
Sentimental Value vi fa vedere le persone a cui volete bene
Joachim Trier mostra quanto spesso succeda di voler bene alle persone, senza però riuscire a trovarsi con loro.
Stanno proiettando un film in cui le persone si vogliono tanto bene, ma poi non si capiscono. E non è un film romantico, bensì un’opera sulle relazioni tra persone. Difficile spiegare, allora, perché Sentimental Value – candidato a ben 9 premi Oscar – abbia attraversato in segreto il nostro Paese, scarsamente distribuito tra i cinema italiana. Piazzato insieme a un’operazione pubblicitaria come Marty Supreme, e a molti altri dei titoli forti di questa stagione, l’opera del norvegese Joachim Trier (già famoso per l’acclamato La persona peggiore del mondo) sta passando sottotraccia soltanto in Italia.
In Sentimental Value c’è Nora che recita a teatro e suo padre Gustav è un regista di gran rilievo, avanti con l’età. Poi, ci sarebbero – non molti – altri personaggi, su tutti l’altra figlia Agnes, sorella minore particolarmente preziosa, già sposata e mamma. Infine, viene presentata un’attrice di Hollywood (interpretata dalla diva Elle Fanning) che arriva in Norvegia per lavorare al fianco del regista, per sopperire al ruolo che sua figlia maggiore, Nora, ha rifiutato.
Sentimental Value non è tanto un film sul metacinema o sui ruoli che ci tocca di recitare tutti i giorni. Piuttosto, è un’opera delicatissima che va vista per capire che fine facciamo noi o, magari, in quale dei tanti momenti ci sentiamo più emozionati. Da una parte c’è un padre che vuole bene e a sua volta prova a farsene volere; dall’altra una figlia ferita nel tempo che, però, non riesce a perdonare. La differenza non è poi così netta: uno si sforza di amare, l’altra vorrebbe soltanto essere amata. E viceversa.
D’altronde, non è quello che facciamo tutti?

Sentimental Value lavora specialmente sulle cicatrici emotive che abbiamo accumulato, ma senza farci mai del male, e ci permette di non assegnare eccessiva importanza ai ruoli familiari. Ci mostra spesso tutte quelle persone a cui vogliamo bene, ma sarebbe potuto essere molto di più. Quelle storie dove, tutto sommato, non è stato fatto abbastanza.
E noi non finiamo mai dentro un personaggio solo. Piuttosto, succede di essere chi vuole bene, o chi è offeso e non capisce. Di essere chi si sforza o chi è stato già rotto dentro, di trovarsi fin troppo dietro ad un amico oppure di non riuscire a perdonarlo. Ma perché è così complicato perdonare quelli che amiamo?
Qui, delicatissimo, il concetto di cicatrice emotiva è così ampio e universale da lasciarci liberi di posizionarci da una parte all’altra dello schermo. E di scorgere alcune delle persone che conosciamo meglio. Amici, coniugi, parenti, legami con del potenziale.
Così, Trier – che non fa metacinema – rimane aderente al postmodernismo, e si permette alcune indicazioni attraverso la voce dei suoi protagonisti. In scena, il suo regista svela di voler utilizzare delle camere dolly e, soprattutto, di adorare i film che spingono le inquadrature sui volti dei personaggi. A dimostrazione di ciò, in Sentimental Value non accade nulla di diverso.
Le riprese ruotano intorno ai volti dei protagonisti per tutto il film, indugiando in eterno intorno alle espressioni dei personaggi. A Trier interessa mostrarci un grugno, un sorriso o la direzione di uno sguardo, anche quando un personaggio non dice nulla, invece di un gesto. Il regista non è attratto, quindi, dal modo che uno ha di allontanarsi all’orizzonte o da una sagoma di profilo. Gli interessano soltanto le persone, e i loro sentimenti dentro, specie quando pensano di non essere visti.
Non deve esistere niente di più interessante delle persone, in effetti.
Senza ricorrere ad alcuni dei soliti trucchetti da cinema di quattro soldi, la pellicola si rende intensa per l’intera durata, sempre sotto il segno dell’emotività. E, da totale antitesi dell’ultimo Sorrentino, le parole non sono mai pronunciate ad effetto, e non si concedono neanche a grandi frasi o citazioni.
Così, i personaggi di Trier possono piangere o sorridere, ma non sentono il bisogno di urlare contro il mondo. Piuttosto, vanno avanti sullo schermo, convinti di vivere, e non sono copie di nulla, poiché non stanno imitando nessuno. Senza espedienti narrativi di alcun genere, quanto più con la forza dei sentimenti, Sentimental Value non può proprio risultare un film noioso. Perché intanto noi siamo il padre, siamo una figlia o l’altra o, molto più spesso, restiamo troppo impegnati ad essere noi, davanti a loro.
In favore di alcune influenze esplicite di bergmaniana memoria, gli attori restano sullo schermo a mostrare la loro interiorità, e noi restiamo a seguirli. Da qui il valore dei sentimenti, di cui il titolo è un buon rivelatore, riesce a muoversi sotto la nostra pelle. Negli spazi dove esistono quelle persone alle quali non abbiamo ancora smesso di pensare, con cui – parafrasando il cinema di Ettore Scola – ci stiamo tanto amando, nonostante tutto. Anche se qualcosa ci ha allontanato.
Soprattutto, Sentimental Value non fa altro che mostrarci quanto ci vogliamo bene, anche quando crediamo che gli altri non ci pensino abbastanza. La verità, però, è solo che non ci capiamo. Ma se ci vogliamo tanto bene, perché non riusciamo a farlo funzionare? Ci muoviamo nel mondo con le nostre persone, per poi notare che gli altri lo fanno in un altro modo, e sembra di non riuscire più ad incontrarci.
Mancano dei gesti, da una parte e dall’altra. E potrebbe essere tutto più facile, ma in fondo ci vogliamo davvero bene, ed è questo che ci stupisce in questo film. Quanto ci vogliamo bene veramente.
Perché, in effetti, è soltanto successo che non ci siamo capiti.
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