
Cosa sarà l'Atalanta di Palladino?
Come si è mosso il mister tra Monza e Fiorentina, come potrà muoversi a Bergamo.
L'esperienza di Ivan Juric sulla panchina dell'Atalanta è stata la più breve e deludente possibile, ben oltre il worst case scenario ipotizzato dalla dirigenza nerazzurra per il post Gasperini. Complice un paio di prestazioni di sconcertante scollamento tra guida tecnica e gruppo squadra tra Udinese e Sassuolo, la sosta nazionali di novembre è cascata a fagiolo per far prendere alla famiglia Percassi una decisione presa solamente un'altra volta negli oltre 15 anni della seconda versione dell'Antonio presidente: l'esonero dell'allenatore.
Al posto dello spalatino, siederà sulla panchina della New Balance Arena un altro dei papabili candidati alla successione di Gasp già nelle prime giornate di giugno: Raffaele Palladino, dopo quasi 2 anni a Monza e il 2024/25 alla Fiorentina, ha firmato un contratto fino a giugno 2027, chiamato a porre rimedio a una classifica di Serie A che vede l'Atalanta attualmente al 13° posto e ritrovare spirito in un collettivo apparso troppo sfiduciato per essere vero, capace di accendersi solo in alcune serate di Champions League e contro big italiane facili da affrontare a livello psicologico.
Cosa aspettarsi, dunque, dall'Atalanta di Palladino?
I precedenti: Palladino tra Monza e Fiorentina
Per Palladino quella a Bergamo è la seconda esperienza da subentrante. Così infatti aveva iniziato la sua carriera da allenatore in prima squadra, con la promozione alla guida del Monza nel settembre 2022, in sostituzione di Giovanni Stroppa. Il club allora di Silvio Berlusconi, fresco di promozione in Serie A, aveva approcciato al massimo campionato in maniera disastrosa, rimediando un pari alla 6° giornata dopo 5 K.O. consecutivi.
L'avventura si apre con un impatto sorprendente: 1-0 contro la Juventus di Allegri, la prima di una striscia di tre vittorie, nonché le prime del Monza in quella stagione (e in assoluto in massima serie). Successo contro i bianconeri che verrà replicato a gennaio all'Allianz Stadium, quando i brianzoli, a cavallo del Mondiale qatariota, infileranno 8 risultati utili consecutivi (quattro vittorie e quattro pari, tra i quali quelli contro Inter e Fiorentina). Un precedente in parte rivisto anche alla Fiorentina, che può far ben sperare la Dea riguardo le capacità di presa emotiva di Palladino sul gruppo: forse, oggi la priorità in casa Atalanta, per risvegliare una squadra che pare aver perso la propria aura di big.
Palladino coi brianzoli ha bruciato le tappe, tanto per la sua capacità immediata di incidere sui risultati, quanto per la carriera personale. Un'ascesa rapida e vertiginosa, partita da un anno in under-15, proseguita con un anno alla guida della squadra Primavera (4° posto e un sorprendente accesso alle Final 4 di Primavera 2), conclusa con la chiamata coi "grandi" per risolvere con successo un avvio di stagione negativo e terminata con due salvezze tranquille (11° posto nel 2022/23, 12° nel 2023/24).
Dopo un avvio del genere, la chiamata a Firenze sembrava già quella destinata a consacrarlo. Arrivato alla Fiorentina nel segno della parola "ambizione", in un ambiente sfiancato dall'amarezza delle 3 finali perse in 2 anni, Palladino sbarcava al Violapark in dichiarata discontinuità col predecessore Vincenzo Italiano. Una diversità tanto sui principi di gioco quanto - se non soprattutto - sullo stile comunicativo, sia verso la squadra che verso il contesto mediatico. Con il senno di poi, e rivedendo i momenti anche palesi di frizioni tra l'allenatore e il ds Pradé, alla fine Palladino sembra aver brillato più sul piano politico (ovvero sulla creazione e tutela del proprio spazio di lavoro verso la squadra) che su quello tecnico-tattico.
Infatti, al di là dei risultati in senso stretto (i migliori della Fiorentina nell'ultimo sgangherato decennio), Palladino in viola per difficoltà contingenti ha in buona parte sconfessato il suo credo tattico e abdicato, in nome di un pragmatismo talvolta sostanziale (altre volte di sola forma), nella ricerca di quei principi di gioco che ne avevano alimentato la nomea di gasperiniano - sempre ammesso che a Monza i concetti, soprattutto in fase di possesso, abbiano mai davvero ricalcato quelli di Gasp.
La Fiorentina di Palladino, rivoluzionata nell'organico da capo a coda rispetto a quella del 2023/24, è parsa in più momenti della stagione soffrire di crisi di rigetto verso determinati concetti (in primis, i disastrosi tentativi di applicare marcature uomo su uomo in fase di non possesso), appiattendosi sempre più dopo un primo terzo di stagione iniziato male ma proseguito in maniera esaltate, e limitandosi progressivamente ad affidarsi in toto ai suoi leader tecnici. Forse, quello del tecnico di Mugnano è un sistema di principi non ancora così definito, o forse nel suo anno in viola si sono rivelati i limiti relativi alle capacità di "docente".
Hanno stupito le difficoltà avute dal mister nella trasmissione dei propri concetti a un gruppo in gran parte ricostruito secondo le sue direttive, tantopiù proprio tenendo conto dell'impatto rapidamente positivo avuto a Monza e della forte presa emotiva verso alcuni giocatori gigliati, Kean su tutti. Difficoltà di certo esecrate da un rapporto con i dirigenti viola ben presto esauritosi, ma rispetto alle quali Palladino è parso perfino rinunciatario, forse fin troppo impegnato nel mantenere la squadra nella propria zona di comfort post-dicembre e infortunio di Bove, nella speranza che ciò bastasse per difendere il tesoretto di punti raccolto.
C'è un dato specifico che forse più di altri riassume la Fiorentina 2024/25. I viola hanno cumulato un'overperformance in termini di xPts di 9.39 (via Understat), valore inusualmente ampio per una squadra con 65 punti totali raccolti e impegnata nella corsa per i piazzamenti europei. Riflettendo, questa statistica sembra più di altre mostrare l'eccezionalità - e le peculiarità - della stagione dei toscani sotto la gestione Palladino, squadra capace di umorali e disperate prestazioni barricadiere, spietate gestioni minimaliste di controllo, e una quasi sistematica fragilità quando chiamata all'onere di condurre il gioco.
La sua Fiorentina è stata soprattutto una squadra speculativa, più brava a lavorare sulla partita specifica e a far leva sulle difficoltà dell'avversario che ad avere un solido approccio generale, protetta in questa sua fragilità da un velo di retorica ammiccante. Se il contesto bergamasco all'apparenza sembra decisamente meno ostico e necessitante di virtuosismi comunicativi del genere (presentandosi anzi ben più congeniale alle sue caratteristiche di allenatore), quella capacità vista a Firenze di riannodare il filo psicologico della squadra sembra essere una condizione necessaria (ma forse non sufficiente) per scuotere un'Atalanta traballante.
Palladino e l'Atalanta, una messa in moto
Può essere utile iniziare da tutto ciò che non è andato e quello che si è comunque salvato, nei mesi dell’Atalanta di Ivan Juric, per intuire dove la gestione Palladino possa mettere mano da principio prima di innestare tralci nuovi. Non sono sufficienti, ma alcuni dati forniti da Fbref/Opta, Understat o Wyscout fotografano bene le lacune nerazzurre nelle prime uscite stagionali tra Serie A e Champions League. In primis, in quanto più “gravi”, le mancanze.
Nel campionato italiano, l’Atalanta è 15° per duelli difensivi disputati. In Serie A, il PPDA (passaggi concessi per azione difensiva) della Dea è l’11° valore più alto. Questi due parametri, se considerati singolarmente, non sarebbero indice di un bel nulla: anche l’ormai stereotipata Atalanta-di-Gasperini, nelle sue ultime versioni (vincitrice di Europa League/finalista di Coppa Italia e in lotta per lo Scudetto fino a metà marzo), riusciva a valutare con sempre maggior cautela le fasi di pressing e riaggressione feroce ad altre in cui attendere l’errore avversario (6° PPDA nella Serie A 2023/24 e 2024/25, solo il 7° posto del 2022/23 rivela un approccio più in linea con la media del torneo).
È la combinazione dei due che, a livello psicologico ancor più che tecnico/tattico, sembra aver instillato dubbi nel gruppo squadra.
L’Atalanta ha forzato in A 14.4 tackle per partita (16° alla pari con altre 3 squadre) ma solamente il Como ne ha vinti di più nella trequarti avversaria (2.64): è ancora una squadra che sa essere asfissiante, anche se le è stato consigliato di esserlo a piccolissime dosi. Il risultato? L’Atalanta è ultima per falli commessi in questa Serie A (109, alla pari col Milan) e penultima per falli subiti (98, solo il Verona con 90 è sotto): una formazione tenuta al guinzaglio, nel nome di presunti equilibri da mantenere o rischi da evitare.
Non è pensabile una rivoluzione immediata da parte di Palladino in materia: la lettura della singola partita e l’adattamento specifico per l’avversario mostrati a Monza e Firenze suggeriscono un’Atalanta comunque con un pressing alto adoperato cum grano salis, che possa prevedere una marcatura uomo su uomo all’interno di una zona assai estesa su ogni rimessa dal fondo ma che possa selezionare alcuni passaggi al blocco medio per prevenire le transizioni avversarie.
È invece auspicabile un ritorno a un XI intenso, che sappia portare con costanza le gare sul binario dell’aggressività senza palla: l’Atalanta non è mai stata, non è e non sarà mai (almeno con questa rosa a disposizione) una difesa collettiva basata su fini letture o comunicazioni tra i reparti, ma continuerà a trovare coraggio ed energia dal sentirsi fisicamente superiore all’avversario.
L’aspetto più negativo dei mesi di Juric a Bergamo è stata la fase di possesso, in quasi ogni componente. Dalla ricerca della superiorità numerica laterale si è passati a una superiorità trovata nella prima linea di costruzione (a 4 se non addirittura a 5, con entrambi i centrocampisti abbassati e gli esterni già alzati), per tamponare “da fermo” eventuali perdite del possesso; dallo svuotamento del corridoio centrale si è passati allo svuotamento della fascia di campo tra la prima e la seconda linea di manovra, con evidenti problemi di connessione tra le due e l'impossibilità di garantire una gestione a norma delle seconde palle (se i mediani devono partire in preventiva 10 metri più indietro del dovuto…).
Ricordando alcuni passaggi “posizionali” delle manovre palladiniane nell’ultimo triennio di A, il primo passo dovrà essere quello di un’occupazione più coerente degli spazi: se le prime 11 giornate di campionato hanno mostrato un’Atalanta lenta ma comunque disordinata con la palla tra i piedi, quella delle successive 27 non è detto che si manterrà su ritmi frenetici – non esiste un Kean a cui affidare capra e cavoli su palla diretta alle spalle della difesa – ma non potrà non verticalizzare con maggior insistenza verso la trequarti per essere più efficace.
Proprio sulla conformazione dell'attacco a partire dal riferimento centrale si concentrano le maggiori curiosità. Palladino ha sin qui lavorato in Serie A con tipologie assai differenti di prime punte (Petagna, Dany Mota, Valoti e Djuric a Monza, quasi esclusivamente Kean a Firenze). Uno Scamacca in buone condizioni fisiche suggerirebbe un riproposizione del tridente con De Ketelaere e Lookman, visto solamente per 319' effettivi nell'ultimo biennio abbondante, magari col belga a occupare con più costanza il corridoio intermedio di destra (col Belgio non è raro vederlo ricevere addirittura al centro) per associarsi all'ex Sassuolo.
Meno associabile ad altri profili già guidati da Palladino è invece Krstovic, né prima punta propriamente di manovra né centroboa a cui lanciare delle pallacce: la Dea è attualmente 12° per Through Balls (0.73, come la Fiorentina e meno del Torino), ossia passaggi completati oltre l'ultima linea difensiva: per abbassare il baricentro avversario, anche la nuova Atalanta dovrà giocare davanti per passare attraverso, e "l'antagonista" (così definiti dal mister nella conferenza stampa di presentazione) montenegrino di Scamacca per il posto da centravanti potrebbe risultare più adatto.
Meno rivoluzionabili, almeno per un occhio esterno che non conosca dinamiche quotidiane a Zingonia, altri aspetti marginali del gioco. Sin qui, l'Atalanta ha segnato 1 solo gol nei primi 30' in Serie A (Torino, Cagliari e Parma le uniche altre a questa quota), specchio di un approccio troppo timoroso o ingolfato alle gare: riconoscere quali corde toccare nel gruppo squadra è una skill insondabile per chi non faccia parte dello staff tecnico di Palladino.
Ancor più complicato, almeno sino a interventi nel mercato di riparazione, è porre rimedio alla questione palle inattive: i nerazzurri sono 17° in A per azioni create da Dead Pass a partita (1.64): la mancanza di grandi battitori da fermo era stata già denunciata in estate ma, eccezion fatta per Samardzic, non sono emersi altri profili credibili.
Se un passaggio costante alla difesa a 4 non pare all'orizzonte - a meno di sacrificare quasi di netto il rendimento di giocatori con un passato o un presente assai complicato con questa strutturazione, vedasi Hien (Verona 2023/24 e Svezia) o il rientrante Kolasinac (ultime stagioni all'Arsenal) -, non è invece utopia ipotizzare il cambio di ruolo di alcuni interpreti. Chi sarà il Ciurria esterno a tutta fascia, il Bove finto esterno alto, il Gagliardini braccetto dell'Atalanta 2025/26? Dal più al meno probabile:
- Zalewski da esterno a tutta fascia a trequartista (come talvolta nella Polonia, un ritorno alle origini nelle giovanili della Roma);
- Scalvini da braccetto a centrocampista centrale (come alcuni brani del 2022/23);
- Ahanor da braccetto a esterno a tutta fascia (come nelle 6 presenze col Genoa 2024/25);
- Maldini da trequartista di sinistra a prima punta (come, per necessità, all'arrivo a Bergamo nel febbraio 2025).
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