
C'è il calcio oltre all'amore
Daniele De Rossi, sulla panchina del Genoa, sarà per la prima volta avversario della Roma.
“Lavorare una settimana sperando che la Roma perda, è una cosa contro natura per me. Ma prima o poi doveva succedere, perché questo è il lavoro che ho scelto. Accetterò che facciano il tifo contro di me e loro accetteranno che, per una volta, per 90', saremo non nemici ma dalla parte opposta. Penso che sarà bello, è come quando, dopo tanti anni, ritrovi il tuo primo grande amore, un vecchio amore, un grandissimo amore.”
Nella conferenza stampa dopo la bruciante sconfitta del suo Genoa contro l’Atalanta, è stato chiesto a Daniele De Rossi cosa significasse la successiva partita in casa della Roma. Il mister del Grifone ha parlato di natura, di tifo. Di amore.
Ed è difficile non sfiorare la sfera di sentimenti e romanticismo quando si tratta di DDR. Dal 2001 al 2019 è stato molto di più di un calciatore giallorosso. Poi, per la Roma qualcosa in più di un allenatore. Anche al Genoa, il semplice compito di guida tecnica pare stargli stretto. Non potrebbe essere altrimenti: chi ha vestito una stessa maglia per quasi vent’anni, romanista per 616 volte, non poteva essere uno come gli altri.
A Roma non è stato né un giocatore come gli altri né un capitano come gli altri. Erede designato della fascia di Totti, ha sempre convissuto con l’etichetta di Capitan Futuro ma anche con quella, ben più pesante, del leader al quale toccava il lavoro più sporco. Non i 300 gol del Pupone, ma i tackle e i recuperi difensivi, non il leader che trascinava la squadra a suon di giocate fantascientifiche ma il leader che trascinava col carisma e con le parole.
Una retorica, espressa in maniera originale e puntuale persino da ragazzino (prima di “Sbagliala una dichiarazione Daniè” c’era stato, appunto, il leitmotiv “mai banale”) davanti alle telecamere, diventate clementi con lui solo quando si è consacrato come perno non solo della Roma ma anche dell'Italia.
DDR non è stato solo un grande leader riconosciuto come tale da chiunque abbia condiviso lo spogliatoio con lui. È stato, anche e soprattutto, un calciatore fenomenale. Un centrocampista centrale che nel quinquennio 2005-2010 aveva poco da invidiare ai top del ruolo. Capace di schermare la difesa e supportare l’attacco, di difendere e offendere - 80 gol segnati in carriera, beneficiando sì di alcuni tiri dal dischetto ma non avendo mai giocato a ridosso delle punte nelle situazioni di movimento. Titolare nella bellissima Roma di Spalletti e nella Nazionale di Marcello Lippi, con cui vincerà un Mondiale e che lo paragonerà nel 2010 a Steven Gerrard, e Roberto Donadoni.
Proprio la capacità di leggere il gioco e di saper stare sempre al posto giusto guiderà l’evoluzione tattica del DDR-calciatore, iniziata con Luis Enrique e proseguita durante lo Spalletti bis. Meno tiri da lontano, posizione più arretrata, compiti principalmente difensivi ma pedina imprescindibile per far sì che i suoi compagni di reparto, da Strootman a Nainggolan, potessero sganciarsi e andare a far male agli avversari.
Come tanti grandi centrocampisti, ha sempre dato l’impressione di volere e potere diventare un allenatore. Non ne ha mai fatto mistero nemmeno lui: dopo l’esperienza vittoriosa nella delegazione a supporto del CT Mancini a Euro2020 nell'estate 2021, l'ostiense ha intrapreso la strada che a inizio 2024 lo ha portato a diventare l’allenatore della Roma al posto dell’esonerato Mourinho. Nessun altro al mondo avrebbe accettato quel posto, col peso opprimente che si porta appresso ogni eredità immediata di Mou. Nessuno, a parte Daniele De Rossi.
Doveva essere una parentesi transitoria, pochi mesi da traghettatore per lui che in fondo veniva da un’unica esperienza, neanche così felice, in B alla S.P.A.L. I primi mesi passano, la Roma vince, convince e, giocando in modo assai più moderno rispetto alla gestione precedente, passa dal 9° al 4° posto in Serie A; arriva a giocarsi la semifinale di Europa League battendo il Brighton di De Zerbi negli ottavi e superando ai quarti Milan sia all’andata che al ritorno, cosa che ai giallorossi non accadeva dalla stagione 2016/17. Inutile specificare chi segnò in quell’occasione.
Eppure, anche in quei mesi in cui tutta Italia sembra accorgersi di lui in quanto allenatore, si parlava più del suo legame con la tifoseria, dell’importanza di aver messo un romanista sulla panchina della Roma, piuttosto che di cosa il tecnico ha portato alla squadra su quella panchina. Il ritorno rapido alla difesa a 4 dopo annate di faticosa linea a 3, la capacità di saper cambiare canovaccio tattico a partita in corso, la costruzione di una squadra sistematicamente più alta in fase di non possesso, più portata ad aggredire e a comandare il ritmo delle partite anziché subire l’avversario.
Anche quel doppio confronto col Milan diventa l’esaltazione della Roma derossiana intesa come Roma Testaccina, piena di garra - qualsiasi cosa voglia dire - e voglia di combattere, senza che i media generalisti riconoscano il giusto spazio al doppio confronto preparato ed eseguito alla perfezione dalla squadra giallorossa. Ancora una volta viene dato più peso a ciò che istintivamente identifichiamo con De Rossi piuttosto che al suo talento come giocatore prima e allenatore poi.
A fine stagione, nonostante l'eliminazione in semifinale di Europa League contro il quasi invincibile Bayer Leverkusen di Xabi Alonso e la mancata qualificazione in Champions League via campionato (6° posto con 63 punti), la Roma gli propone un contratto triennale. Le frizioni sul mercato non mancano: la mancata cessione di Dybala, la richiesta, non sempre esaudita dalla società (Koné e Soulé, fortemente richiesti dal mister di Ostia, sono due perni della Roma attuale), di giocatori di gamba, l’esonero arrivato dopo 3 punti nelle prime 4 di campionato. L'ultimo arrivato guarda caso al Luigi Ferraris, proprio in casa del Genoa di Alberto Gilardino, subendo un gol all’ultimo respiro sugli sviluppi di un calcio piazzato.
14 mesi più tardi, il classe '83 è ripartito da Genova sponda rossoblù. Da Marassi a Marassi, da Genoa-Roma all’incombente Roma-Genoa di fine 2025 in cui, per la prima volta, tornerà all’Olimpico da avversario. Ci tornerà dopo aver perso l’ultima partita con un gol quasi all'ultimo secondo su calcio piazzato dopo una prestazione eroica visti i 90' passati tutti in inferiorità numerica.
In 6 partite di Serie A da allenatore del Genoa ha raccolto 8 punti, più di quanti il Genoa ne avesse raccolti nelle prime 10 sotto la guida di Patrick Vieira e del binomio Murgita-Criscito. Il 42enne romano ha trovato una squadra indebolita dal mercato estivo, con alcuni nomi adatti alla massima categoria - soprattutto nel reparto difensivo - solamente se calati in un contesto funzionale. È stato fortunato a trovare uno stadio, un ambiente compatti intorno alla squadra.
Con Daniele si menzionano concetti quali amore e sentimenti: complicato non tirarli in ballo quando si approfondisce l’attaccamento dei tifosi genoani, il cui Guasto d’Amore ha pochi eguali tra le dichiarazioni di fede del calcio in Italia.
A Genova, DDR sta cercando di proporre quel calcio di gamba e moderno che avrebbe voluto proporre a Roma, insistendo su un 3-5-2 puro rispetto alla difesa a 4 vista all’inizio della sua avventura capitolina. Una proposta ancora piuttosto lontana da uno dei modelli indicati durante le dichiarazioni delle prime esperienze da mister: già da giocatore, è esplicito ammiratore di Gasperini. Nel 2024, prima della sfida di campionato tra Atalanta e Roma che estromise quest’ultima dalla corsa Champions, il tecnico piemontese disse che, al termine del 2-1 bergamasco del febbraio 2019, De Rossi gli si rivolse così: “Mister, quest'anno smetto ma voglio fare l'allenatore. Mi piacerebbe venire a vedere qualche tuo allenamento”.
Non ce ne fu occasione, ma anche il mister di Ostia era rimasto folgorato dalla rivoluzione che Gasp aveva portato nel nostro calcio. Gian Piero stesso lo elogiò nel 2024: “Ha rimesso il calcio davanti a tutto il resto, che non piaceva a nessuno. Di questo lo ringrazio: Roma è una piazza stupenda, per pubblico, per passione, per tutto".
Il calcio davanti a tutto. Davanti alle proprie idee - come disse DDR in una delle prime conferenze da allenatore della Roma, non devono essere immutabili e non devono farci dimenticare che poi si è pagati per portare a casa le partite -, davanti anche alla parte sentimentale e romantica, che De Rossi incarna come pochi altri ma della quale non deve essere prigioniero. Bentornato a Roma, mister.
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