
Perché riformulare le qualificazioni ai Mondiali?
Un modello diverso da quello attuale garantirebbe Mondiali di calcio maschile "migliori"?
Il Mondiale 2026 di calcio maschile, che coinvolgerà Canada, Usa e Messico, vedrà diverse novità rispetto alle precedenti edizioni. Saranno, infatti, molte più nazioni a prendere parte alla massima competizione intercontinentale. Delle 48 squadre, molte ci arriveranno grazie ai nuovi posti messi a disposizione della FIFA per il nuovo format dei Mondiali: ne gioveranno ovviamente tutte le federazioni continentali, ma alcune maggiormente, in relazione al numero di nazionali facenti parte.
Un esempio è il Sudamerica: prima, su 10 nazionali, le prime 4 nazionali del girone di qualificazione della CONMEBOL accedevano direttamente ai Mondiali e la 5° doveva fare lo spareggio intercontinentale; grazie alla riforma, ben 6 nel 2025 sono sicure di giocare i Mondiali, con la 7° qualificata per lo spareggio intercontinentale.
Il Brasile, ad esempio, non si è dovuto impegnare più di tanto, conoscendo la sconfitta per 6 volte: in un percorso che porta a un Mondiale, sembrano davvero tante. Questi numeri vengono, erroneamente, messi a confronto con il cammino delle nazioni europee, dove alcune rischiano di dover rinunciare al Mondiale anche solo per un paio di passi falsi. Le federazioni nazionali collegate alla UEFA sono 54 (senza considerare la Russia, attualmente esclusa dalle competizioni internazionali per club e nazionale), con 16 biglietti da strappare per accedere ai Mondiali (12 direttamente e 4 via playoff).
Il 29,6% delle nazionali incluse nelle qualificazioni europee parteciperanno ai Mondiali: assai meno rispetto al 60/70% del Sudamerica, ma è obbligatorio ricordare che tra UEFA e CONMEBOL le differenze di competitività e di sistema sono rilevanti: le prime squadre europee per ranking, per esempio, hanno la possibilità di affrontare nazionali di fascia minore, mentre in Sudamerica tutti giocano contro tutti, sempre e comunque.
L’occhio del commentatore italiano si posa su un fattore meritocratico, lamentando il dover essere perfetti nelle qualificazioni per evitare un playoff che potrebbe toglierci dall’ennesimo mondiale. Farà strano che, ai Mondiali 2026, compariranno nazionali come Capo Verde, che ha stravinto il girone di competenza con altre squadre africane - o Uzbekistan (per la nazionale asiatica di Shomurodov è la fine di un percorso virtuoso iniziato anni fa e del quale i Mondiali sono una logica conseguenza): l'appassionato medio, in questo caso attratto per pura convenienza del sentirsi vittima, conosce raramente lo sviluppo del calcio al di fuori dei confini europei, associando ad alcune nazioni solamente il nome di qualche località esotica per una vacanza da sogno.
Bisognerebbe cambiare di nuovo il format?
Vincenzo Montella, ospite a Vivaelfutbol, ha menzionato un'ulteriore ipotesi per le qualificazioni ai Mondiali in ambito UEFA. Il CT della Turchia ha parlato di un sistema che si avvicini alla nuova “League Phase” di Champions League, con più partite tra squadre dello stesso livello e una classifica meno sproporzionata.
Bisogna considerare che la portata di questa fase a girone unico sarebbe più grande anche della Champions League: il Round Robin sarebbe maggiormente competitivo e la possibilità di sperimentare per i CT verrebbe meno. Si andrebbe verso una classifica molto simile a quella della coppa delle grandi orecchie, riducendo probabilmente su un gran volume di gare le sorprese che possono invece comparire su 6/8 incontri.
Dovendo tener conto anche dei piazzamenti maturati in Nations League, àncora di salvataggio per alcune nazionali europee, la necessità di ricalibrare il format appare comunque all'ordine del giorno. Sembra davvero difficile credere alla meritocrazia quando la Turchia, la migliore delle 2° classificate tra tutti i gruppi da 4 squadre delle qualificazioni UEFA, ha maturato le stesse possibilità della Svezia di accedere ai Mondiali, con la squadra scandinava con 1 punto in 5 partite di qualificazione ma reduce da un'ottima campagna in Nations League.
Rimane difficile pensare che le partite di Nations League possano avere un peso specifico per una competizione che si giocherà anni dopo, specie se non si stabilisce un minimo di punti per le squadre che potrebbero beneficiare dei posti ottenuti in base al rendimento. La Nations League rimane un ottimo “strumento”, che però non dovrebbe permettere alle nazionali di crearsi un escamotage per qualificarsi quantomeno ai playoff: il sistema di qualificazione UEFA ai Mondiali deve essere sicuramente riformulato, forse a mo’ di nuova Champions League, per distogliere alcune delle perplessità emerse nel 2025.
Il solito provincialismo made in Italy
Rimane però alquanto “provinciale”, come mentalità italiana, portare esempi di altre nazionali che non stanno facendo benissimo ma saranno comunque qualificate al mondiale. Un caso sottolineato da parte della stampa è quello del Belgio: con 3 pareggi tra Kazakistan e Macedonia del Nord, i Red Devils si sono già qualificati ai Mondiali al contrario dell’Italia, che con "sole" 2 sconfitte dovrà passare dai playoff. Basterebbe scorrere il ranking per sapere che Kazakistan e Macedonia del Nord, insieme, sono migliori delle Estonia, Moldova e Israele incrociate dagli Azzurri.
La verità è una sola: l’Italia merita di andare ai playoff e di avere una chance per giocare questi Mondiali, ma non di più. Una squadra che perde, male, in entrambi gli scontri diretti, come può pensare di essere superiori ad altre nazionali che non hanno perso una partita nel loro cammino di qualificazione?
L'insistere, in maniera ossessiva, su un sistema di riferimento in campo che parte da una difesa a 3, che non dia spazio a giocatori estrosi, con allenatori che non riescono a dare un'impostazione aggressiva a questo sistema (eccezion fatta per Simone Inzaghi e Gasperini) senza anestetizzare i propri gruppi dal prendersi rischi, senza osare, è una delle principali ragioni delle delusioni azzurre del calcio maschile contemporaneo. Una Norvegia che ha scherzato con gli azzurri all'andata e che, dopo un tempo sonnolento, ha dominato anche il ritorno, è un avversario sul campo dimostratosi insormontabile, ma contro cui la creazione di un contesto tecnico-ambientale consono alla gravità delle partite avrebbe garantito molte più risorse e credibilità anche ai talenti dell'Italia.
Una Serie A che è sempre meno allenante a livello di ritmo, sempre più mediamente basso, non aiuta. L'Italia sta andando al rallentatore da troppi anni. Per invertire la rotta si dovrebbe ripartire dal gioco, ancor prima che invocare cambi di format e agitare polemiche "interessate". Altrimenti, come al solito nell'ultimo decennio, addio Mondiali.
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