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Iglesias Celta Vigo
, 22 Gennaio 2026

Tutti a difesa di Borja Iglesias


Dopo un altro caso di insulti omofobi, il Celta Vigo ha mostrato solidarietà al proprio centravanti.

La scorsa domenica, il Celta Vigo ha battuto 3-0 il Rayo Vallecano con il gol, tra gli altri, dell’ex Bayern Bryan Zaragoza e le ottime prestazioni, che ormai non fanno più notizia, di Mingueza e Swedberg. Ma in questa partita i riflettori erano puntati tutti su un giocatore che non ha neanche messo piede in campo, la punta classe '93 Borja Iglesias, per motivi che vanno ben oltre il calcio giocato.

Borja Iglesias era stato vittima di insulti omofobi da parte dei tifosi di casa già nella precedente trasferta di Sevilla: il centravanti spagnolo si era avvicinato ad un amico per regalargli la maglia a fine partita, finendo per essere bersagliato da una serie di insulti che ha trasceso di parecchio il semplice odio sportivo che Iglesias, con un lungo passato al Betis, ha sempre ricevuto al Sanchez Pizjuan.

Il 32enne, attaccante anche della nazionale spagnola, ha subito un’aggressione verbale al grido di «spero tu muoia, fr*cio di m*rda” o “continua a dipingerti le unghie, fr*cio». Tutto a favore di telecamere e tutto riportato sui social dallo stesso Iglesias che ha commentato ironicamente «che strano, nel calcio non succede mai».

Borja Iglesias non riceve questo tipo di insulti per la prima volta. Un altro episodio eclatante era avvenuto lo scorso aprile a Barcellona: in quell’occasione Iglesias segnò una tripletta. A fine partita denunciò quanto accaduto con le seguenti parole: «continuiamo a vivere in una società in cui il rispetto per gli altri è ancora un concetto lontano. Non sorprende che ci siano insulti razzisti e omofobi sui campi da calcio».

All'epoca il club ha difeso così il proprio tesserato su X.

Una risposta netta alla quale ha fatto seguito la condanna della Liga Spagnola che, correttamente, si è posta come parte lesa dal comportamento omofobo dei tifosi del Sevilla di settimana scorsa e il cui presidente Javier Tebas ha dichiarato che «nel nostro calcio non c’è spazio per l’omofobia. Denunciamo ogni tipo di odio». Anche il Celta Vigo, club in cui Borja Iglesias è cresciuto e attualmente milita, ha preso immediatamente posizione: «Il rispetto non è negoziabile. L’odio non ha posto nel calcio. Orgogliosi di Borja, dentro e fuori dal campo».

E nei giorni successivi è andato oltre. Se, infatti, il loro attaccante era stato attaccato – già dai tempi in cui militava al Betis Sevilla – per la scelta di presentarsi in campo con le unghie dipinte, la presidente del club Marián Mouriño Terrazo si è disegnata un panda sulle unghie – Iglesias è soprannominato “El Panda” fin dai tempi delle giovanili – ed ha invitato i propri supporters a fare la stessa cosa in vista del match successivo da disputarsi in casa.

L’iniziativa del club ha riscosso un grande successo e l’ampia vittoria casalinga contro il Rayo Vallecano è stata accompagnata da numerose espressioni di solidarietà nei confronti Iglesias da parte di tifosi e compagni di squadra che si sono dunque dipinti le unghie. Ma perché Borja Iglesias – eterosessuale e fidanzato con da tempo con una influencer – riceve da anni insulti di carattere omofobo? E perché per offenderlo gli si grida, tra l’altro, «dipingiti le unghie»?

L'impegno politico e sociale di Borja Iglesias

Il centravanti galiziano è un po’ una primula bianca nel mondo del calcio. Nel 2020 si dipinse le unghie di nero in solidarietà del movimento Black Lives Matter sottolineando come in materia di razzismo e omofobia fossero stati normalizzati commenti che «non dovrebbero essere normali; questo è un modo per farlo presente, in modo che se vengono dette delle cose, io è come se reagissi dicendo: "No, non dobbiamo permetterlo"».

Negli anni successivi si è esposto molto anche sul tema dell’omofobia, autentico tabù nel mondo del calcio, dipingendo le proprie unghie con i colori della bandiera LGBT+ o indossando lacci arcobaleno, attirando su di sé i primi insulti omofobi.

Durante la sua permanenza al Betis dal 2019 al 2024, in molte di queste iniziative è stato accompagnato dal suo compagno di squadra Hector Bellerin, terzino ex Arsenal e Barcellona, che a sua volta si è spesso espresso su temi di rilevanza sociale rivendicando il suo essere per molti aspetti fuori dai classici schemi che accompagnano il calciatore maschio nell’immaginario collettivo, primo fra tutti il modo di vestire eccentrico e anticonformista.

Borja Iglesias – dichiaratamente di sinistra – si impegna molto nel sociale, non solo per temi direttamente legati al razzismo ed all’omofobia, ma anche ad esempio sulla questione palestinese. Quando nel settembre 2025 la Vuelta fu parzialmente interrotta per le proteste contro la partecipazione di una squadra israeliana, si disse scandalizzato dal fatto che uno stop sportivo facesse più rumore di un genocidio in corso.

«Dobbiamo essere consapevoli della situazione che stiamo vivendo e, a volte, alzarci in piedi per rivendicare i diritti umani e il rispetto. Ogni occasione è buona per farlo e prendere coscienza delle ingiustizie che esistono nel mondo», dichiarò con un coraggio mancato alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi sullo stesso tema.

Gli insulti ricevuti da Iglesias pongono l'attenzione su un tema molto grande e sul modo in cui il governo del calcio spagnolo tratta il tema della discriminazione. Che nella penisola iberica ci sia, come anche qui in Italia, un problema di razzismo ed omofobia sugli spalti è cosa ben nota, basti pensare a quanto accade regolarmente ad esempio a Vinicius.

Si tratta di un problema che nasce tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta quando molti gruppi neofascisti, rimasti senza legittimazione politica dopo la morte di Franco e il ripristino della democrazia, iniziarono a popolare le curve dei principali club spagnoli, a partire dai due club di Madrid, le cui tifoserie sono apertamente ed estremamente schierate a destra.

Nel 2013 il Real Madrid cacciò dal Bernabeu il gruppo neofascista Ultras Sur – gemellato con gli Irriducibili della Lazio – e lo stesso aveva fatto Laporta dieci anni prima col gruppo di ultras blaugrana Boixos Nois (nome tristemente simile a tanti gruppi ultras nostrani) che arrivò ad esporre uno striscione con cui definiva 'macaco' il rivale Roberto Carlos.

Nonostante ciò, questi gruppi – tra cui anche il Frente Atletico Madrid, gemellato con la Curva Sud della Roma – continuano a presenziare nelle trasferte dei rispettivi club e La Liga continua ad essere gestita da quel Javier Tebas che ha espresso solidarietà a Iglesias, ma al tempo stesso si è dichiarato elettore del partito di estrema destra Vox e che, ad esempio, non aveva manifestato la stessa solidarietà nei confronti di Vinicius, attirando anche le critiche dell’allora allenatore dei blancos Carlo Ancelotti.

La sensazione è che manchi la volontà di combattere dall'alto il fenomeno della discriminazione, anche adottando misure drastiche ma impopolari.

La presa di posizione da Carlo Ancelotti in seguito all'ennesimo caso di razzismo nei confronti di Vinicius Júnior.

Ciò che sorprende in positivo in merito all’ultima aggressione verbale subita dal centravanti del Celta Vigo, finalmente, è la reazione dei tifosi. Non solo tutta la tifoseria del suo club si è schierata con lui, ma anche i sostenitori di altri club – primo fra tutti il Betis – hanno voluto dimostrare, soprattutto sui social, la loro vicinanza al giocatore. Una sorta di catena popolare in assenza di un’iniziativa diretta da parte delle istituzioni (non risulta che i tifosi responsabili del gesto siano stati identificati o indagati né che il Sevilla abbia espressamente condannato il gesto) che è mancata in altri casi, primo fra tutti il coming out di Jakub Jankto, centrocampista ceco con un passato in molte squadre italiane e accompagnato, negli ultimi mesi di carriera, da numerosi insulti omofobi.

Non c’è stata, da parte di colleghi, tifosi e addetti ai lavori, neanche chissà quale particolare difesa o manifestazione di solidarietà in favore di Federico Bernardeschi per le sue dichiarazioni al podcast BSMT: “Ho indossato una gonna e mi dicevano: sei gay. E pure se lo fossi, che problema c'è? E se lo fossi? Non lo dico? Anzi ne andrei fiero”. Anzi, si può dire che le sue parole gli abbiano attirato ancora più commenti beceri di quanti non ne avesse già ricevuti in carriera.

Sicuramente il calcio, sia al suo interno che nel contesto che lo circonda, resta un ambiente in cui l’omosessualità è vista come qualcosa da nascondere e stigmatizzare e in cui anche piccoli gesti come un’unghia dipinta in segno di solidarietà possono portare chi lo fa a ricevere insulti. E chi apre sui temi dell'omofobia e della discriminazione lo fa per conto proprio, senza poter contare su una rete protettiva alle spalle, motivo per cui per un giovane giocatore non è facile fare coming out o comunque sentirsi a suo agio con la propria sessualità.

La speranza è quella più volte indicata dallo stesso Borja Iglesias nel corso di numerose interviste: «Non mi interessa l’odio che mi viene rivolto, ma se qualcuno soffre perché non ha spazio, perché si sente giudicato o viene trattato male… Accidenti, è un problema serio. Normalmente, chiunque tu sia, tutti ti rispetterebbero, ma a volte non succede» precisò “El Panda” a El Pais e Nos Television.

«È questione di tempo. Man mano che la situazione si normalizzerà, la gente capirà che non succede nulla. Indipendentemente dal fatto che ti piaccia un uomo o una donna, il tuo lavoro puoi farlo ugualmente bene. È importante che a poco a poco creiamo quello spazio più sicuro affinché le persone possano essere ciò che vogliono essere».

  • Valerio Fontana è nato nel 1998 a Roma, divoratore di partite di Calcio e di Tennis, fa lo stesso con i relativi articoli.

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