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Torino Vagnati
, 12 Dicembre 2025

A Vagnati è mancato il coraggio


Il matrimonio con Cairo era di convenienza, ma non è convenuto a nessuno. Men che meno al Torino.

Stavo scrivendo un altro pezzo.

Un pezzo in cui raccontavo quanto sarebbe stato bello Daniele De Rossi alla guida del Torino, anziché doversi accontentare di una versione depressa di Baroni. O quanto mi sarebbe piaciuto vedere una vena gonfia, un barlume di animosità in una classifica piatta, qualcosa che mi ricordasse cos’è il Toro, cosa significasse correre un rischio.

Ero quasi alla fine, poi mi hanno avvisato di uno scossone: Cairo aveva appena messo alla porta il DS Vagnati per riportare in casa, o meglio nella sede milanese del Torino FC voluta dal presidente, Petrachi.

Primo pensiero? Cairo si conferma un furbacchione abilissimo a giocare coi sentimenti del popolo: capito che cambiare l’allenatore non faceva più presa per trovare un capro espiatorio, ecco l'escamotage del DS da lui fortemente voluto 5 anni prima. Sostituendolo, di fatto Cairo incolpa della sua gestione fallimentare un DS che, come ben sa chi bazzica in sede (sempre quella milanese), aveva le mani piuttosto legate dalle manìe accentratrici del presidentissimo. Al contempo, Cairo riprende Petrachi, uno con cui era entrato sì in conflitto, ma che da sempre è gradito alla tifoseria proprio per essersi schierato contro di lui.

Petrachi è un dirigente ambiguo, dalle esperienze non sempre confortanti, ma senza dubbio dotato di un occhio sensibile al talento: Urbano Cairo sa benissimo che, oltre a un parafulmine, gli serve tremendamente qualcuno che azzeccherà un paio di acquisti nel mercato invernale.

Secondo pensiero? La scelta di non puntare su De Rossi (pur sempre di quello stavo scrivendo, non è così un'ossessione...), in estate come a novembre, è emblematica della responsabilità maggiore di Vagnati. La mancanza di coraggio nel portare avanti una sua visione (a dispetto di quella di Papa Urbano) e nel prendersi rischi. E nel ruolo di DS, spiace per il povero Vagnati uscente, sono doti fondamentali.

Il Torino, sin da quando Vagnati è arrivato, è nella stessa medesima situazione di classifica: è un paziente allettato, sedato farmacologicamente, che non muore ma neanche può migliorare. Il medico che lo cura è sempre uno: Urbano Cairo, che decide dosaggi e terapie affinché l'ammalato non rischi la vita o la retrocessione, galleggi a metà classifica nel suo letto d’ospedale, ma non abbia le forze per tentare di fare qualcosa in più. Tipo alzarsi.

Il DS, in quell’ospedale, sarebbe un infermiere contrario al parere del primario, che provasse a cambiare le cose, le misure, assumersi una responsabilità. Questa è una cosa che Vagnati, negando ogni forma di giuramento di Ippocrate in salsa calcistica, non ha mai provato a fare.

Davide Vagnati arriva a Torino nel 2020, quando i granata sono reduci da una stagione disastrosa: risultati pessimi, squadra allo sbando, ambiente depresso. Petrachi era già uscito da tempo, era stato promosso a DS Bava senza reale potere operativo. Urbano Cairo svolge il ruolo sottotraccia: compreso in ritardo che non era situazione sostenibile, l’imprenditore alessandrino sceglie Vagnati, che stava lavorando alla Spal con budget davvero ridotti.

Lo annuncia dicendo che era stato colpito dalla sua abilità in una trattativa, che era il profilo giusto, giovane e ambizioso. Era indubbiamente il profilo giusto, ma il profilo giusto per Cairo: economicamente sostenibile, incline a seguire le direttive senza troppo discutere sulla linea societaria.

Vagnati arriva con grandi promesse, ma si trova da subito catapultato in ciò che è il Torino di Cairo: una società senza struttura, dove il presidente accentra tutto. Tocca barcamenarsi tra risorse limitate, progetti schizofrenici, scelte tecniche imposte.

Quel che Vagnati dovrebbe aver capito quasi subito è che non fu scelto per aver un direttore abile sul mercato, ma per avere un referente di mercato gestibile, un operativo ma senza peso politico: uno perfetto per questo Torino, una terra di mezzo, un non-luogo senza ambizione, né la dignità di fare un passo indietro.

Vagnati aveva due prospettive: vivacchiare in una situazione ibrida per convenienza oppure provare a guadagnarsi quel peso a suon di scelte, visioni, pretesa di autonomia. Per la seconda via, ci vorrebbe proprio ciò che a Vagnati è mancato: il cuor di leone. Il coraggio di andar contro alla voce del padrone, prendersi dei rischi, mettere in discussione ogni giorno la propria scrivania.

Se nel dicembre 2025 siamo a parlare di questo fallimento, è perché Vagnati quell'ardore non l’ha avuto. Non esiste una sola decisione presa dal DS che sia stata coraggiosa: si è tirato avanti tra prestiti con diritto di riscatto puntualmente non riscattati, favori ai procuratori, tentativi raffazzonati di galleggiamento su una linea sempre più vicina allo sprofondo.

Sprofondo che, inevitabilmente, arriva all’ennesima scelta sbagliata nell’ennesima stagione sbagliata: quella di scrivere una pagina di mercato fatta di plusvalenze redditizie in favore del presidente, quella di metterci un allenatore reduce da un'esperienza urticante che ancora non aveva digerito, esonerato da un altro presidente padrone del calcio italiano, che dorme in parlamento e licenzia falconieri.

Ma quanto avrebbe potuto fare peggio di così, De Rossi, al Torino? Un’estate fa, un mese fa, quando si è capito che Baroni non ha in mano questa squadra, non si è rischiato. Perché non si è puntato su un allenatore non certo perfetto, inesperto, ma quantomeno in grado di stimolare qualche vibrazione di orgoglio? Cosa aveva da perdere il Torino? Sarebbe stato così peggio di un Baroni che oggi annaspa a +4 dalla zona salvezza, con la peggior difesa del campionato?

Non ho la controprova dei risultati, ma sono abbastanza certo: De Rossi non avrebbe accettato di tenere il paziente a letto. Gli avrebbe chiesto di alzarsi, anche a brutto muso: magari il paziente sarebbe caduto, ma lo avrebbe aiutato a tirarsi su con tutto sé stesso. Rinunciare a rischiare sul nome di De Rossi, che era stato oggetto di ampie valutazioni, è stato solo l’ultimo penoso atto del matrimonio tra Cairo e Vagnati: un matrimonio di convenienza, tra due persone che volevano solo provare a salvarsi la faccia lavandosela con la mano dell’altro.

Di Vagnati si potrebbe ricordare l’incapacità: un DS che trasmuta il trio Buongiorno/Schuurs/Bremer in Coco/Maripan/Tameze non può dire di aver operato al meglio. Si potrebbe ricordare l’amore sconfinato per la plusvalenza: tassativo una o due cessioni pregiate l’anno, da Milinkovic-Savic a Ricci, da Lukic a Buongiorno, da Bellanova a Singo. Si potrebbero ricordare i numerosi bidoni: da Karamoh a Warming, da Pedersen a Salama, da Bayeye a Zima. Si potrebbero ricordare i diritti di riscatto non esercitati, l’addio a Belotti a parametro 0, il ritardo perenne nel trovare sul mercato soluzioni a cessioni già effettuate.

Più di tutto questo, ricorderemo però di Vagnati la codardia e la goffaggine nel mascherarla: quel “Ti difendo io da quella testa di cxxxo” detta a Juric in ritiro in un video maldestramente ripreso, dove non è difficile intuire chi fosse il destinatario di quell’epiteto. Vagnati e il suo Torino, considerato apertamente durante le interviste come un trampolino di lancio verso altre realtà; quel bene del Torino Fc che non ha mai messo davanti alla sua persona, alla cadrega, alla busta paga da prezzolato dipendente di un presidente che solo con gente come lui può lavorare.

Nessuno rimpiangerà Vagnati, così come nessuno si illude che Petrachi possa diventare l’infermiere che salverà la vita con un colpo di teatro. Qualcuno, addirittura, sta pensando che sarebbe meglio l’eutanasia: questo Torino, con la gestione di Urbano Cairo, ha perso ogni voglia di vivere.

  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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