
Milan-Lazio, 30 novembre 1952
Robinson sfida l'America, Buffon e Nordahl illuminano il Milan.
"Madeleine de Proust (a volte anche sindrome di Proust) è un termine francese che può designare nella vita quotidiana un oggetto, un gesto, un colore e in particolare un sapore o un profumo, che evocano in noi ricordi del passato. Il termine deriva dalla madeleine, un dolce tipico francese che ha questo ruolo significativo per il narratore di Alla ricerca del tempo perduto in Dalla parte di Swann, il primo volume del romanzo di Marcel Proust". (Wikipedia)
Per ogni giornata di Serie A, la coincidenza cronologica con una sfida del passato riapre i cassetti della memoria calcistica. Questa è "Madeleine", ossia annodare nuovamente il filo che lega la storia del campionato italiano di calcio.
Se chiudiamo gli occhi possiamo immaginarla, l’Italia di quel pomeriggio: un Paese che corre verso il futuro, verso quel “Miracolo Economico” pronto a esplodere. Allo stesso tempo, la Penisola si interroga sul suo passato, ancora troppo recente. L’Italia del 1952 è un Paese giovanissimo nel senso più letterale: l’età media è di 32 anni.
A fine gennaio Urss e Giappone votano contro il nostro ingresso nell’assemblea dell’ONU. E all’inizio di febbraio, l’intransigente anticomunista Scelba vara la legge che vieta la riorganizzazione del Partito Nazionale Fascista. A settembre, invece, va in onda per la prima volta il TG1: la televisione inizia a entrare nelle case degli italiani.
Dieci giorni prima della partita, il 20 novembre, a Napoli, si è spento Benedetto Croce. Con lui se n’è andato il “filosofo della libertà”, l’uomo che aveva tenuto accesa la lanterna della ragione nel buio del ventennio.
Le pagine dei giornali nelle ore precedenti la partita di San Siro hanno come argomento principale la mobilitazione del PCI contro la cosiddetta “Legge Truffa”. Il sistema elettorale, pensato dalla DC di De Gasperi, prevedeva un premio di maggioranza estremamente impattante: il 65% dei seggi della Camera (380 deputati) sarebbero andati alla lista o al gruppo di liste che avesse superato il 50% dei voti validi.
La battaglia parlamentare, capeggiata da comunisti e socialisti, fu aspra e si protrasse per diverso tempo. Le motivazioni di Pietro Ingrao, allora direttore de L’Unità, ne riassumono il senso: "Avvertimmo pesantemente che combattevamo non per qualche deputato in più o in meno, ma sul volto e i poteri dei partiti e del Parlamento (…). Lo facemmo trascinati da due impulsi: la memoria tragica di ciò che aveva significato per l’Italia e per l’Europa prima la crisi, e poi il soffocamento di quelle forme politiche, e la coscienza sofferta, dolorosamente maturata del valore che la democrazia politica aveva nel processo di emancipazione”

L’Italia raccontata dal neorealismo di Vittorio De Sica
Nel 1952, il film più visto nelle sale è Umberto D. di Vittorio De Sica. In quel clima di transizione, il cinema diventa specchio spietato delle contraddizioni italiane. Neorealismo in purezza, capace però di far infuriare Giulio Andreotti – allora Sottosegretario allo Spettacolo – che temeva un’immagine dell’Italia troppo cupa: “Se nel mondo si sarà indotti a ritenere che quella di Umberto D. è l’Italia della metà del XX secolo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla patria…”.
Il film racconta Umberto, pensionato solo e indigente che fatica a pagare l’affitto e rischia lo sfratto di una padrona senza scrupoli. Trova conforto solo nella giovane domestica Maria e nel cane Flaik. Dopo un ricovero in ospedale, scopre che la proprietaria di casa vuole cacciarlo definitivamente e che Flaik è scappato; lo ritrova al canile, appena in tempo. Umberto tenta persino di chiedere l’elemosina e, disperato, arriva a pensare al suicidio portando con sé il cane. Sarà proprio Flaik, sottraendosi al pericolo e correndogli incontro, a restituirgli un motivo per andare avanti.
Jackie Robinson e la sua lotta contro il razzismo
Mentre a San Siro ci si prepara per l’incontro, in America qualcuno sta usando lo sport per provare a cambiare il mondo. Jackie Robinson, come spesso faceva, prende il coraggio a due mani e prova a rendere il suo Paese più civile. Robinson è il primo giocatore afroamericano ad abbattere la segregazione nel baseball professionistico, esordendo nel 1947 con i Brooklyn Dodgers.
Jackie era un atleta straordinario, capace di unire intelligenza tattica e forza fisica. Ma la sua grandezza andava ben oltre lo sport: sopportando insulti, minacce e discriminazioni senza reazioni violente, divenne un simbolo della lotta per i diritti civili, ricordando che talento e soprattutto dignità umana non hanno colore.
In diretta nella trasmissione Youth Wants to Know della NBC, proprio il 30 novembre 1952, Robinson accusò la dirigenza dei New York Yankees di una discriminazione sistemica che continuava a tenere fuori gli afroamericani. Non era un gesto impulsivo, ma la denuncia lucida e coraggiosa di un uomo che, anche fuori dal diamante, stava aprendo passo dopo passo la strada all’integrazione nello sport e nella società americana.
Milan-Lazio 3-1
San Siro si riempie. Circa 40.000 spettatori sciamano verso lo stadio in quella domenica, fredda, di fine novembre. I padroni di casa hanno mantenuto la struttura della squadra che ha riportato lo scudetto sulla sponda rossonera del Naviglio nel 1951, ma il 1952/53 prevede un sostanziale cambio: al posto del tecnico dello scudetto Lajos Czeizler, c’è Mario Sperone, scudettato a Torino nel 1948.
Per il resto è una squadra forgiata e plasmato sul mitico trio Gren-Nordahl-Liedholm, il GreNoLi. Gunnar Gren il "Professore", Gunnar Nordahl il "Pompierone", Nils Liedholm la "Stella venuta dal nord". Nella stagione che sarà del 4° scudetto, i gol di Nordahl sono 34: al termine dell'esperienza rossonera dello svedese, saranno 210 in campionato su 257 partite, tali da renderlo ancora oggi il miglior cannoniere ogni epoca del Diavolo.

La Lazio, un po' a sorpresa, arriva allo scontro di San Siro, avanti al Milan, 14 punti contro 13. Le prestazioni biancocelesti si inseriscono nella scia del campionato positivo precedente, che ha visto i biancocelesti inerpicarsi fino al 4° posto a pari merito con la Fiorentina. In panchina c’è Bigogno, per tutti Lord Brummel data l'eleganza nel vestire, ex mister proprio dei rossoneri.
MILAN: Buffon, Silvestri, Zagatti, Annovazzi, Pedroni, Celio (I), Burini, Gren, Nordahl (III), Liedholm, Frignani. All. Sperone.
LAZIO: Sentimenti (IV), Antonazzi, Furiassi, Alzani, Sentimenti (V), Bergamo, Bettolini, Bredesen, Antoniotti, Larsen, Puccinelli. All. Bigogno.
Arbitro: Bellè di Venezia.
Marcatori: 17' Burini, 18' Gren, 49' Nordahl (III), 88' Bredesen.
Milan-Lazio, la partita
Il Milan sistema la pratica in poco meno di venti minuti: travolge la Lazio con un 3-1 che sta persino stretto. I romani, per arginare il centrocampo milanista, ha alzato Antonazzi a centrocampo: lo spostamento apre però praterie per i terzini rossoneri, che riescono a sfruttare l’ampiezza per creare occasioni da gol a ripetizione. Antonazzi, il povero Antonazzi, è spesso isolato contro il GreNoLi: sportivamente, una tragedia.
Già prima dei due gol in rapida successione che indirizzano la partita, la Lazio fatica a reagire a ogni incursione milanista. Burini, autore del primo gol al volo su traversone di Frignani, e lo stesso Amleto carpigiano - suo l'assist anche per il raddoppio di Gren - sono un incubo per la retroguardia laziale.
Prima di incassare la terza rete, sono i legni a salvare i biancocelesti su una botta di Nordahl e su un’altra di Frignani. Questione di tempo, prima del 3-0, soltanto questione di tempo. A inizio ripresa Nordahl, insacca da posizione ravvicinata dopo un pasticcio dei due Sentimenti. È la qualità degli interpreti offensivi a fare la differenza.
Da registrare anche, purtroppo, il serio infortunio dell'attaccante laziale Bettolini, colpito al fianco in un contrasto involontario con Zagatti: uscito dal campo sorretto dai compagni, è portato in ospedale. Un brutto colpo al fegato per lui. Il gol biancoceleste, un colpo di testa di Bredesen su cross di Puccinelli a due minuti dalla fine, è il proverbiale “gol della bandiera”.
Un omaggio a Lorenzo Buffon
Il 25 novembre 2025 se n'è andato Lorenzo Buffon, a pochi giorni dal compiere 96 anni. Quel pomeriggio del novembre 1952, era lui a difesa dei pali rossoneri. Lo chiamavano Tenaglia: molta concretezza, poco spazio allo spettacolo, almeno quando era tra i pali.
Veniva dalle colline friulane di Susans. La storia del primo provino per una squadra racconta tutto: si presentò con scarpe da ginnastica sfondate, mentre il rivale sfoggiava tacchetti nuovi comprati nel negozio del padre. Scelsero l'altro.
Quando hai talento, però, il destino in qualche modo arriva.
A Milano vinse 5 scudetti, il primo nel 1951 dopo 44 anni di attesa rossonera. Quello scudetto lo trasformò: da professionista divenne tifoso, per sempre. Anche quando nel 1959 il club lo scambiò con Giorgio Ghezzi, l'altro grande portiere di quegli anni, suo rivale in campo e nella vita. Lorenzo si ritrova prima a Genova, poi addirittura all'Inter.
Con Ghezzi condivise molto: Milano, le porte delle due squadre, persino l'amore per Edy Campagnoli, la valletta più famosa della televisione italiana. Quando nel 1958 Lorenzo la sposò, Milano si fermò. Fu il primo connubio tra calcio e televisione, l'inizio di una lunga serie di matrimoni glamour nella storia del calcio italiano.
In Nazionale giocò solo 15 volte, sempre nell'ombra di Ghezzi. Quello che doveva essere il suo momento, il Mondiale 1962 in Cile nel quale indossò la fascia di capitano, fu un disastro. Nonostante tutto, Yashin volle conoscerlo; Zamora ne parlò come di un fenomeno. In occasione del 75° anniversario della federazione irlandese, nella sfida organizzata nel 1955 tra una selezione in rappresentanza del meglio del calcio europeo contro la Gran Bretagna, è lui il portiere eletto, accanto a leggende come Kopa e Matthews.
Finita la carriera, Buffon tornò a Latisana, dove era cresciuto. Lì si dedicò alla pittura fino agli ultimi giorni: paesaggi, fiori, volti. Da bambino giocava in attacco, ma il parroco dell'oratorio, dopo aver ricevuto in dono una Madonna dipinta da lui, gli disse di fare il portiere. Quelle mani servivano per cose più importanti che correre sulla fascia. Aveva ragione.
Con quelle mani Lorenzo ha fermato palloni e creato bellezza con la sua passione per la pittura. Un'arte genuina. Ferro e piuma. Un ossimoro che ha lasciato il segno.
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