
Buffon il politico
La presenza del capo delegazione della Nazionale Italiana ad Atreju ha fatto discutere.
Atreju è un festival che si svolge ormai da quasi trent’anni a Roma, organizzato dalla sezione giovanile di Fratelli d’Italia. Nel 2025 ha attirato l'interesse del mondo sportivo italiano per l'ospitata, tra gli altri, di Gianluigi Buffon.
Il nome Atreju deriva dal protagonista di La storia infinita di Michael Ende: il personaggio lotta contro il nulla e l'insensatezza dilagante nel mondo. L'evento è molto politico, ma riesce a esserlo in modo più discreto di altri simili: non ci sono simboli di partito negli spazi del festival, l'allestimento ricorda più quello di un mercatino di Natale a due passi da Castel S. Angelo.
Anche gli invitati a parlare sul palco sono vari: nomi dello spettacolo, dalla televisione al cinema, giornalisti, politici di ogni colore o schieramento dell'arco parlamentare. Al di là di questo, le persone che assistono ad Atreju come spettatori riflettono una visione piuttosto omogenea a livello politico: i vari panel hanno quasi tutti titoli che sottendono una certa idea conservatrice del mondo.
In questo contesto si è parlato nel dicembre 2025 della presenza di Gianluigi Buffon, capo delegazione della nazionale italiana di calcio, leggenda di questo sport e soprattutto persona non si é mai risparmiata nell’esprimere le proprie opinioni su temi extra sportivi.
Il come lo ha fatto, soprattutto da giovane, fa sì che si parli molto di più della sua presenza che, ad esempio, di quella che vide protagonista Luciano Spalletti nel 2023 da neo CT azzurro.
In un’intervista al Corriere della Sera, prima dell’incontro, la giornalista e compagna di Buffon Ilaria D’Amico ha smentito, ma non troppo, il collocamento a destra del capo delegazione della nazionale: “Gigi é stato cultore di tante cose. Sostenitore aperto di Mario Monti quando era premier. In alcuni momenti anche di Renzi. Il suo pensiero di gioventù fu malamente espresso a 18 anni. Piuttosto è un liberale moderato”.
Flashback: Gianluigi Buffon calciatore-politico
Il 26 settembre 1999, un 21enne Buffon si presenta al microfono del giornalista Enrico Varriale in zona mista al termine di Parma-Lazio 1-2. A rendere rilevante quell’intervista è che sulla sua maglia, vicino allo sponsor Parmalat, si scorge “Boia chi molla” scritto a pennarello. Il portiere dirà che non sapeva si trattasse di uno slogan del regime fascista: lo riteneva semplicemente un incitamento. “Avevo 18 anni, non avevo idea dell’origine di quel motto e di chi lo aveva usato”, spiegò anni dopo.
All’inizio del 2000/01, l'allora estremo difensore del Parma sceglie il numero di maglia 88: la cifra appartiene alla simbologia del nazismo (l’ottava lettera dell’alfabeto é la H: ripetuta, può rappresentare l’acronimo di “Heil Hitler”). “Credo non lo sapesse proprio nessuno che era un numero legato al nazismo”, dirà Buffon.
In altre occasioni aveva spiegato che la forma del numero gli ricordava quelle di due paia di testicoli: voleva passare il messaggio che per stare in campo servissero gli attributi. Un monito che sicuramente fa parte della retorica diffusa nel mondo del calcio, ma che a prescindere è biasimevole. In alternativa avrebbe voluto lo 00, ma il regolamento non lo prevede. Alla fine, sulla schiena di quel Gigi Buffon, campeggerà il 77.
Buffon sostenne apertamente Monti nel 2013, è noto, quando questo si presentò alle elezioni dopo i mesi da Presidente del Consiglio. “Ho la certezza - scrisse in una mail letta durante una conferenza stampa di Scelta Civica - che al comando ci sia un uomo tutto d’un pezzo, una persona seria, affidabile e raziocinante”.
Su Renzi, Buffon si era espresso nel 2016, durante la campagna per il referendum costituzionale dopo il quale il premier si dimise. Il portiere disse che “trasmette entusiasmo” e “ci mette la faccia”, oltre che argomentare le sue ragioni per il “Sì” alla riforma elettorale in un’intervista all’Unità.
Presente: Gianluigi Buffon dirigente-politico
Prima di partecipare all’incontro per cui è stato invitato a Roma, Buffon è stato intercettato da un gruppo di giornalisti. Risponde alle loro domande sottolineando come “sicuramente Giorgia Meloni sta presentando nel modo migliore la nostra nazione e sta governando da tanto e questo è un grandissimo risultato”. Sulle possibilità dell’Italia di andare al Mondiale, Buffon sceglie di esporsi così: “Andarci porterebbe magia nel paese e l’Italia diventerebbe un grandissimo oratorio dove tutti siamo uniti”.
Una risposta a tratti lunare, se ignoriamo il titolo del panel a cui è invitato a partecipare: “Quando lo sport diventa comunità: il ruolo degli oratori nella formazione dei giovani”. A parlare al suo fianco ci sono il ministro allo Sport Andrea Abodi, il cappellano olimpico don Franco Finocchio e la nuotatrice Carlotta Gilli. Ma forse rimane una risposta lunare: l'Italia potrebbe comunque qualificarsi al Mondiale, senza evocare alcuna magia o evento fantascientifico.
Durante il confronto, si parla di oratori e società di calcio giovanili più o meno come se fossero la stessa cosa. A Buffon viene chiesto del suo percorso, iniziato nelle giovanili “di una società di provincia come il Parma”: definire quel Parma, negli anni '90, una società di provincia, non rende merito a quella che riuscì ad affermarsi come una potenza del calcio italiano - anche se si è scoperto più avanti come, ma anche questo fattore pare voler essere dimenticato.
Buffon si è anche riferito alla sua provenienza, figlio e nipote di una famiglia con sportivi professionisti (legata alla lontana col compianto Lorenzo Buffon), anche se nella pallavolo. Un’esperienza personale, interessante da ascoltare, ma poco pertinente da prendere da esempio per fare un discorso generalizzato su come sviluppare il movimento complessivo del calcio giovanile nel 2025. Si sentono poi dire cose tipo che “l’oratorio sia uno spazio di aggregazione più sano della strada" (qualunque cosa voglia dire).
Fortunatamente (forse) non si è parlato solo di oratori. Buffon risponde a una domanda sul momento della Nazionale: “L’importante è avere un’idea, avere un visione e sapere che percorso fare”. Parla della necessità di cambiamenti nell’attività di base, per riuscire a costruire meglio sul talento dei giovanissimi - senza approfondire o spiegare nel concreto cosa intenda. Atreju non sarebbe stato forse il luogo più indicato per una verticale su problemi e proposte del calcio italiano, però sarebbe stato interessante.
Sui media molto schierati, da una parte e dall’altra, delle parole di Buffon ad Atreju se n'è fatto un utilizzo puramente strumentale. Da una parte si legge di frasi “che fanno impazzire la sinistra”, dall’altra dell’ennesimo episodio controverso legato alle opinioni dell’ex portiere.
Più miseramente, Buffon ad Atreju ha rappresentato un uomo di sport che non si risparmia nell’esprimere opinioni su cose extra calcistiche. Una sfumatura di per sé meritevole, in un ambiente che pare troppo spesso indossare un paraocchi e concentrarsi unicamente a dinamiche di campo o al più di spogliatoio.
Quando Buffon si espone, tuttavia, dimostra troppo spesso di non condividere pensieri particolarmente articolati e complessi, rimanendo molto in superficie. Può bastare per il portiere più forte del mondo. Forse non abbastanza per il capo delegazione della Nazionale Italiana di Calcio, in rappresentanza della presidenza della FIGC.
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