
Da Galeone ad Allegri è cambiato il mondo
La presunta fedeltà di un allievo al maestro sempre riconosciuto.
Crediamo dunque nella nostra amicizia stellare
anche se, sulla terra, dovessimo essere nemici
[F. Nietzsche, La gaia scienza]
Nel minuto di silenzio in ricordo di Giovanni Galeone prima dell’imminente Milan-Roma, la telecamera gira su Massimiliano Allegri. La «formalità» del rito sembra non esser più così distante dal «sostanziale» tragico legato a una perdita personale – quel giorno se ne è andata una delle figure più importanti, forse quella decisiva, nella formazione calcistica e umana dell’allenatore livornese.
Quando la telecamera lo inquadra, Allegri sembra voler estraniarsi dal contesto circostante: una postura rigida, eretta; uno sguardo lucido, raccolto in un «solo punto». La rappresentazione plastica di un «dolore privato» impossibilitato a condividersi, che richiama alla mente un’immagine antica di contegno rispettoso di fronte all’enigma della morte.
Se ne è andato il «maestro», come Allegri appella più volte Galeone. Maestro non è però colui che «trasmette» dottrine, bensì colui che mostra la «via esistenziale» e spera che quella dimensione esemplare possa divenire il motore degli allievi o discepoli. In questo passaggio si cela la riconoscenza di Allegri verso Galeone: «Mi ha trasmesso non solo principi e concetti di calcio, ma un modo di vedere le cose che forse avevo dentro e che è riuscito a tirarmi fuori».
Se è vero, come dicevano gli antichi, che «O si è già qualcosa o non si diventa niente», la fortuna, poi, è quella di trovare nella vita «caratteri» umani che attivino (o riattivino) la propria singolare ricerca.
Da un punto di vista strettamente calcistico, i problemi da sciogliere sono molteplici. Il calcio di Galeone assumeva contorni ariosi, spumeggianti, alla ricerca della categoria del «bello» più che di quella dell’«utile»; quello di Allegri, soprattutto nell’ultimo quinquennio, tende verso una dimensione reattiva. In più, le dichiarazioni dell’allenatore livornese nella moderna guerra mediatica tra «risultatisti» e «giochisti» da cui è stato totalmente assorbito non possono che coinvolgere, alla fine, la storia del suo stesso «maestro».
È ormai divenuta quasi un «manifesto» la conferenza che chiude il primo ciclo alla Juventus: «Cosa vuol dire giocare bene? Io non l’ho ancora capito a 50 anni. Se qualcuno lo sa, me lo dica. Ci sono allenatori che vincono e altri che non vincono mai: cazzo, se uno non vince mai ci sarà un motivo». Una corrente all'apparenza opposta del «Forse non ho vinto tanto, ma non ho mai tradito il mio modo di vedere il calcio. E questo, per me, è una vittoria» rivendicato in eterno da Galeone - nel palmares figura soltanto la Serie B col «Pescara dei giovani» 1986/1987 (le promozioni totali di Galeone dalla B alla A sono 4)
Galeone rappresenta il «buco nero» della narrazione che Allegri sta costruendo negli ultimi anni. Come se questa vicinanza troppo stretta con il suo «maestro» rendesse equivoca, a un occhio esterno, la sua posizione. Allegri continua a definirsi, prima di ogni altra eredità calcistica, innanzitutto della «scuola di Galeone».
Ma il discepolo più fedele non è colui che ripete pedissequamente la «Lettera», ma quello che ne comprende e afferra lo «Spirito».
Cosa è rimasto dell'eredità di Galeone?
Per comprendere quale è il lascito di Giovanni Galeone non possiamo che partire dal Pescara, e soprattutto dalla città di Pescara. Come raccontato in «Poveri ma belli» di Lucio Biancatelli, nella prima promozione in Serie A (quella del 1986/87 – anche se è nella seconda, quella del 1991/92, che incontrerà il «figlioccio» Allegri) si costituì una fusione Culturale col luogo. Un Pescara che si apriva al mondo partendo dalla propria irriducibile autonomia e che ritrovava nel calcio d’attacco di Galeone il biglietto da visita da mostrare all’Italia intera: la dimensione calcistica che nel «Simbolo» si fa portatrice di qualcosa che la trascende.
Quel calcio d’attacco di Galeone assumeva contorni mitici, metteva in discussione alcuni paradigmi «conservativi» del calcio italiano ormai consolidati. «Amava l’estetica, la bellezza. Il suo calcio rispecchiava la sua persona, che cercava continuamente il bello», lo racconta Marco Giampaolo.
Ma il calcio di Galeone era tutt’altro che schemi o movimenti codificati. Il suo Pescara non guardava ad un futuro che avrebbe reso il calcio sempre più legato a una «occupazione logica degli spazi»: era sì avanti, ma con uno sguardo mai «futurista» o ciecamente progressista.
Un «antischematismo» che si rispecchiava anche nella postura esistenziale (da più parti Galeone è stato definito come un allenatore «esistenzialista»), fuori da modelli predefiniti e fuori da quel processo di disciplinamento spesso solo «formale» che dettava la linea alla Società ed al calcio dell’epoca: «Era un po' bohemien. Amava godersi la vita e nel nostro ambiente, allora molto serioso, era una mosca bianca. Capitava che il presidente lo cercasse e lui era a pesca. Però capiva molto di pallone, era avanti nell'atteggiamento».
Galeone ereditò l’innovativa difesa a zona dal precedente allenatore Enrico Catuzzi, donandole una postura e un’interpretazione differenti. La «zona», in Galeone, non aveva come sua prima finalità quella di dare «ordine» o «simmetria» nel campo di gioco: l'obiettivo era salvare e curare l’individualità, la «giocata geniale», al contrario dell’insofferenza di tanti altri mister che germoglieranno nella Serie A degli anni ’90, verso posizioni ibride, imprevedibili, necessariamente «equivoche» dei giocatori più talentuosi.
Il fine ultimo non era la costruzione di una «struttura» rigida. Al contrario, l’organizzazione doveva costituire il motore dell’«atto creativo», anche a costo di «sformarsi» o disordinarsi. In un'intervista del 1993 alla rivista «Vario», Galeone sintetizzava in poche battute come si dovessero integrare, in questo nuovo modo di giocare, il singolo e il collettivo: «Il modo in cui i giocatori, pur partecipando e integrandosi in un collettivo, tirano fuori l'estro individuale, rischiando magari qualche fischio, tentino una genialità nella distribuzione nel gioco».
Questo è il motivo per cui Galeone e Sacchi, pur vicini nella comune rivoluzione della «difesa a zona» così come nell’urgenza di introdurre in Italia una mentalità non più solamente speculativa, costituiscano, poi, due vie molto differenti di giocare un calcio offensivo. Una distanza ben sottolineata da Gianluca Gaudenzi, uno dei pochi allenato da entrambi: «Sacchi era un allenatore straordinario ma il suo modulo era un 4-4-2 schematico, aveva portato alla ribalta il terzino che partiva e il mediano che tornava con incroci particolari, e il pressing asfissiante, mentre quello di Galeone era più un calcio fatto di ripartenze velocissime».
Se il calcio di Sacchi guardava al futuro, in direzione di una maggiore «razionalizzazione» (pensiamo ai racconti dei calciatori di allenamenti asfissianti per giungere al «sincronismo collettivo»), quello di Galeone costituiva piuttosto una via quasi personale (o anche «esistenziale») di pensare un calcio d’attacco organizzato che rompesse con la speculazione e l’estrema rigidità della «marcatura a uomo» e che conservasse nella creatività dei Singoli la radice ultima della sua attuazione.
Era assente, nei gruppi guidati da Galeone, una dinamica di «controllo totale» dall’alto. Sia da un punto di vista prettamente calcistico che da quello umano, doveva essere lasciato un ampio margine per la libertà (o per l’esistenza), non intesa contraria alla disciplina. Con le parole di Felice Mancini, tra i più giovani di quel Pescara, «la forza di quel gruppo era che Galeone ci ha lasciati tutti tranquilli. Non ci dava pressione. Ci responsabilizzava».
Così anche in campo, di riflesso, pur all’interno di una forma organizzata, Galeone insisteva sulla necessità di dribblare, di creare superiorità numerica: per questo era affascinato, innanzitutto esteticamente, da giocatori che oggi definiremmo «anarchici». L’ala destra Rocco Pagano, che esplose proprio con il mister, definito da Paolo Maldini «uno degli avversari più difficili da marcare»; il geniale slavo Blaž Slišković, determinante nella salvezza in Serie A del Pescara 1987/ 88 - «Quando ha il pallone tra i piedi fa solo passaggi determinanti. A lui le cose interlocutorie non piacciono», dirà di lui Galeone.
Uno degli altri cavalli di battaglia di Galeone era la pulizia tecnica. Come ricorda Bergodi, altro giocatore storico di quel Pescara divenuto poi allenatore: «In allenamento le esercitazioni erano sempre basate sul possesso e sulla crescita tecnica: Galeone non voleva che commettessimo errori dal punto di vista della tecnica individuale».
Già qui, si possono evidenziare elementi di continuità con Allegri. Il livornese ha insistito molto negli ultimi anni sulla critica a una tendenza calcistica «razionalizzante» o «schematizzante» (che in Allegri è caricata a tal punto da rischiare di divenire «ideologica») e quindi sulla necessità di ritornare alle «basi» di questo sport: il lavoro sulla tecnica e sulla tattica individuali.
Notato accuratamente dall'attuale DS della Roma Ricky Massara, ciò che colpiva di Galeone era «la sua capacità di leggere e interpretare le partite: era in grado nell’intervallo di sintetizzare al meglio le difficoltà e trovare le chiavi giuste per capovolgere le situazioni». Forse è stata questa anche una delle maggiori qualità riconosciute ad Allegri, soprattutto nel primo ciclo alla Juventus – la capacità di leggere l’andamento della gara, di coglierne i suoi «differenti momenti».
Riuscire ad individuare di volta in volta come agire in situazioni differenti rientra nel campo dell’intuizione estemporanea: è difficilmente allenabile. Forse è questo ciò a cui si riferisce Allegri quando parla del «mestiere» dell’allenatore in contrasto all’«eccessivo teoreticismo» – anche allenare richiede uno specifico talento che si sottrae a una dimensione solamente pedagogica.
In un tempo che sembra lontanissimo, anche Allegri, nelle prime stagioni in A alla guida del Cagliari (2008-10), poteva forse essere definito un «Galeoniano» per il modo di giocare della sua squadra. L’allenatore di Livorno, infatti, conseguì la «Panchina d’oro» nel 2008/09 grazie a un gioco coraggioso, fondato sulla ricerca di una risalita tecnica e veloce del campo. «Io credo in un calcio equilibrato ma offensivo, da giocare con coraggio e — diciamolo — divertendosi» afferma in un’intervista per Gazzetta che sembra appartenere ad un’altra era geologica.
Riferendosi al pareggio per 1-1 contro l’Inter di Mourinho commentò così la prestazione dei suoi: «Dico alla squadra "Se davanti sono in tanti, vuol dire che dietro sono in pochi, dunque si va all'attacco"». Silvio Berlusconi, quando lo presentò al Milan per la stagione 2010/11, poteva esprimersi senza passare per fesso in questi termini: «Bisogna essere padroni del gioco e padroni del campo. Un Milan sempre offensivo».
Il rapporto Allegri-Berlusconi si incrina rapidamente, per l’accantonamento di giocatori come Ronaldinho o Pirlo (celebre il «No el capisse un casso» prima di un Milan-Barcellona) e per un graduale arretramento nelle posizioni di Allegri. Il mister stesso, a distanza di decenni, ci tiene a sottolineare come buona parte del merito della vittoria dello scudetto con il Milan nella stagione 2010/11 fosse dovuta all’intuizione dei «tre mediani».
Allegri, fino alla conclusione del primo ciclo alla Juventus, pur abbandonando uno stile calcistico strettamente «Galeoniano», ha conservato un pragmatismo lucido, una gestione del gruppo elastica e flessibile che ancora, nelle sue fasi migliori, puntava, da un punto di vista offensivo, sull’associazione tecnica dei suoi giocatori migliori – esemplificativa l'azione che porta allo 0-1 di Higuain contro il Monaco nella semifinale di Champions 2016/17.
Nel secondo ciclo alla Juventus (2021-24) sembrano esplodere le contraddizioni di cui già si vedevano gli embrioni nella lunga coda del primo ciclo. Si apre una nuova fase per l’allenatore livornese, in cui la critica ad una «Cultura del calcolo» sembra divenire un dogma senza sbocchi e non finalizzato più, soprattutto (come in Galeone), alla messa a frutto della creatività dei Singoli.
La Juventus cambia moltissimi giocatori (per rimanere solo al reparto offensivo – Dybala, Morata, Kean, Vlahovic, Milik, Chiesa, Di Maria, i più giovani Yıldız e Soulé), ma sembra esistere per un unico modo di giocare a calcio: reattiva, dal blocco basso, punta ad attaccare gli avversari esclusivamente in transizione e spazi larghi. Non sono più dunque i calciatori a definire le associazioni e le «forme» della squadra ma, al contrario, è l’idea sempre più indirizzata «dall’alto» a fissare le funzioni, sempre più rigide, dei Singoli.
Ciò che è mancato nel triennio è stato soprattutto quel lavoro di cura per la giocata tecnica, per il gesto creativo: il far sì che la squadra, alla «Galeoniana» maniera, possa essere funzionale all’imprevedibilità del Singolo. Nonostante Allegri continui ancora oggi a ripetere «Il calcio è arte e la gente viene allo stadio per vedere i gesti tecnici», la sua Juventus sembrava piuttosto che desiderasse giocare delle partite senza eventi significativi.
Ma allora, ribaltando la questione, rispetto alla tecnicamente povera Juve, non vi è stata forse la possibilità di ammirare molti più «gesti tecnici» in squadre dalla struttura più consolidata, «razionale»? Se Allegri si è sempre più discostato dalla «lettera» di Galeone, si può comunque sostenere che gli è rimasto fedele «in spirito»? E quanto in questo complesso passaggio, in questa «cattiva eredità», hanno influito i cambiamenti Culturali e calcistici che ci sono stati negli ultimi trent’anni?
Il discorso ruota attorno a quel processo di «razionalizzazione» che è divenuto via via sempre più incalzante. Dagli anni ’90 in poi potremmo dire che, pur con tutte le variazioni che vi saranno, ha vinto il modello Sacchi sul modello Galeone, almeno per ciò che riguarda la postura delle squadre che vogliono essere dominanti. Si è dimostrato più efficace un modello che, analizzando posizioni e spazi, costruiva «strutture» al fine di creare problemi «geometrici» agli avversari. Al contrario, un calcio offensivo meno vincolante, asimmetrico, disordinato, sembrava lentamente volgere al tramonto.
Dopo un processo così avanzato di razionalizzazione, come si può ridonare valore alla creatività e alle intuizioni dei Singoli? Come si può ridonare linfa a un calcio legato alle associazioni tecniche, anche a costo di disordinarsi e rompere le «strutture»? Per compiere questo passaggio avremmo bisogno di un’operazione di «deskilling», «superare» la modernità dopo esservi passati «dentro»?
Densa di spunti è la conversazione tra Dario Pergolizzi, allenatore e video analyst, e Antonio Gagliardi (collaboratore, tra gli altri, dello staff tecnico dell’Italia di Mancini), sulla nascente questione tra calcio posizionale e calcio relazionale nell'epoca contemporanea. Argomenta Pergolizzi come il «calcio posizionale» (occupazione razionale di posizioni e spazi al fine di disordinare le «strutture difensive» avversarie) rispondeva a una penuria di gesti creativi: «Nella maggior parte dei casi c’era un gioco insufficiente a livello offensivo, anche nelle grandi squadre. Quello che ha portato il gioco di posizione ci ha portato a vedere giocatori di alto livello che potevano avere il pallone tante volte, potevano provare la giocata più volte».
In questo «sistema», continua Gagliardi, pur nella costante ricerca di una maggiore fluidità, si dà infine priorità alla «struttura», che non può che costruire anche dei «vincoli». Il talento offensivo viene sì liberato, soprattutto da un punto di vista quantitativo, ma i calciatori rimangono alle dipendenze di quest’armonia già «costituita».
Questo «modello posizionale» è stato terribilmente efficace per almeno un decennio, ma questo successo ha portato anche a una sempre più insistente ricerca di «contro-soluzioni». Così, da fine anni '10, il «ritorno a difendere sui riferimenti e non più sul reparto» è ciò che ha messo maggiormente in crisi il modello: il «calcio posizionale» si baserebbe su un’occupazione geometrica per far vacillare la «struttura spaziale» avversaria; se gli avversari si disordinano volontariamente, gli spazi da trovare, secondo una nota conferenza di Spalletti, «non sono più tra le linee, ma tra gli uomini». Diviene molto più difficile creare «strutture» che si approssimino al geometrico in un contesto spaziale assente di «linee corrette».
È in questa necessità di «giocare attraverso, dentro i corpi» che il modello relazionale, di cui il Fluminense di Diniz è stato uno dei più straordinari modelli, ha cominciato a svilupparsi. Al centro del «calcio relazionale» vi sono strutture mobili, forme disordinate e asimmetriche, che tentano di trovare soluzioni in base al mutare degli assetti avversari.
Decisiva è la capacità di riconoscere nel «momento» lo spazio da attaccare fino al punto di poter ammassare i giocatori in un ristretto lato del campo per superare, soprattutto grazie a un’associazione tecnica, i «corpi» avversari.
Queste sono evidentemente differenze schematiche: nello sviluppo del gioco, questi due modelli non possono che necessariamente contaminarsi. Galeone si può forse considerare più vicino al «calcio relazionale», fondato sull’associazione tecnica tra i calciatori talentuosi e su una ricerca intuitiva degli spazi.
Roberto Bosco, autore dello storico gol promozione del Pescara contro il Parma, descrive bene questa dinamica: «Io e Rocco (Pagano) quell’anno lì sulla fascia destra ci capivamo al volo. Lui si allargava, mi creava spazi e io entravo. Erano quei movimenti che ti venivano naturali». Tuttavia, il contesto Culturale e calcistico che girava attorno a Galeone è totalmente differente da quello contemporaneo. Ciò significa che se il «calcio relazionale» di cui parliamo adesso è dovuto passare attraverso la modernità calcistica, quello di Galeone, invece, si stagliava solamente all’inizio di quel lungo ed inarrestabile processo di «razionalizzazione».
Cambia un mondo e cambiano anche le possibilità: oggi si può essere «eredi» di Galeone in modalità necessariamente infedeli. Si può essere eredi anche concedendo a Luka Modric piena libertà di smarcamento a seconda della pressione avversaria, concedendo a Rabiot e Pulisic di condursi la palla quasi addosso per saltare una linea, concedendo a Saelemaekers di rinunciare alla copertura in ampiezza per tagliare verso l'interno.
Nel momento in cui Allegri affronta il tema della bellezza dei «gesti tecnici», della necessità di costruire relazioni spontanee tra i calciatori, si richiama ancora evidentemente al suo maestro. Ma poi, nella pratica, si è trovato di fronte ad un contesto differente in cui la modalità più efficace per far risplendere i Singoli sembrava essere quella di costruire attorno a loro Strutture più o meno vincolanti. Di conseguenza, soprattutto nel suo ultimo ciclo alla Juventus, all’impossibilità di ritornare a un’origine creativa «pre-schematica» ha risposto con uno «schematismo» di segno opposto legato, cioè, ad un modo di giocare reattivo con funzioni sempre più rigide.
Insomma, l’allenatore livornese sicuramente ci ha messo del proprio nel suo essere «infedele» rispetto al maestro (pensiamo anche a Giampaolo e Gasperini, che hanno sviluppato l’eredità di Galeone in termini molto differenti) ma non si può, tuttavia, prescindere dalla cesura segnata dal passaggio d’epoca. Nel 2025, non possiamo che chiederci come Galeone avrebbe potuto rideclinare quel calcio propositivo nella nuova modernità calcistica. Sarebbe rimasto affascinato da questo modello di «calcio relazionale»? In quali forme avrebbe ricercato l’origine dell’atto creativo all’interno di questo frenetico processo di «razionalizzazione»?
Allegri gli è stato in parte «infedele», almeno calcisticamente. Chissà se, e come, Galeone avrebbe potuto restare «fedele», in questa nuova epoca, a sé stesso.
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