
Fiorentina-Juventus 1-1, Considerazioni Sparse
Al Franchi Juventus e Fiorentina si spartiscono la posta in palio con una partita alquanto modesta.
In quello che doveva essere il match di punta del sabato pallonaro post-pausa nazionali, il primo vero frangente di calcio giocato in Fiorentina-Juventus arriva al minuto 24, quando Moise Kean conclude una delle sue fiammate con una bordata che si stampa sulla parte bassa della traversa. Fino a quel momento, pochissimo calcio visto, ben meno di quanto potesse far pronosticare lo stato di salute malandato delle due squadre, ben meno di quel che sia lecito aspettarsi da una sfida calda come quella tra i viola e i bianconeri. Il primo tempo è segnato dal tanto possesso orizzontale della squadra di Spalletti, tante interruzioni arbitrali per i motivi più disparati, un Vlahovic fin troppo beccato dal pubblico di casa con epiteti poco edificanti e protagonista di due grandi giocate, concluse con un rigore poi negato dal VAR e con un gol semplicemente divorato, il tutto in un clima di vivida ansia e paura, tanto in campo quanto su spalti decisamente silenziosi. Ansie all'apparenza sigillate al quinto di recupero del primo tempo, quando Kostic trova il gol su conclusione da fuori al terzo pallone ributtato fuori dall'area viola e non coperto.
Ci vuole in avvio di ripresa l'improvviso gol di Rolando Mandragora, l'eroe che la Fiorentina merita, per scuotere dal torpore stadio e partita. Basta a rimettere in equilibrio la sfida, ma la scossa che può arrivare da un episodio è destinata rapidamente a svanire quando mancano i presupposti per vedere uno spettacolo dai ritmi più degni. Esauritasi la spinta emotiva della prima metà di ripresa figlia del gol, la Fiorentina dopo una fase di spinta torna via via a rintanarsi dentro la propria area di rigore, difendendosi più o meno con attenzione ma perdendo sempre più velleità e capacità di uscita, mentre l'assedio bianconero non brilla né per intensità né per brillantezza. Pari e patta e tutti al caldo, sotto lo sguardo dell'ad della Lega De Siervo, che qualora stesse pensando di proporre anche questa partita come prodotto di esportazione, sarà probabilmente stato sconsigliato da questa visione.
Lato Juventus, la sensazione è che i bianconeri dal punto di vista tattico fatichino a trovare ampiezza per sfogare in maniera pericolosa le lunghe fasi di gestione della palla. Alla Vecchia Signora pare sempre servire un passaggio di troppo per pulire il pallone, con conseguente perdita di un tempo di gioco e della possibilità di trovare in maniera rapida ma ragionata il lato debole. Il tutto, unito a una certa dose di insicurezza che traspare anche nel quadro di una partita ricca di errori tecnici da parte di entrambi gli undici, risulta molto castrante per le aspirazioni offensive degli uomini di Spalletti, vero irrisolto della Juventus di quest'anno. Alla fine, le occasioni maggiori per gli ospiti oltre al gol derivano da alcune fiammate individuali del subentrante Conceiçao (forse doveva entrare prima?) e dal mismatch nel duello Vlahovic-Pablo Marì, situazione che tuttavia il serbo non è riuscito a capitalizzare in zona gol (perfino in maniera clamorosa). Pochino. Troppo poco.
Lato Fiorentina, la prodezza balistica con cui Rolando Mandragora raddrizza il risultato è tra le pochissime cose a cui appigliarsi, insieme alle prestazioni rinfrancanti di Kean, Pongracic e in parte Fagioli, e - forse - al punto comunque riacciuffato che va a smuovere l'anemica classifica. Ad esempio, la scelta iniziale di Vanoli nell'optare per il doppio centravanti non è stata granché ripagata dalla prestazione abulica di Piccoli, che tra le altre cose pare confermare la difficile convivenza tra lui e Kean e le difficoltà di trovare il giusto partner offensivo per il centravanti ex-Juve. La produzione offensiva puramente verticale dei viola di nuovo dipende in toto dalle condizioni proprio di Kean, mentre poco o nulla (in particolare nel primo tempo) si è visto sulle corsie laterali, dove emblematica - seppur figlia di un problema ai flessori - è stata la sostituzione di un compassatissimo Dodô all'intervallo (decisamente più brillante il suo sostituto Fortini, prima a destra poi a sinistra dopo l'uscita di Parisi). Ancora, gravi sono state le difficoltà dei giocatori sui duelli (come detto, su tutti Pablo Marì ma non solo) e nelle uscite, in parte minimizzate dai ritmi nel complesso modesti della gara.
Se è umanamente più che comprensibile la difficile gestione emotiva avuta da Dusan Vlahovic negli 88 minuti più recupero passati in campo, resta che il ritorno al Franchi del centravanti serbo è mancato di incisività soprattutto figlia di ansia e nervosismo. L'occasione costruita e sciupata al 35' racchiude la partita di Vlahovic, lì in grado di bruciare il suo marcatore, involarsi verso la porta, saltare il portiere e perdere l'attimo per appoggiare il pallone nella porta scoperta (complice il recupero decisivo di Pongracic). Complessivamente la prestazione dell'attaccante della Juventus, nonostante la mancanza del gol, è stata positiva per propositività e ritmo, al pari quella del suo collega, avversario e autore di una spola inversa tra Torino e Firenze Kean; i due sono stati tra i pochi in campo a mostrare barlumi di qualità superiore al contesto circostante. La differenza tra i due pare rientrare nella sfera psicologica: alla bulleggiante noncuranza di Moise verso tutto ciò che può esser avverso in una partita, Dusan ancora pare subire il peso del dover dimostrare qualcosa, con la conseguente frustrazione quando qualcosa non riesce subito. Il tutto, amplificato dal pubblico del Franchi che, detto fra noi, accendendosi solo per beccare a male parole il giocatore rivale tradisce ansie e paure perfino peggiori di quelle passate da Vlahovic in questi novanta minuti.
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