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Roma Rossettini
, 22 Dicembre 2025

Due colori, due facce


Perché la Roma in Women's Champions League è andata così male e in Serie A va così bene?

La nostra Champions League ci sta dicendo che, a questo livello, oggi non possiamo competere”. Queste sono le parole di Luca Rossettini dopo il 6-0 di Chelsea-Roma. Le giallorosse escono da Stamford Bridge salutando la Champions League meno brillante delle 4 edizioni a cui hanno preso parte: 4 partite perse su 5 nella fase a girone unico, 18 gol subiti e appena 3 segnati, di cui 2 nella partita d’esordio contro il Real Madrid. Peggio ha fatto solo il St. Pölten.

A vederla così, la situazione sembra un disastro. Dopo le passate partecipazioni, più che dignitose, come mai le giallorosse non riescono più a replicare prestazioni europee tenaci, al limite della perfezione, con un’applicazione impeccabile, in cui le sconfitte erano parte del percorso di crescita della squadra e lasciavano la sensazione che più di così non potesse fare?

Dentro questa “nuova” Roma sembrano esserci due lupe. Una è spaesata, che in Women's Champions League fatica a trovare una zona di comfort, dove risaltano solo le prestazioni di difensore e portiere, patinate da un velo di eroicità quasi ironico visti i punteggi tennistici delle partite. L’altra è fiera, è quella del campionato, dove il risultato è portato a casa con costanza – il 2025 è chiuso da 1° in classifica in Serie A con 5 punti di vantaggio su Fiorentina e Juventus –, dimostrando di avere ottime soluzioni per arrivare in porta e padronanza della situazione.

Durante i 90' in Italia, la Roma riesce a cambiare e si adatta al contesto tattico; in Champions League, le capitoline sembrano in balia della situazione, giocando partite masochiste che fanno solo chiedere “Quanto manca alla fine di questa agonia?”.

L’evoluzione della Roma di Rossettini

Nel 2024/25 si è chiuso il ciclo vincente di mister Spugna. Molte calciatrici sono andate via da Roma, altre hanno guadagnato un’importanza maggiore - Pilgrim e Corelli, chiamate a un ruolo più centrale rispetto al passato. Rossettini sta sperimentando molto: l’ossatura della squadra è mutata e – ancora oggi – in alcuni ruoli sembra non aver trovato ancora l'elemento giusto.

In estate la Roma aveva iniziato giocando con la difesa a 3, una punta leggera – spesso Pilgrim – che attaccasse la profondità, una coppia di centrocampo che garantisse intensità e qualità nell’impostazione. La Roma prediligeva trame di sviluppo convergendo al centro, al contrario di quanto avesse fatto fino a quel momento: anche le mezzepunte non si allargavano per ricevere ma venivano molto dentro, creando così un effetto collo di bottiglia al limite dell’area avversaria che rendeva la manovra offensiva caotica.

In questo la Serie A Women’s Cup – coppa di lega introdotta nel 2025 – ha aiutato il tecnico padovano a prendere le misure. Le giallorosse sono tornate all'ormai proverbiale 4-3-3, apparentemente cucito per questa squadra, ma con leggere differenze rispetto a prima.

Rossettini ha impostato il centrocampo per giocare con un triangolo con vertice basso. Di solito è Rieke la più bloccata: le altre, tra Giugliano, Kühl, Greggi e Dragoni, possono giocare con più libertà e fluidità. Il sistema di risalita, anche tramite le fasce, è più efficace se le terzine si accentrano, mentre le ali si aprono per favorire gli inserimenti nei mezzi spazi e tendono a concludere l’azione con traversoni in cutback. Non è un caso che, su 17 gol segnati dalle giallorosse, solo 6 sono arrivati dalle attaccanti.

Il gioco offensivo della Roma non viene catalizzato su una singola giocatrice ma viene distribuito: le giallorosse – come nel 2024/25 – non ha una punta capace di assicurare tanti gol. È comunque visibile un leggero miglioramento nelle metriche dei tiri rispetto alla scorsa stagione: la percentuale di tiri in porta, stando ai dati di lega, è passata dal 33,2% al 35,4%; i gol per tiro sono passati da 0,09 a 0,10. Cambiamenti quasi insignificanti, che però rendono la Roma un filo più efficace rispetto al passato.

Se questi cambiamenti in campionato sono stati assorbiti bene, in Champions League corrispondono però a un sonoro schiaffo a partita. Un violento promemoria che ricorda quanto lavoro c’è da fare, a Roma e in generale nell'Italia dei club, per raggiungere un buon livello di competitività sul campo internazionale.

Poca esperienza, qualche infortunio

I tanti cambiamenti hanno reso la Roma del mercoledì più acerba e naïf, innocente e vulnerabile. Lo si può associare a un gruppo di giocatrici rinnovato ma con poca esperienza in questa competizione: molte avevano pochi minuti accumulati in Champions League, tante non avevano giocato neanche una partita prima di questa edizione. Baldi e Oladipo sono esempi che stanno giovando dei minuti fatti finora, fornendo prestazioni individuali sempre più solide man mano che il torneo si è sviluppato, insufficienti però a elevare il rendimento di squadra.

Anche per l’allenatore questa è una prima volta a 360°. Una prima squadra che punta a obiettivi importanti, da gestire per scendere in campo ogni 3 giorni e che nei primi 6 mesi della stagione ha disputato 4 competizioni aspettandosi il massimo rendimento in tutte: per fare la tara sull'impatto di Rossettini e della Roma in Champions League, occorre mettere in conto anche questi fattori.

La candida inesperienza ha reso Rossettini e la Roma intimoriti dall’impegno europeo, affrontando la competizione quasi con un senso di riverenza nei confronti delle avversarie. Spesso si sono scorti visi seri, sguardi contratti e tendenti all’overthinking, a differenza della concentrazione e serenità con cui viene approcciato il campionato. L’outfit di Rossettini per le due competizioni è l'incarnazione delle due facce di questa squadra: quasi sempre in tuta in campionato - il vestito comodo, chissene dell’apparenza, bisogna essere a proprio agio per fare al meglio il proprio lavoro -, spesso in completo scuro in Champions League - la cravatta istituzionale, la spilla al posto giusto, fresco di taglio e barba.

Non si sta dicendo che se Rossettini fosse venuto in panchina con la tuta nelle notti europee la Roma avrebbe passato il girone, ma il dettaglio dei vestiti restituisce l’immagine di una squadra più spensierata in Italia rispetto alla Champions.

La Roma non ha solo perso le partite che ci si aspettava perdesse (Barcellona, Real Madrid e Chelsea, subendo un passivo pesante) ma è andata in difficoltà anche contro l’OH Leuven, pareggiando una partita in cui era passata in vantaggio e che non è riuscita a chiudere. Ha perso – in casa – contro il Vålerenga, giocando con poca brillantezza, perdendo tutti i duelli, arrivando costantemente tardi sulle seconde palle e dando l’impressione di essere una squadra ingessata nel trovare ritmo e soluzioni.

In Europa, Rossettini ha sempre schierato formazioni prudenti, quasi strozzando quell’identità offensiva e armonica che si sta creando in campionato. Se questo è comprensibile contro Barcellona, Chelsea e Real Madrid – anche se ha portato a prendere 16 gol, segnandone appena 2 – lo è meno contro il Vålerenga, in cui la linea del centrocampo con 5 giocatrici è sembrata fuori luogo. Anche la gestione della gara contro l’OH Leuven ha fatto alzare qualche sopracciglio, portando al risultato peggiore della campagna.

Non potevano mancare, a peggiorare ulteriormente la situazione, anche un paio di infortuni nei ruoli cruciali. Le assenze di Haavi e Van Diemen hanno messo a dura prova l’impianto tattico nelle ultime settimane. La norvegese, portatrice sana di imprevedibilità e apprensione nelle difese avversarie, complice l’entropia generata nelle loro linee, suscita un tremore alle gambe come poche altre in Europa: la sua sola presenza sulla fascia crea scompenso.

Van Diemen era diventata la prima regista della squadra, la chiave per le uscite pulite dal basso. Una centrale di difesa con i piedi da 10, dotata di una pulizia nel controllo e nel passaggio con poche eguali in Serie A, oltre a ottime letture in chiusura. La prima impostazione della Roma senza di lei è molto macchinosa: come se rotolasse su un campo di terra, la palla fa fatica a girare.

La Women’s Champions League è una competizione che obbliga alla perfezione, anche solo per fare una figura dignitosa. La Roma è una squadra che si sta formando in questi mesi, sotto ogni punto di vista: momenti poco brillanti, scelte discutibili – tattiche e delle giocatrici –, confusione e un aggrovigliarsi nelle proprie inquietudini è persino fisiologico.

In Serie A è molto più sicura di sé: in campionato emergono le soluzioni con cui la Roma di Rossettini scardina le partite; in Champions hanno preso il sopravvento i problemi, anche i più banali.

Tutto ciò costituisce le fondamenta per la Roma del futuro, che ha tanto lavoro da fare nel lungo periodo. Occorrerà dare tempo, nella speranza di ottenere qualche risultato pesante che ispessisca le certezze della squadra. Sarà interessante assistere alla metamorfosi di questa Roma: potrà crescere abbandonando le proprie insicurezze e i timori, oppure accogliere pensieri intrusivi, facendosi risucchiare dalle proprie paure.

  • Romano, classe 1999, a tempo perso studia ingegneria e si diletta su Excel, utile difensore mancino per il calciotto

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