Logo sportellate
Maradona Gimnasia
, 25 Novembre 2025

Volevo solo farmi amare


L'esperienza di Diego Armando Maradona sulla panchina del Gimnasia La Plata.

Il soggiorno, tipico di un country, è dominato da una grossa televisione. Tutto intorno, a dare un senso di vissuto allo scenario, che sennò sarebbe troppo nuovo e opulento, ci sono fotografie e mobili che si affacciano da dietro la sagoma della persona che abita quell’ambiente.

È un uomo i cui circa 60 anni provano ad affacciarsi da dietro un paio di occhi piccoli e attivi, che fanno trasparire il bambino che non è mai stato. Riceve l’intervistatore come se avesse aperto la casa a un vecchio amico, indossando una maglia con l’effige di Perón e cercando di mettere a suo agio gli ospiti, mostrando gli angoli e i segreti della casa.

È stranamente felice. Quando l’intervistatore glielo fa notare, gli si disegna sul volto un sorriso, del bambino che troppo presto ha smesso di essere. “Che tu sia qui – dico, che tu sia felice, allenando un’altra volta – è miracoloso?”, chiede l’intervistatore. “Sento di nuovo il profumo del campo, il migliore che possa esserci” risponde l’uomo. “Anche se molti vogliono toglierci la passione…i detrattori”, lancia un dardo prima di guardare verso l’alto, sopra la televisione, dove è appesa una foto più speciale delle altre. 

La scena cambia. L’uomo è seduto su una sedia di legno con un cuscino che si intravede da dietro la sua figura. Sullo sfondo c’è un prato, l’elemento dove Diego Armando Maradona è stato più felice che mai nella sua tormentata esistenza. L’intervistatore, come sarebbe normale vista la caratura del personaggio, dovrebbe soffrire un minimo di timore reverenziale. Invece Diego è a suo agio: gli si chiede cosa mangiasse da piccolo, della musica che ascoltava a Napoli, di dove si sarebbe visto se non avesse giocato a calcio.

C’è un momento, però, in cui la voce di Diego si incrina, trasformando l’intervista in una confessione. “Non sai cosa darei per vedere mia madre entrare da quella porta”: gli occhi iniziano a brillare. È un momento, l’ennesimo, in cui Maradona dismette i panni del superuomo, del fuoriclasse conosciuto ovunque nel mondo, per tornare a essere Pelusa, il bambino che a Villa Fiorito giocava sui campi di terra battuta. La cosa sorprendente è la facilità con cui convivano queste anime: lo dirà Fernando Signorini, preparatore fisico personale di Maradona, “Con Diego andrei fino in capo al mondo, con Maradona non farei un solo passo”.

Eccola, tutta la complessità di un ragazzino che ha capito molto presto che avrebbe vissuto tutto a un’altra velocità, che avrebbe declinato ogni sensazione e ogni sentimento a un tempo pensabile solo per lui e che – per scappare – ha dovuto crearsi un alter ego, al cui ricorrere quando il rumore del mondo esterno era troppo assordante. Non ci sarebbe stata nessuna cabina del telefono dove cambiarsi per diventare Maradona: bastavano un paio di scarpini e un 10 cucito sulla schiena per lasciare fuori tutti i problemi, o per lo meno per non pensarci per un’ora e mezza ogni tanto. Il calcio, l’unico modo per vivere in equilibrio una vita senza calcio. 

L’ultima notizia di Diego legata al pallone è del 14 giugno 2019: il suo manager Matias Morla annuncia che non sarà più l’allenatore dei Dorados di Sinaloa. Maradona, arrivato in Messico la stagione precedente, lascia perché deve sottoporsi a due interventi – uno al ginocchio e uno alla spalla – che richiederanno una convalescenza quanto più tranquilla possibile. Di lui si perdono le tracce per circa un mese e mezzo fino a quando non riappare, con un camice e un tutore, mentre cammina nei corridoi della clinica dove è stato operato.

Maradona è sorretto da un medico, che spiega come tutto sia riuscito alla perfezione. Muove passi incerti ma decisi. Non si sa molto altro della convalescenza - qualcosa traspare dai social della figlia Jana, oltre a un paio di foto che posta lui per rassicurare tutti i suoi tifosi – in linea con lo status mediatico di un personaggio come Maradona che però con il calcio giocato – almeno per il momento – ha molto poco a che fare. Sono passati 24 anni da quando Maradona è stato legato a una squadra argentina: l’ultimo passaggio al Boca era sembrato una reunion di una band che non riesce nemmeno più a tenere in mano gli strumenti.

Diego, però, aveva ancora una volta bisogno di Maradona: troppo assordante il silenzio di uno stadio vuoto, troppo buia l’oscurità di una vita senza i riflettori accesi, interminabili i minuti passati senza un pallone fra i piedi. Diego ha bisogno di allenare. 

Come è stato annunciato il ritorno di Maradona nel calcio argentino? Un personaggio così mediatico ha fornito, lungo la carriera, un sacco di materiale da poter utilizzare in queste occasioni: nell’epoca dei social, sarebbe stato un gioco da bambini andare virale con un contenuto del genere. Nonostante tutto, Maradona è tornato nel calcio albiceleste nel modo più delicato e meno ingombrante possibile.

È sufficiente uno sfondo blu con tre parole Había una vez…” sopra a un numero – il 10, con il font di Messico ’86 – per annunciare che Diego Armando Maradona sarebbe stato il nuovo allenatore del Gimnasia y Esgrima di La Plata. Un post scarno, una grafica elementare e immediata che sembra sottolineare la grandezza di Maradona. Come a dire “Non c’è bisogno di spiegarvi chi è Maradona, e Maradona – adesso – è uno dei nostri”. La metà di La Plata che sanguina in biancoblù impazzisce: in un giorno si registrano 3.000 nuovi tessere, facendo segnare un incremento del 10% dei soci. Ogni oggetto con stampato sopra un 10 va a ruba.

Il Gimnasia registra un picco di vendita di maglie insperato, per una squadra all’ultimo posto in classifica. La città si prepara ad accogliere Maradona come se dovesse indossare la 10 e giocare, con una frenesia collettiva e un senso della misura possibili solo a quelle latitudini. 

Diego instaura un rapporto simbiotico con la gente del Gimnasia: in contrapposizione coi più vincenti e più elitari cugini dell’Estudiantes, il Gimnasia rappresenta gli strati medi/bassi della società platense. Quando le squadre furono fondate, gli Estudiantes erano i figli di papà, quelli che potevano permettersi di studiare per formare la futura classe dirigente nazionale; i Triperos - molti tifosi del Gimnasia lavoravano nel mattatoio Swift - dovevano invece spezzarsi la schiena per mettere insieme il pranzo con la cena.

A rinfocolare la rivalità c’è una biforcazione storica che vede l’Estudiantes come la squadra vincente e blasonata e il Gimnasia come il cugino un po’ sfigato, che fatica per rimanere in prima divisione. Maradona, che ha sempre avuto invisi i potenti del mondo, centra perfettamente lo spirito Tripero, lo incarna e lo declina come fatto a Napoli. Si erge a simbolo degli oppressi, di quelli che in ufficio vengono presi in giro ogni lunedì. Si posiziona contro, in posizione di svantaggio perché lì sente di appartenere e lì sente di dover tornare.

La simbiosi si sublima quando Diego viene presentato allo stadio del Gimnasia. Abbracciato a un pallone prova a dire qualche parola prima che l’emozione lo interrompa, si fa inondare da quell’amore che così spasmodicamente ha ricercato durante la sua vita. Ha bisogno che la gente canti il suo nome, lasciando fuori i fantasmi di una vita che gli sta – ancora – sfuggendo di mano. Vuole vivere, crede che valga la pena farlo solo con un pallone fra i piedi. Senza lasciare il pallone percorre i quattro lati del campo finché l’ovazione dei 25.000 accorsi non diventa qualcosa di tangibile, fisica. Si fa inebriare da un amore simile a quello che lo aveva ubriacato a Napoli.

Maradona rimarrà sulla panchina del Lobo per 441 giorni e dirigerà 21 partite, vincendone 8 e perdendone altrettante. I numeri parlano di un allenatore normale, che è riuscito a portare una squadra altrettanto normale fuori dalla zona retrocessione, forse più grazie al suo carisma che a reali capacità tecnico-tattiche. Maradona è stato felice a La Plata, come molte persone a lui vicine sostengono più volte. La Plata ha riscoperto di avere valore grazie a Maradona.

È stata una storia d’amore che ha totalizzato Diego, spingendolo a rimettersi in gioco e a ritrovare il brillio dei tempi migliori. A Diego è stato chiesto di essere sé stesso, gli è stato dato tutto l’amore che un uomo così fragile e vulnerabile ha sempre chiesto. Ma forse anche questo non era sufficiente.

Quando la morte sopraggiunge in modo improvviso è sempre difficile non chiedersi cosa avrebbe potuto essere diverso, interrogandosi con un sacco di ma e di perché che rimarranno questioni irrisolte. Nonostante Maradona sia mancato in modo repentino il 25 novembre 2020, non si è mai avuta la sensazione che avesse lasciato un capitolo aperto, una riga ancora da scrivere. Forse perché, da sceneggiatore e attore principale della sua stessa vita, aveva previsto anche il miglior testamento sportivo possibile per un calciatore del suo livello.

L’8 marzo 2020 il Boca si gioca il campionato in casa contro il Gimnasia. Agli xeneizes basta un risultato migliore di quello del River, fermato sull’1-1 a Tucuman, per coronarsi campioni. Il vero evento si consuma nel prepartita: Maradona, tifoso e avversario, viene omaggiato dalla sua gente. Diego - austero, rasato e serio - caracolla verso il centro del campo. Lo stanno aspettando Brindisi e Perotti per consegnarli una targa e una maglia incorniciata. Solo l’abbraccio dei suoi due ex compagni di squadra lo scioglie un po’ e gli tira fuori un sorriso, questa volta non di circostanza.

Poi, d’improvviso, il richiamo. Maradona sta camminando per mettersi in posa per le foto di rito: Diego si abbassa, accarezza il prato, si porta la mano sulle labbra, fa qualche saltello con La Doce, si accomoda in panchina. Sente di aver fatto quello che doveva fare.

Osserva il campo con tranquillità, sperando nell’epilogo migliore possibile. Quando le due squadre escono dal tunnel per entrare in campo però si alza, manca ancora qualcosa: accoglie in panchina un giocatore del Boca che si è staccato dagli altri per andarlo a salutare. Ha la fascia al braccio, il 10 sulla schiena. Come lui è un idolo – l’ultimo - di quegli 50.000 esagitati che muoiono per quella camiseta così intrisa di mistica e leggenda.

È Carlos Alberto Tevez, che dopo un bacio sprofonda nell’abbraccio di Diego e si lascia sussurrare all’orecchio qualche parola. Una sequenza che sa di investitura e di addio, sofferto e passionale, tipico di amori vissuti a 100 all'ora e declinati in passioni tragicamente coinvolgenti. 

Il Boca vincerà 1-0 quella partita e diventerà Campione d’Argentina per la 34° volta nella sua storia grazie a un gol di Tevez. Nonostante la sconfitta Maradona ha sorriso, forse per l’ultima volta nella sua vita.  

  • Classe 99, come Darwin Nuñez. Tifoso della Fiorentina, dell’Athletic Club ed ossessionato dalla Doce. Apprezza il mate, un buon regista davanti alla difesa e tutto ciò che venga dal Rio de la Plata

pencilcrossmenu