
El Flaco e il chilometro dell'anima
Un racconto su César Luis Menotti e sull'Argentina del Mundial 1978.
Su concessione dell'autore, pubblichiamo in versione integrale "El Flaco e il chilometro dell'anima", racconto vincitore della sezione sportiva del Concorso nazionale di poesia e narrativa “La Torre 2025”. L'aggiunta di collegamenti multimediali e la diversa paragrafazione rispetto all'originale sono dovuti esclusivamente a ragioni grafiche.
Nel santuario della sua stanza, “El Flaco” si ritirava, avvolto in una nuvola di fumo e in una profonda contemplazione. I due pilastri della sua esistenza: sulla scrivania una copia del Clarín, dove la sua folta e lunga chioma campeggiava, fissa, da mesi.
Venerato come l'allenatore filosofo, sapeva che entro poche ore, gli occhi del mondo sarebbero stati fissi su di lui e, ancor più importante, sui suoi ragazzi. I prescelti. Li aveva plasmati, nutriti nello spirito, corretti nei difetti e spinti senza sosta. Disteso sul letto, sforzandosi di conservare ogni ultima goccia di energia fisica e mentale, non poteva sfuggire alla cruda brutalità del mese appena trascorso.
Ogni respiro era un paradosso: l'aria che doveva dargli vita gli bruciava i polmoni con il peso di mille contraddizioni. In Argentina, bellezza e inferno danzavano un tango macabro, alimentandosi a vicenda in un vortice inesorabile di passione e terrore. Un paesaggio onirico infestato dalle tonalità più oscure dell'incubo. Il suo cuore batteva a due ritmi: uno per la gioia pura del calcio, l'altro per l'orrore che pulsava nelle vene della sua patria. Il fervente ruggito della folla, un suono esaltante e minaccioso al tempo stesso, si scontrava con le grida silenti dei tormentati.
Come poteva un uomo contenere insieme l'estasi e l'agonia, la speranza e la disperazione, senza spaccarsi in due?
Anni dopo, un cantautore emiliano, riflettendo su questa terra mistica, l'avrebbe descritta come un'equazione senza risultato, un regno dove le forze vitali della vita e gli impulsi autodistruttivi sono amplificati, dove gli opposti convergono e si confondono, e dove l'esistenza stessa sembra ondeggiare in una caotica milonga del destino.
Le sue labbra si incurvarono in un sorriso agrodolce, affrontando la piega più crudele e allo stesso tempo più preziosa che il destino gli aveva riservato. Era benedetto e maledetto nella stessa misura: benedetto dal talento di sognare vittorie impossibili, maledetto dalla lucidità di vedere l'abisso che si spalancava dietro ogni trionfo.
Occupava la posizione che ogni allenatore ambiva, guidare la squadra della propria nazione. E non una squadra qualsiasi, ma una che ospitava il suo primo Campionato del Mondo. Eppure, un velo di malinconia addolciva i suoi lineamenti ogni volta che si permetteva di essere vulnerabile. La felicità era lì, a portata di mano, ma macchiata dal sangue di chi non poteva più gioire.
È il 1978. Siamo in Argentina. È il giorno della finale di Coppa del Mondo: Argentina – Olanda. Un evento orchestrato da Perón ma ora comandato dalla giunta militare di Videla.
Uomo di acuto intelletto, César Luis Menotti coglieva il peso della sfida imminente. Sentiva la propria anima lacerarsi: da una parte l'allenatore che bramava la gloria, dall'altra l'uomo che si vergognava di desiderarla, in quel preciso e maledetto momento storico. Il calcio era un pretesto. In palio c’era altro. Una Coppa del Mondo è ancora oggi molto più di undici giocatori e un allenatore. È il cuore collettivo di una nazione.
Allo stesso modo, una dittatura prospera sulla complicità di milioni di persone indifferenti.
Menotti era consapevole del perché era ancora al timone della "Selección", nonostante le sue idee divergessero profondamente da quelle di Videla. In quel momento critico, era la figura indispensabile, colui in grado di condurre l'Argentina al suo primo trionfo in Coppa del Mondo.
La vittoria era la sua unica strada. La sconfitta lo avrebbe relegato agli oscuri annali della storia, fornendo ai generali un facile pretesto per rovinare la sua carriera, il suo mondo e, molto probabilmente, la sua famiglia, infangando la sua reputazione professionalmente e personalmente.
Riconosceva di essere già stato manipolato, i tentacoli del potere politico che si protendevano nel regno dello sport: un gioco antico. La sua intelligenza era la sua condanna. Vedeva troppo chiaramente il meccanismo perverso di cui era ingranaggio. Solo, portava il peso del mondo.
Al centro del suo essere giaceva un amore profondo per il gioco. Era questo il suo principio guida, la sua professionalità e la sua salvezza. Nel calcio trovava l'unica purezza rimasta in un mondo contaminato. Eseguire il suo compito senza soccombere all'oscurità incombente. Una sorta di Atlante moderno, incaricato di ascendere alla vetta.
“Hombre vertical”. Non era solo un riferimento alla postura, ma alla ricerca costante della realizzazione di sé, uno sguardo fisso sull'orizzonte dei valori e degli ideali. Rimanere verticale quando tutto intorno crollava. Questa era la sua ultima forma di resistenza, su quel letto, a poche ore dalla finalissima.
Accese un'altra sigaretta, scarabocchiando appunti tattici su un foglio di carta. Ogni tratto di penna era un atto di fede, ogni schema una preghiera laica. Era un chimico mancato. Il suo calcio era offensivo e vivace. Credeva che gli artisti del gioco innescassero una reazione trasformativa, alimentando la passione di ogni spettatore. "Dove c'è estro, non c'è peccato", ricordò le parole di Blaise Pascal. Una massima che incarnava il suo stile.
Queste selezioni richiedevano anche un altro concetto preso in prestito dalla chimica: l'equilibrio. Uomini esperti, motivati, capaci di sopportare un'immensa pressione.
Era un rischio lasciare a casa quel piccolo numero 10 con un cespuglio di riccioli: un prodigio ribelle. A soli 17 anni, Diego Maradona era già salutato come il messia del calcio. Menotti era certo che Maradona sarebbe diventato una divinità dello sport, ma non era pronto. La sua innocenza doveva essere preservata. Anche gli dèi hanno bisogno di tempo per imparare a sopportare il peso dell'Olimpo. Vedeva oltre il talento del ragazzo, riconoscendo che il suo carattere doveva ancora formarsi. La sua squadra, i suoi uomini, dovevano essere protetti dal fetore della dittatura. Il suo momento sarebbe arrivato.
Le domande continuavano ad affollare la sua mente in quella camera impregnata di fumo e malinconia. Può esistere davvero la bellezza senza peccato quando il palcoscenico è intriso di sangue?
Menotti si alzò, bevendo un sorso d'acqua. L'acqua aveva un sapore amaro, tutto aveva un sapore amaro in quei giorni, anche la speranza. Il giradischi iniziò a suonare, riempiendo la stanza di musica classica, un'altra sua immensa passione. La "Primavera" di Vivaldi, seguita dalle composizioni barocche di Scarlatti. La musica era l'ultimo rifugio dell'anima. L'unico linguaggio non ancora corrotto.
Come attraverso un prisma, i riflessi lo riportarono al 1974. Erano passati solo quattro anni, eppure sembravano un decennio. David Bracuto, presidente della Federazione, lo aveva scelto per allenare la nazionale. Nel 1976, mentre gli uomini di Videla complottavano il colpo di Stato contro Isabelita Perón, l'Argentina era in Polonia. Alla delegazione fu ordinato di giocare, per proiettare un'immagine di "normalità". Parola oscena quando è pronunciata da labbra macchiate di sangue.
Videla, Massera e Agosti formavano il tridente mortale. Alla radio, solo il commento della partita e la musica classica, necessaria per annegare le grida. Eppure, nulla poteva soffocare le proteste delle Madri di Plaza de Mayo.
Cercavano la verità, chiedevano risposte, cercando i loro figli scomparsi. Impavide, si ergevano con sfida. Ogni giovedì a mezzogiorno, marciavano silenziosamente, le loro sciarpe bianche che portavano i volti dei loro cari perduti. Erano la poesia della disperazione, la bellezza del dolore trasformato in resistenza. Invece della cerimonia inaugurale, la televisione olandese trasmise la loro situazione. La polizia le attaccò con gas lacrimogeni e cani. Quando una veniva arrestata, le altre si radunavano, chiedendo la stessa sorte. Erano il volto della dignità, emblemi di resilienza. Erano tutto ciò che l'Argentina avrebbe potuto essere, e tutto ciò che temeva di non diventare mai.
Ora, era tempo per Menotti e la sua squadra di partire. La città appariva diversa, illuminata dalla speranza. Ma era una luce fioca, tremula, come quella di una candela che poteva spegnersi al primo alito di vento. I sogni di coloro che sarebbero scesi in campo si intrecciavano con le aspirazioni di una nazione che anelava alla redenzione.
Per un breve momento, carnefici e prigionieri avrebbero condiviso gli stessi pensieri, celebrando un gol, maledicendo un passaggio sbagliato, vituperando l'arbitro, sognando una “gambeta”. Era l'unico miracolo ancora possibile: l'umanità che riemergeva dall'abisso, anche se solo per novanta minuti. Destini individuali, immensamente diversi, sarebbero diventati collettivi per la durata di Argentina-Olanda. I Falcon avrebbero sospeso i loro voli della morte. Il pallone che rotolava avrebbe livellato gli uomini e i loro destini per 90 minuti, o forse di più. Era la tregua più fragile e più preziosa del mondo.
Dopodiché, i carnefici sarebbero tornati al loro lavoro. I prigionieri nelle loro celle. I mendicanti per le strade. I colletti bianchi ai loro vini pregiati. Gli operai alle loro catene di montaggio. I professori alle loro cattedre. Tutto sarebbe tornato come prima, tranne per quell'istante di grazia condivisa. Per quel tempo, le distanze si sarebbero ridotte, le differenze si sarebbero offuscate. Era l'unica democrazia rimasta, quella del pallone che rotola.
L'atto finale della Coppa del Mondo sarebbe stato giocato al Monumental, la casa del River Plate. La Scuola di meccanica della Marina (ESMA), allora utilizzata come centro di tortura e omicidi, si trovava a solo un chilometro di distanza. Un chilometro – la distanza tra il paradiso e l'inferno, tra la bellezza e l'orrore.
Un chilometro che conteneva tutto il dolore del mondo. Un chilometro, così breve da percorrere in pochi minuti, eppure capace di contenere una rivoluzione dell’anima. In un chilometro può cambiare il destino di un uomo, può spezzarsi una famiglia o nascere una speranza. Può esserci il boato di una folla in festa o il silenzio soffocato di una prigione senza finestre. In un chilometro puoi incontrare la vita o inciampare nella morte, stringere una mano o perderla per sempre. Puoi vedere un bambino sollevato in aria per un gol, o sentire il pianto muto di chi non tornerà mai più.
Un chilometro è la distanza che separa chi canta dall’ultima preghiera di chi scompare, è il confine sottile tra l’illusione del trionfo e la realtà della tragedia. Un chilometro — così poco, eppure così tutto.
Prima di scendere dall'autobus, Menotti ebbe un ultimo pensiero, il ricordo di Jorge Carrascosa. "El Lobo" avrebbe dovuto essere il capitano. Si era rifiutato, dicendo che non poteva godersi la partita in mezzo a tanta sofferenza. Era stato l'unico a dire di no.
Menotti sapeva di avere la fiducia della sua squadra. Poteva vederlo nei loro occhi.
Era riuscito a salvarli dalla corruzione, ma poteva salvare sé stesso? Quante volte El Flaco aveva meditato su questo momento? Quali parole poteva offrire prima di una finale di Coppa del Mondo? Come poteva evitare i luoghi comuni? Come poteva mantenere alta l'attenzione senza indurre la paralisi dei muscoli e del cervello? Quale peso poteva dare a una finale di Coppa del Mondo quando un'intera generazione stava scomparendo? Come poteva parlare di vittoria quando la sconfitta più grande era già consumata? Domande, domande, ancora domande quando inesorabile si avvicinava il momento del destino.
Come una cantilena sacra, Menotti ripeté la formazione: Fillol, Olguín, Galván, Passarella, Tarantini, Ardiles, Gallego, Kempes, Bertoni, Luque, Ortiz. Poi si fermò, guardandoli un'ultima volta. Per lui erano tutto ciò che restava di bello in quella terra maledetta e benedetta. Non aveva finito. Li tirò a sé. Divennero un solo corpo.
Sapeva di dover dire la cosa più importante. Lui, l'ultimo custode di un sogno che si rifiuta di morire. Le parole che avrebbero potuto salvare non solo la partita, ma l'onore. Prese un respiro, abbracciò il coraggio – e forse, per la prima volta in mesi, si sentì davvero libero.
"Noi rappresentiamo l'unica cosa legittima in questo paese: il calcio. Non giochiamo per le tribune ufficiali piene di delinquenti in uniforme, ma per il popolo. Non difendiamo la dittatura, ma la libertà."
In quelle parole c'è tutto: l'Argentina intera, con le sue contraddizioni e la sua grandezza.
Poi senza dire null’altro, dopo l’ultimo tiro di sigaretta e una sistemata al colletto della giacca, Menotti seguì i suoi ragazzi verso la storia.
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