
Fiorentina-Hellas Verona 1-2, Considerazioni Sparse
Il Verona bissa il successo contro l'Atalanta e molla la Fiorentina sola all'ultimo posto.
Anche se la retorica di guerra non dovrebbe esser usata (e soprattutto abusata) nelle cronache sportive, prima ancora che Fiorentina-Verona iniziasse a qualche appassionato di storia moderna poteva facilmente venire in mente, a proposito di questa gara, quell'improvvisata frase celebre di Winston Churchill, pronunciata poco dopo la seconda battaglia di El-Alamein: "Non è la fine. Non è neanche l'inizio della fine. Ma è, forse, è la fine dell'inizio". Per una delle due squadre in campo questa partita avrebbe potuto segnare la fine dell'inizio, il freno alla crisi da fanalino di coda del campionato, l'avvio di una nuova, difficile fase della lotta salvezza. Ebbene, contro pronostico ma forse nemmeno troppo, questa squadra non è la Fiorentina, ma è l'Hellas Verona.
Il secondo successo consecutivo dell'Hellas di Zanetti non è infondato e non è immeritato: i veneti sono stati essenzialmente più puntuali, freddi e precisi dei padroni di casa nei momenti cruciali della partita, soprattutto nella ripresa e nonostante il momentaneo, sfortunato pareggio subito. La determinazione degli scaligeri sembra davvero esser stata la loro arma in più rispetto ai viola, che si potrebbe sintetizzare nell'insistenza di un inesauribile Bernede sull'andar a prendere appena prima della linea di fondo la palla dell'1-2, opposta tra le altre all'incertezza di Gudmundsson, durante una sua corsa in solitaria verso la porta di Montipò quando il punteggio era sulla parità, tra il calciare e il servire Kean: Bella-Kotchap finirà per murare il tardivo tentativo di assist facendo svanire l'occasione del vantaggio.
Vanoli, nonostante il fugace abbozzo di difesa a quattro visto nel finale della vittoria contro la Dynamo Kiyv, in questa gara riparte dal 3-5-2 più canonico dove l'unico sostanziale cambiamento è stato la scelta di riconfermare Comuzzo al centro della difesa, al posto dell'opacissimo Pablo Marì. Tuttavia, le indicazioni tattiche per i viola sono decisamente più proattive rispetto al solito: la parola d'ordine è apparsa da subito essere "bisogna fare la partita". L'Hellas risponde a specchio nella disposizione, con Zanetti, a caccia di continuità dopo il sorprendente 3-1 rifilato all'Atalanta, che conferma ancora Mosquera al posto di Orban come partner offensivo per Giovane, cercando di giocare soprattutto sulle ripartenze (sempre pericolose per una Fiorentina oramai poco abituata ad alzare il proprio baricentro). Beffardamente, sarà proprio Orban prima a sbloccare poi a decidere la partita in favore degli scaligeri, dopo esser subentrato a Giovane al 35' causa infortunio.
I viola riescono ad approcciarsi alla partita in maniera molto più propositiva rispetto al solito, quasi a voler far capire di esser finalmente consapevoli della loro disperata situazione di classifica. Squadra più alta, con più variabili nella costruzione della manovra, capace di alternare la verticalità sull'asse Fagioli-Kean a buoni sviluppi posizionali, soprattutto per il ritmo che Parisi mette sulla corsia di sinistra. Ma la compagine di Vanoli pecca in tante situazioni di imprecisione e scarsa lucidità: ad esempio, se Kean per tutti i 90 minuti sarà dominante nei duelli con Nelsson (le fortune difensive degli ospiti passeranno soprattutto dai recuperi del già citato Bella-Kotchap), la mira dell'attaccante vercellese sarà sempre più che rivedibile, anche ma non solo per meriti di Montipò. Ancora, fatali saranno anche le distrazioni difensive per gli uomini di Vanoli: nello specifico, l'amnesia generale sul momentaneo 0-1 tra mancanza di coperture, preventive saltate (Ranieri) ed errori di posizione (De Gea, sempre più irriconoscibile), un pacchetto di situazioni che finirà per pesare tantissimo nell'economia della gara.
Alla ripresa del gioco dopo l'intervallo, i viola nonostante la sberla dello svantaggio ripartono nuovamente forte, ma in avvio con Ranieri pareggiano solo il conto dei legni: traversa da pochi passi, dopo quella in avvio di gara targata Bernede (tra le altre, l'uomo che l'anno scorso freddò la Fiorentina nei minuti di recupero al Bentegodi). Gli sforzi crescenti di Kean e compagni nel rimettere la partita in carreggiata trovano realizzazione - dopo una grazia ricevuta sempre dall'onnipresente Orban, impreciso di testa su contropiede - solo con la rocambolesca autorete Unai Núñez (pallone che sbatte addosso al difensore dopo il tiro di Kean respinto da Montipò), per permettere finalmente un tentativo di assalto ai tre punti nell'ultimo quarto di gara. Invece, è ancora Orban, in pieno recupero, ad affossare una Fiorentina colpevole di aver perso, in un frangente decisivo, il giusto mordente per quell'attimo passato a chiamare una palla sul fondo che non è mai uscita. L'ennesima imprecisione, distrazione, fatale per quanto breve, dentro quella che forse è stata, significativamente, una delle migliori prestazioni stagionali dei gigliati. Il Verona doppia i toscani e prova a mettere nel mirino il quartultimo posto del Parma, ora distante solo 2 lunghezze. Per la Fiorentina, la cui distanza dalla salvezza è ormai maggiore dei punti da lei raccolti in campionato, questa sconfitta rischia davvero di suonare come l'atto di resa, già a dicembre, addirittura della permanenza in Serie A.
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