds, rimasti indietro in quell'ammucchiata dall'Aston Villa in giù. In sintesi: il Liverpool si presenta a questa gara con l'intenzione di strappare punti vitali per la propria corsa al quarto posto – ma basterà anche il quinto – ai propri rivali del decennio. Con degne motivazioni, insomma, nonostante le numerose defezioni: oltre ai lungodegenti Isak, Leoni e Bradley, anche Frimpong si è inserito alla lista degli assenti.
Con più cinismo, possiamo dire che comunque il Liverpool mantiene intatta la sua miglior composizione tecnica del 2025-26: dietro guidano Alisson, Van Dijk e Konaté, davanti il quartetto Gakpo-Wirtz-Salah-Ekitiké. Alle loro spalle il duo Mac Allister-Gravenberch, Kerkez da classico terzino, Szoboszlai da gigantesco interprete della fascia destra. Di fronte a loro, un Manchester City che nonostante le evidenti imperfezioni vuole continuare un flebile inseguimento a un Arsenal che appare imprendibile: Haaland assieme a Marmoush e Semenyo; alle loro spalle Rodri, Bernardo Silva e l'ergonomico – quanto sorprendente – O'Reilly, con Ait-Nouri, Guehi, Khusanov e Nunes a difendere Donnarumma. Guardiola lascia in panchina Cherki, Foden e Reijnders, recupera Dias ma non Doku, Savinho e ovviamente Gvardiol.
Il terzetto offensivo del City gioca per la prima volta insieme dal primo minuto. Assieme a Bernardo Silva, eseguono un pressing maniacale nei confronti del Liverpool. Per la prima volta, Anfield Road sembra non intimorire i rivali di Manchester, anzi, perfino esaltarli: Guehi, bersagliato dai fischi rumorosi scouser per il mancato trasferimento estivo al Liverpool, sembra non cedere di fronte a quella pressione ambientale che, proprio due anni fa, portò all'errore Aké ed Ederson e al rigore trasformato da Salah. Questo City, nonostante il declino imboccato nelle ultime due stagioni, oggi sembra essere davvero una grande squadra. E il primo tempo, con ampio merito, lo chiude con quella abitudine dei vecchi tempi di rendere ridicole le statistiche offensive degli avversari. Tuttavia, si rimane solo sullo zero a zero, complici gli errori banali di Marmoush e Haaland sotto porta – teniamo a mente che il norvegese, fino al novantesimo, non aveva mai segnato ad Anfield, perdipiù non segnava su azione in Premier League da sette partite consecutive.
Se c'è un fatto noto, è che il Manchester City precipita rovinosamente nei secondi tempi di gara, per motivi non particolarmente interessanti da trattare in questo momento. Nell'aria di Anfield c'è la sensazione di aver resistito alla spinta propulsiva di Guardiola e di avere il momentum dalla propria parte. Come pronosticabile, la rinascita offensiva del Liverpool coincide con il secondo tempo, ottimamente disattivata nel corso di tutto il primo tempo dalla trappola del fuorigioco di Guardiola e Lijnders. Appena scatta il cinquantesimo minuto, Eikitiké si divora due volte in cinque minuti il goal che avrebbe fatto tremare l'intera città di Liverpool: sono quei minuti universalmente riconosciuti dagli avversari dei reds come obbligo d'impotenza di fronte ai padroni di casa. Il secondo tentativo, peraltro, servito da un magnifico tocco d'esterno di Salah. Un vero peccato perderlo così, nella memoria delle ipotesi.
Quelli di Ekitiké, però, si rivelano due sacrifici necessari per una delle prodezze più belle del campionato. Szoboszlai calcia in porta una punizione dai 35 metri di distanza: il suo collo-esterno destro da manuale del calcio è soltanto il pennello di quella traiettoria a uscire disegnata dal pallone, stampata sul palo e poi sbattuta in porta dal rimbalzo sullo stesso. È uno di quei goal che generalmente associamo al repertorio di Steven Gerrard, per intenderci. Fare goal del genere in occasioni così pesanti è ciò che ripaga tutti i sacrifici di un atleta. Uno a zero per il Liverpool nella maniera più eccezionale possibile: per il City sembra l'ennesima dimostrazione di un'altra stagione di transizione.

Dicevamo potrebbe essere l'ultimo Liverpool-Man City di Guardiola, ma anche di Bernardo Silva, uno che fra tutti ha avuto delle scaramucce con i tifosi reds. A cinque minuti dalla fine, su una sponda di testa da parte di Haaland, l'uomo più piccolo di tutti si trova da solo nel cuore dell'area di rigore del Liverpool: basta una correzione in porta con un calcio volante per riaccendere la partita e l'anima del City – d'altronde, è lui l'ultima anima rimasta dei primi City di Pep. Improvvisamente, il Liverpool non è più padrone di casa propria: gli sky blues si lasciano andare come possono nelle proprie transizioni offensive e trovano, come nelle belle favole, un rigore al novantesimo minuto.
Haaland trasforma un rigore davvero troppo pesante se si considera il rendimento recente, la possibilità di accorciare a sei punti dall'Arsenal, Anfield Road e il minuto di gioco, il 93'. L'esultanza è tempestosa: in meno di venti minuti dall'eurogoal di Szoboszlai siamo stati catapultati nell'1-2 impronosticabile del Manchester City. Forse un capriccio, o uno straordinario scherzo di una partita che voleva concedersi un tributo personale a Guardiola. In effetti, è solo la seconda volta che Pep vince ad Anfield: i tifosi reds capiranno che è stato giusto salutarsi così. Il City rimonta il Liverpool nella dimensione proibita di Anfield.
Vorremmo fermarci qui, ma l'arbitraggio ha voluto, ancora una volta, ostacolarci nello strappare la gioia dai giorni futuri. Immaginerete bene che subìto l'1-2, il Liverpool abbia comunque avuto la voglia e le energie di rispedire nell'aldilà il Manchester City. Dalle parti di Donnarumma – autore di un clamoroso salvataggio su Mac Allister a istanti dalla fine – si mostrerà anche Alisson, che quattro anni fa era riuscito perfino a segnare da situazioni simili. Dopo una serie di sballottamenti da destra e sinistra, da dentro e all'esterno dell'area di rigore del City, è Rayan Cherki a trovarsi la più classica situazione della porta sguarnita durante un contropiede: con un tiro appena sospirato, Cherki trova il goal del definitivo 1-3, della massima estasi possibile del Manchester City. Purtroppo però, c'è l'invasione di campo del VAR che ritiene sensato intervenire e decidere, in ordine: l'annullamento della rete, il calcio di punizione a favore del City, l'espulsione nei confronti di Szoboszlai per aver trattenuto Haaland fuori dall'area di rigore da ultimo uomo. Una delle scene più inspiegabili che siano mai state trasmesse dalla Premier League. Si finirà con un tiro in curva di Cherki e con il triplice fischio di Pawson a rimessa dal fondo battuta da Alisson. Un vero peccato.
Alla 25a giornata di Premier League, il Manchester City continua a inseguire l'Arsenal a sei punti di distacco. Più che per la matematica, questo Liverpool-City potrebbe rivelarsi per prestazione, risultato ed entusiasmo, una dose eccezionale di vigore della squadra di Guardiola. Nonostante un primo tempo convincente, il City rimane ancora una squadra imperfetta e non ancora affidabile: ma per Pep, ripartire da quest'ultimo Liverpool-City della sua storia, potrebbe essere l'attimo perfetto per esaltarsi in un ultimo slancio emozionale.
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