
I Mondiali di Trump e Infantino
La coppia di presidenti sta creando una competizione a sua immagine e somiglianza.
“Sappiamo tutti di vivere tristemente in un mondo diviso, aggressivo, complicato. Come tutti voi, soffro quando vedo bambini soffrire. Piango quando vedo madri piangere.
Che sia a Gaza, in Ucraina, in Sudan, in Libia, ovunque nel mondo, ci sono 80 Paesi in cui ci sono conflitti. Soffriamo tutti quando li vediamo accadere. Dobbiamo credere in noi e, cari leader, dobbiamo credere in voi. Abbiamo bisogno di pace nel mondo”.
La richiesta di Gianni Infantino è rivolta a una sala gremita di persone di potere. Tutte lì, protese ad ascoltarlo in occasione della premiazione ai Global Citizen Awards, organizzati dall’Atlantic Council, organizzazione che “stimola la leadership globale e il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle partnership con alleati e partner”. Non è chiaro come queste frasi si colleghino ai Mondiali 2026, che dovrebbero essere l'unico pensiero al momento della persona più potente del mondo del calcio.
Ad ascoltarlo ci sono il presidente francese Emmanuel Macron e quello argentino Javier Milei, premiati con la stessa onorificenza. Tra il pubblico “comune”, figure di alto rango come il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent, e diversi leader del settore privato statunitense.
È lecito pensare che buona parte del discorso di Infantino fosse rivolta a una figura lontana da New York il 17 settembre 2025, ma a cui il Presidente della FIFA torna costantemente con pensieri, parole, gesti. Chissà se Donald Trump, qualche giorno dopo, avrà sentito la necessità di recuperare il discorso del suo “grande amico” Gianni.
Chissà se, sentendosi chiamato in causa come fonte di ispirazione e destinatario dell’appello, abbia deciso di dare una scossa alla politica estera per accelerare la risoluzione del genocidio a Gaza prima e della guerra in Ucraina poi, a costo di calcare la mano; di definire “cessate il fuoco” ciò che non è un cessate il fuoco; di stilare piani da più di 20 punti per entrambi i conflitti, alcuni dei quali improponibili e offensivi, con lo scopo di forzare una pace che continua a latitare, anche se viene etichettata come tale.
Deve aver trovato ingiusto, Gianni Infantino, che al presidente degli Stati Uniti d'America non fosse stato assegnato il Premio Nobel, nonostante tutti gli sforzi fatti per ottenerlo in ottobre. Toccava mitigarla in qualche modo, magari con la creazione di un premio ad hoc che potesse ricompensarlo per le sue fatiche. Il 5 novembre Infantino introduce con un post su Instagram il FIFA Peace Prize – Football Unites the World, “riconoscimento per ricompensare le azioni eccezionali in favore della pace e dell’unità”. Il premio non c'entra nulla col mondo del calcio e dello sport: basta essere una persona che “lavora sodo per terminare i conflitti e unire le persone in uno spirito pacifico”.
La premiazione si è tenuta venerdì 5 dicembre 2025 a Washington, in apertura del sorteggio dei gironi per il Campionato Mondiale di Calcio che si terrà tra Canada, Messico e Stati Uniti. Il volto gommoso di Donald Trump non tradisce alcuna emozione mentre ritira il premio; ringrazia Infantino e dichiara "Abbiamo salvato milioni di vite, abbiamo fatto terminare tantissime guerre” senza apparente trasporto. Infantino, consegnandogli il premio, aggiunge: “Questo è quello che vogliamo da un leader: un leader che ama la gente. Potrà contare sul mio appoggio e su quello di tutta la comunità del calcio”.
Eppure, le mosse recenti di Trump lascerebbero intendere il contrario. A pochi mesi dall’inizio della Coppa del Mondo 2026, nonostante i legami sempre più fitti tra FIFA e l’amministrazione Trump, la mole di nodi da sciogliere e di questioni in sospeso attorno all’evento è enorme, e buona parte è collegata proprio al comportamento del presidente USA.
Ci sono problemi strutturali legati all’organizzazione dell’evento, che rischiano di configurarlo come uno dei Mondiali più controversi della storia. Le questioni sono principalmente di natura geografica: mai, nella storia della World Cup, l’evento aveva avuto luogo su un territorio così esteso. Neanche nel 2018, quando il Paese ospitante era stato la Russia. Per i tifosi che vorranno seguire la propria squadra sarà necessario un gioco di incastri: 16 sedi sparse tra Messico, Stati Uniti e Canada, oltre 3.200 km tra la sede di apertura e quella di chiusura, addirittura 4800 km tra Miami e Vancouver.
I costi si preannunciano esorbitanti, non solo economicamente. Oltre alle migliaia di dollari che servirebbero per gli spostamenti nazionali e internazionali, l’impatto ambientale legato allo spostamento dei tifosi sarà senza precedenti. Studi recenti hanno certificato che l’ampliamento delle fasi finali da 32 a 48 squadre porterà a un enorme aumento della produzione di gas serra, con le emissioni dei trasporti aerei che cresceranno tra il 160% e il 325% per ciascuno dei tornei nel 2026, 2030 e 2034, rispetto alla media dei tornei precedenti. Questo innalzamento contribuirebbe a portare le emissioni del torneo a essere superiori del 40%-70% rispetto alle stime di base.
Per di più, durante il Mondiale per Club negli Stati Uniti nell'estate 2025, 6 partite sono state sospese a causa di condizioni atmosferiche avverse. La metà dei 16 stadi che ospiteranno la Coppa del Mondo 2026 è a rischio ambientale, 4 sono considerati a rischio critico. Significa che sarebbe necessario intervenire su questi impianti per metterli in sicurezza, non potendo garantire l’incolumità degli spettatori di fronte a eventi climatici estremi sempre più frequenti in America.
Secondo il FIFA Bid Book del 2017, il Mondiale avrebbe rappresentato “un’opportunità unica, non solo per evitare di peggiorare le attuali condizioni ambientali, ma anche per stimolare un cambiamento positivo e duraturo: un’opportunità che la United Bid (Canada, Messico e Stati Uniti) intende massimizzare”. Ma la FIFA dovrà muoversi in un contesto politico apertamente negazionista nei confronti del cambiamento climatico: l'amministrazione Trump, con l'aiuto dei repubblicani del Congresso, ha ostacolato gli sforzi per limitare la crisi climatica, tagliando i crediti d'imposta per l'elettricità pulita, i carburanti, i veicoli e la produzione manifatturiera, allentando le restrizioni sull'inquinamento delle centrali elettriche a carbone e rendendo più facile trivellare su terreni federali.
Il Bid Book aveva anche garantito una spesa media per biglietto in una partita di girone attorno ai $300. È ragionevole che una previsione fatta più di 7 anni fa sia soggetta a incertezze e a forti oscillazioni, ed è nell’ordine delle cose che il tariffario sia lievitato. La FIFA ha però introdotto per il Mondiale 2026 pratiche di dynamic pricing e secondary ticketing: la prima varia il prezzo dei biglietti per un evento, che aumenta o diminuisce a seconda della richiesta; la seconda consiste nella possibilità di rivendere i biglietti acquistati su una piattaforma appositamente creata dalla FIFA, così da limitare il fenomeno del bagarinaggio.
I problemi sorgono per l’assenza di un limite massimo al prezzo di rivendita, che genera aste in cui il prezzo di un biglietto – già più alto rispetto al valore nominale medio stabilito per colpa del dynamic pricing – può arrivare a migliaia di dollari: la piattaforma trattiene anche il 15% sia dal venditore che dal compratore, contribuendo ad aumentare la distorsione del mercato secondario.
Al Guardian ci si è chiesti chi potesse permettersi di partecipare a un mondiale così costoso che Leander Schaerlaeckens, autore dell’articolo, ha ribattezzato “Mondiale dell’1%”. Il tema è così sentito che il neoeletto sindaco di New York, Zohran Mamdani, ci ha costruito buona parte di campagna elettorale, rivendicando la necessità di includere le classi meno abbienti in un torneo che rischia di trasformarsi in un arcipelago sempre meno rappresentativo, come in quei film post-apocalittici in cui a sopravvivere è soltanto chi può permettersi di comprarsi la salvezza. I protagonisti qui sono Gianni Infantino e Donald Trump che, a differenza di Mamdani, non hanno intenzione di renderli più inclusivi per i tifosi.
Il dynamic pricing non verrà cancellato, e a molti stranieri l’accesso agli Stati Uniti, il Paese in cui si disputeranno più partite, rischia di rimanere precluso. A giugno Trump ha limitato l’entrata di cittadini provenienti da 19 Paesi esteri “per proteggere gli Stati Uniti dai terroristi stranieri e da altre minacce alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico”. Haiti e Iran, entrambe nazioni le cui squadre sono qualificate al Mondiale, fanno parte di questa lista. L’Iran ha recentemente minacciato di ritirarsi dalla competizione, dopo che al presidente della federazione calcistica iraniana era stata negata la concessione del visto pur facendo parte di una categoria esentabile.
Le minacce di boicottaggio sono l’ultimo dei problemi legati alle difficoltà a entrare nel Paese. Secondo un report della US Travel Association del febbraio 2025, gli Stati Uniti sarebbero impreparati a reggere il carico di visitatori che ci si aspetta per i Mondiali – rischierebbero di incontrare difficoltà anche per i Giochi Olimpici di Los Angeles 2028. Le preoccupazioni sono sulla capacità dell’industria dei trasporti di sopportare l'ondata di turismo, ma soprattutto sulle difficoltà nell’oliare la macchina burocratica del sistema del visto.
I fattori dipendono dal tipo di visto richiesto, dal Paese di provenienza e dal numero di domande che vengono effettuate, numero cresciuto esponenzialmente nelle ultime settimane, una volta che i tifosi hanno scoperto se le proprie nazionali si sarebbero qualificate o meno alla Coppa del Mondo.
In Italia, i tempi per fissare un appuntamento variano da città a città – a Roma ci vogliono in media 5 giorni, ma a Milano circa 80. In altri Paesi, le tempistiche si allungano a dismisura: l’attuale tempo di attesa per un appuntamento a Bogotà (Colombia) è di 11 mesi, a Quito (Ecuador) è di 9 mesi, a Casablanca (Marocco) è di 6 mesi e mezzo. Alcune Nazioni sono agevolate da accordi flessibili con gli Stati Uniti - molti Stati europei, il Giappone e la Corea del Sud -, ma per altri la procedura resta complessa e farraginosa. Nel 2024 sono stati presi accordi bilaterali con singoli Paesi partecipanti, tra cui Brasile e Argentina.
Nei mesi precedenti sono state fatte pressioni affinché la Casa Bianca adottasse un sistema simile alla Hayya Card prevista durante Qatar 2022, pass per le persone in possesso di un biglietto per partecipare al torneo. Il biglietto funzionava come un visto temporaneo, valido per tutta la durata della competizione.
A metà novembre 2025, la FIFA è riuscita a ottenere come concessione dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti l’istituzione del FIFA Priority Appointment Scheduling System (FIFA Pass), che funzionerà in modo differente rispetto all’Hayya Card: il Segretario di Stato Marco Rubio ha precisato come il biglietto non sia equiparabile a un visto, non garantendo l’accesso diretto alla Coppa del Mondo. Il FIFA Pass servirà soltanto come priority service per chi rischia di saltare il torneo a causa di lungaggini burocratiche, accelerando i tempi di attesa per ottenere un’intervista al consolato.
È un modo per permettere ai cittadini di “saltare la fila” e di arrivare al colloquio entro le “6-8 settimane”. Bisogna quindi prima acquistare un biglietto e poi sperare che il colloquio vada a buon fine, assumendo che in tutti i Paesi il FIFA Pass velocizzi effettivamente il processo per i possessori del biglietto.
L’incertezza governa ogni aspetto di questo Mondiale, seguendo il canovaccio che Trump impone dall'inizio del suo secondo mandato basato sull'imprevedibilità delle sue dichiarazioni. Ogni intervento minaccia di destabilizzare equilibri consolidati con poche frasi ben piazzate. È un gioco rischioso: a ogni mano, la probabilità che la successiva si riveli un bluff aumenta, ma serve comunque qualcuno che abbia il coraggio di andare a smascherarlo. Servirebbe, ad esempio, coraggio nel dichiarare apertamente che sia finta la minaccia di spostare la sede di una partita dei Mondiali in un’altra città rispetto a quella designata.
Per due volte a Trump è stato fatto notare che alcune delle città in cui si è manifestato contro le politiche sull’immigrazione e sulla repressione della criminalità ospiteranno partite della World Cup – Baia di San Francisco, Chicago, Boston. La prima risposta del Presidente è che quelle città diventeranno sicure in un modo o nell’altro, a costo di inviare sul luogo agenti federali come fatto a Washington - a volte per applicare pratiche repressive sull’immigrazione, come riportano diverse testate.
A fine novembre 2025 la Sports and Rights Alliance ha richiesto alla FIFA di garantire protezioni efficaci contro la profilazione razziale, la detenzione arbitraria e l’applicazione illegale delle leggi sull’immigrazione durante il torneo. La preoccupazione di Trump per la sicurezza e l’incolumità di statunitensi e stranieri è un pretesto per attaccare i governatori locali, colpevoli di non saper gestire le proteste perché le città sarebbero “guidate da radicali di sinistra lunatici che non sanno quello che fanno”.
Trump ha ripensato alla soluzione da attuare e ne ha quindi proposta una ancora più radicale: c’è sempre la possibilità di trasferire la location altrove, “spostare un po’ più in là la Coppa del Mondo”. È una soluzione che rischierebbe di penalizzare gratuitamente città che da anni si stanno preparando a quest’evento.
Quando parla di Boston, Trump rincara la dose: “Se qualcuno sta facendo un pessimo lavoro e io ritengo che le condizioni non siano sicure, chiamerei subito Gianni [Infantino], il capo della FIFA… che è fenomenale, sapete, e gli direi di spostare la location. A lui non farebbe piacere farlo, ma lo farebbe. Molto facilmente. Lo farebbe”. La minaccia viene estesa anche a Los Angeles 2028, per cui dovrebbe “ottenere un altro tipo di permesso”, sottintendendo che non sarebbe facile come chiamare il suo amico Gianni per comunicargli lo spostamento.
Spostare unilateralmente una delle sedi è un potere che Trump non ha, anche se potrebbe applicare pressioni alle parti in causa per cercare di ottenere ciò che vuole. La minaccia, al pari di quella di bloccare i fondi federali, sarebbe un deterrente per costringere i governi locali ad accettare più facilmente le sue politiche.
Anche FIFA, in teoria, potrebbe riallocare una sede nel caso in cui la città ospitante non rispetti gli accordi sul rafforzamento della pubblica sicurezza e sul raggiungimento di altri obiettivi. In 95 anni - da quando i Mondiali sono stati creati - l’organizzazione non è mai stata costretta a impugnare questa clausola, ma l’affinità così forte tra Infantino e Trump lascia credere che, qualora la telefonata avvenisse, si potrebbe assistere a una prima volta.
Il comportamento della FIFA nei confronti dell’amministrazione Trump è diverso rispetto a tutte le altre relazioni coi governi nazionali dei Paesi ospitanti, diverso anche rispetto ai rapporti che lo stesso Infantino aveva instaurato con Biden – praticamente inesistenti.
Non sembra che il rapporto Infantino-Trump sia guidata da logiche di scambio, do ut des, modus operandi tipici di ex presidenti della FIFA. Come ha dichiarato la Sports and Rights Alliance, “la percezione e l'impressione che si ha è che la FIFA stia diventando uno strumento di pubbliche relazioni per un governo statunitense sempre più autoritario”.
Finora non è chiaro cosa Infantino potrebbe ricevere in cambio, se non un mondiale molto diverso rispetto a quello che aveva tentato di realizzare. Un evento inclusivo nelle intenzioni, con la scelta di espandere la fase finale della competizione a 48 squadre. Una rappresentanza maggiore di Paesi e continenti emarginati dal mondo sportivo e non, che in cambio hanno sostenuto Infantino - “una nazione vale un voto” al momento di eleggere il nuovo presidente FIFA.
Il Mondiale 2026 si svolgerà in città separate da distanze siderali, ostili agli stranieri dal principio, o che verranno rese tali. Città che si riempiranno di tifosi scelti, selezionati da un sistema di vendite per viaggi, biglietti e alloggi fuori scala per buona parte dei fruitori abituali di questo sport.
“Abbiamo bisogno di pace nel mondo. Come possiamo ottenerla? Beh, se lo avessi saputo, lo avrei fatto molto tempo fa. Ma io credo che il segreto sia crederci profondamente, e lavorare per ottenerla. Lavorare di più. Uniamo più gente possibile. Creiamo occasioni perché le persone si incontrino. Vogliamo che voi abbiate successo. Vogliamo che il mondo abbia successo. Vogliamo un mondo unito e in pace”. Coì il presidente FIFA ha terminato il discorso ai Global Citizen Awards. Forse Gianni Infantino davvero non sa come raggiungere la pace nel mondo, ma di sicuro farlo attraverso questi Mondiali non è una buona idea.
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