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Napoli Copenhagen
, 20 Gennaio 2026

Copenhagen-Napoli 1-1, Considerazioni Sparse


Un pari per i tabellini, una sconfitta nella pratica per il Napoli, che salvo miracoli nell'ultima giornata chiude anzitempo la sua stagione europea.

A Copenaghen il Napoli non solo è chiamato a giocare a calcio, novità assoluta partorita da questo format ipertrofico delle coppe europee che non risparmiano nemmeno gennaio, storicamente mese di riposo proprio per le condizioni ambientali ai limiti del proibitivo in nord Europa, ma a giocarsi una fetta importante della sua stagione: la trasferta del Parken rappresenta infatti un crocevia per la stagione europea degli azzurri, chiamati a una vittoria per tenere viva la speranza dell'accesso al turno successivo, dopo i troppi passi falsi compiuti nei turni precedenti.

Il Napoli arriva a giocarsi le sue carte con poche figure nel suo mazzo, ma anche questa non è una novità: come da prime impressioni, gli infortuni occorsi sabato contro il Sassuolo privano Conte di altre due pedine fondamentali come Rrahmani e Politano, costringendo il tecnico salentino a raschiare il fondo del barile per schierare un undici titolare. Nell'unico ballottaggio della vigilia, Gutierrez la spunta su Beukema, con Di Lorenzo schierato nel terzetto difensivo, confermando per il resto tutti gli altri uomini visti col Sassuolo, con l'ovvia eccezione rappresentata da Buongiorno in luogo di Rrahmani. La squadra, pur mostrando una manovra piuttosto farraginosa, in particolare sul lato destro del campo dove controintuitivamente agisce un mancino naturale come Gutierrez che rallenta inevitabilmente le operazioni, tiene bene il campo e va all'intervallo meritatamente in vantaggio grazie al solito McTominay.

All'angolo opposto dell'immaginario ring rappresentato dal Parken troviamo un Copenaghen che, quantomeno inizialmente, sembra quasi non avere velleità particolari che non siano quella di evitare la sconfitta, nonostante classifica alla mano il danesi abbiano gli stessi punti del Napoli. Il 4-4-2 varato da Neestrup non lascia spazi all'immaginazione e, perlomeno nei primi minuti, neppure al Napoli, che va spesso a sbattere addosso alla diga eretta dai padroni di casa nel cuore del campo e sostenuta da un difensore veloce e puntuale come Suzuki: il 22enne è alla prima stagione europea, ma gioca con la sicurezza di un veterano e i mezzi di chi in Danimarca ci resterà poco prima di cedere alle lusinghe di campionati più allettanti. Uno sforzo, quello del Copenaghen, encomiabile eppure apparentemente vano, tradito dal suo capitano Delaney che lascia i suoi in 10 già al 35' e trasformando la partita in una scalata troppo dura da completare.

Sembra fatta per il Napoli: sopra di un uomo e di un gol e vicina al secondo a inizio ripresa, pur se cercato senza troppa convinzione. Eppure, non vanno sottovalutate le capacità autolesioniste della squadra partenopea, che in questo fondamentale non è mai stata seconda a nessuno in questa stagione: proprio nel momento in cui nulla sembra che possa andare storto infatti ecco che quasi all'improvviso sbuca il giramondo norvegese di origini marocchine Elyounoussi in area, ingenuamente atterrato dal sempre più confuso Buongiorno, concedendo così un calcio di rigore parato in un primo momento da Milinkovic-Savic, ma che viene poi ribadito in rete dal figlio d'arte Larsson.

La partita, dal 72', si trascina stancamente verso la fine senza che nessuno, né Lang, né Ambrosino, tantomeno il criticatissimo e ormai partente Lucca riescano a invertire l'inerzia di una gara ormai segnata. Una gara che rappresenta l'ennesimo appuntamento mancato da Conte e i suoi uomini per proseguire nel loro cammino europeo: dopo la Caporetto di Eindhoven, l'amara sconfitta rimediata col Benfica e il soporifero pareggio a reti inviolate con l'Eintracht, il Napoli mostra ancora una volta la sua idiosincrasia alle coppe europee. Restano ancora 90' da giocare, al Maradona contro il Chelsea, dopo i quali il Napoli certificherà definitivamente il suo destino e potrà staccare la spina. Francamente, è una buona notizia: l'accanimento terapeutico (perché di questo si tratterebbe insistere nel continuare a sperare in una scossa nel cammino continentale di questa squadra e del suo tecnico) è una pratica eticamente molto discutibile.

  • Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie.
    Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

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