
Cosa fa la mamma di Hermoso?
Gli insulti di Folorunsho smuovono poco perché li pronuncerebbero in tanti, ed è un problema.
Le frasi pronunciate da Folorunsho durante Cagliari-Roma verso Hermoso hanno generato polemiche, pronte però a svanire nel corso delle prossime giornate. Un’archiviazione che non fa scalpore semplicemente perché non crea un precedente che diverrà norma.
Non c’è bisogno nemmeno di dirlo come l’insulto verso le componenti familiari - fidanzate, mamme, sorelle, mogli (non azzardiamo omologhi al maschile perché sempre meglio far finta che omosessualità e pallone siano due universi unicamente paralleli...) - dell’avversario siano una calcificazione del codice comportamentale calcistico.
Echeggiano in ogni stadio, ogni domenica e a ogni latitudine di questo pianeta: figlio di puttana, concha de tu madre, motherfucker etc. L’elenco è talmente vasto che da noia star qui a ripeterle. L'Italia è un paese che ha inserito la prova tv per blasfemia: l’art. 61, comma 3 del regolamento prevede, infatti, che la prova tv possa essere usata "limitatamente ai fatti di condotta violenta o gravemente antisportiva o concernenti l’uso di espressione blasfema".
Spronare una divinità, invocare a sproposito l’Altissimo comporta una squalifica anche nel caso in cui l’arbitro non ha potuto ascoltare. Riprodurre una mentalità squisitamente patriarcale, però, secondo la quale la donna sia oggetto sessuale attraverso gesti, condotte, cori, frasi non ha dignità di essere oggetto di sanzione, seppur postuma alla partita.
Ridicolo vedere voci levarsi e capi cospargersi il capo di cenere - lo ha fatto anche Folorunsho nel post partita, ricordando che certe cose rimangono sul campo, quando magari tra lui ed Hermoso sì ma tra ciò che significano loro per gli spettatori e gli spettatori stessi no -, segni rossi sulle gote in segno di lotta alla violenza di genere nelle date circolettate sul calendario per ricordarci questo scopo, campagne mediatiche frutto del peggiore spirito ipocrita e poi non dare un segnale concreto e tangibile quando se ne ha l’occasione.
In molti, tifosi e appassionati, persone a cui sarà capitato di tirare calci a un pallone in una partita dopo gli anni delle medie, può aver usato frasi simili a quelle di Folorunsho - non con le modalità a Cagliari, ci auguriamo, ma in questo contesto è poco rilevante – senza che trovasse una persona che gli insegnasse il disvalore intrinseco dell’insulto, la sua putrida radice culturale e la sua non proferibilità.
Non è una questione di maleducazione ma è il sintomo di un atteggiamento e di un pensiero oggettivizzante nei confronti di una persona di altro genere, in questo caso quello femminile. Perché, dunque, non si formano gli educatori nella FIGC soprattutto culturalmente? Perché non gliene frega nulla a chi è seduto alle scrivanie che contano: lì, evidentemente, si ritiene l’offesa a Dio molto più grave che quella a una donna.
Davvero interessa culturalmente andare in senso opposto al pensiero secondo cui la donna rimane essere inferiore, così come qualunque altra forma di espressione altra da un'ordinaria eterosessualità? Ovvio che no! Comporterebbe una parificazione del calcio femminile a ogni livello - salariale, gestionale, mediatico; si necessiterebbe dover far parlare lo speaker di uno stadio durante una partita dei maschi lì dove venisse effettuato un coro misogino annunciando la sospensione della partita e/o la sconfitta a tavolino se reiterato.
E poi?
Davvero si vuole spegnere l’ardore adrenalinico di chi scende in campo per un insulto che, tutto sommato, lascia il tempo che trova? Si vorrebbe ridurre il calcio all'etichetta del tanto in voga tennis, dove la provocazione altrui al fine di generare una risposta machista e violenta verso chi sente violata la purezza della propria genitrice è paragonabile - lì sì, per davvero - a una bestemmia?
Più semplice indignarsi per un paio d'ore, in attesa che dai posticipi di Serie A l'attenzione si trascini a un qualunque Liverpool che arriva a San Siro senza Salah. Un segnale forte come una squalifica per situazioni simili a quelle di Folorunsho-Hermoso o l'esclusione da qualunque forma di attività sportiva per calciatori in attesa di giudizio o già processati per violenza, se non addirittura l’imposizione di un codice etico e comportamentale sin dalla scuola calcio, sarebbe sacrosanto. Ma sarebbe controculturale.
Cozzerebbe contro la quotidianità ancora dominante fatta di riconoscimento di due generi, di esclusione di ogni forma di educazione sentimentale negli edifici scolastici: si rischierebbe di dover riformulare un’intera grammatica, mutare il lessico e con essi il pensiero, si sfocerebbe nella teoria gender facendo riprodurre il woke! Dovremmo persino smettere di seguire "Chiamarsi Bomber", "Ne parliamo ar Club" (un saluto a entrambe) o simili che continuano a riproporre la sessualizzazione della donna - giornalista/tifosa/calciatrice che sia - come prassi per racimolare views suppletive o sponsorizzazioni...
(Voleva essere un paragrafo dai toni ironici, ma strappa solo il riso amaro dell'umorismo).
Che poi, in fondo, già che se ne scriva su Sportellate, un'associazione culturale qualsiasi, sfruttando la penna virtuale di un uomo qualsiasi, non ha nemmeno senso. Ciò che ne avrebbe è rendersi conto che questo modo di vivere il calcio fa schifo. Da Infantino all’ultimo campetto di periferia di bambini, dove i padri si menano come fabbri e i figli si insultano come bestie.
In ogni modo si cerchi di degradare a prassi indolore ciò che si è visto a Cagliari significa avallare ogni forma di violenza che accade quotidianamente. Folorunsho e tutto ciò che dice che la mamma di Hermoso gli avrebbe fatto poteva divenire cambiamento di rotta. Può ancora farlo, ma dovremo cambiare tutto. Dalla semantica fino al pensiero, passando per l’atteggiamento. Magari chi ci verrà dopo troverà un posto più sicuro.
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