
Il giocatore più divertente della Serie A
Arthur Atta e i suoi dribbling, in un campionato sempre più prudente, abbracciano il rischio.
Il testo è l'adattamento del video "La Serie A ha bisogno di giocatori come lui", uscito sul canale Youtube Visione di Gioco. Per guardarlo, potete cliccare qui.
In una Serie A terribilmente vecchia, in cui le squadre sembrano interessate solo a controllare la fase difensiva, Arthur Atta è un corpo estraneo. Gioca in modo fighissimo: alto, dinoccolato, con le gambe lunghe e sottili. Conduce il pallone pettinandolo, con una grazia tutta sua. Nell’Udinese di Kosta Runjaic, una delle squadre più fisiche del nostro campionato, Atta è il giocatore deputato ad accendere la luce.
A differenza del resto del campionato, Arthur Atta tenta costantemente la giocata più eccitante del calcio: il dribbling. Il francese è 2° nella classifica dei dribbling riusciti, 2.8 di media a partita. Atta è il giocatore più divertente di questa stagione italiana.
La Serie A è morta, viva la Serie A!
Tra il 1948 e il 1949, Samuel Beckett scrive Aspettando Godot, una delle opere più importanti del teatro dell’assurdo. Il dramma è esistenzialista: due vagabondi aspettano a oltranza un certo “Signor Godot”, ma quello non arriva mai. Il vivere si trasforma in un continuo fluire di nulla, un’attesa che non conosce mai la fine.
Guardare le partite della Serie A 2025/26 sembra come aspettare Godot insieme ai protagonisti. Il campionato italiano è sempre stato quello tatticamente più accorto, in cui gli allenatori navigati avevano la meglio su quelli acerbi. In questa stagione, però, i contenuti tecnici della A raschiano il nulla. Le partite cominciano a confondersi l’una dentro l’altra, in un grigiore piatto.
Nella 7° giornata sono stati segnati appena 11 gol in 10 partite: un record di efficienza difensiva, di assenza dello spettacolo, da quando la Serie A è a 20 squadre. A eccezione dell’Inter, nessuna tra le prime 10 della classifica ha segnato 2+ gol di media a partita.
Se pensiamo alla giocata più divertente e prodigiosa che si possa fare su un campo da calcio, il dribbling, i numeri sono ancor più crudeli. Negli anni '10 e '20 del XXI secolo, la Serie A era già lontana anni luce rispetto agli altri 4 top campionati europei: l’Inter, la squadra italiana più forte e vincente delle ultime stagioni, è un ottimo esempio della disponibilità a fare totalmente a meno di dribblatori. Non può quindi non essere emozionante vedere in campo giocatori che se ne fregano di un contesto così conservativo.
Se escludiamo Alexis Saelemaekers, altro freak del calcio italiano, nessuno dribbla più di Arthur Atta. Diventato presto un culto tra i giocatori del Fantacalcio, il francese sta mettendo in mostra un gioco spontaneo: quando da mezzala sinistra parte palla al piede per accorciare il campo davanti a sé, sterza piegando le gambe come se fossero degli sci, con una grazia naturalissima.
Vederlo riempire le sonnolenti domeniche pomeriggio della Serie A con verve ed energia sulla trequarti è un’esperienza mistica. Le sue scelte spesso sono immature, sbagliate, ma almeno è uno che ci fa saltare dal divano. Un centrocampista su cui non abbiamo tante pretese in termini di gol e assist, sappiamo che ne farà pochi, ma che almeno possiamo osservare con entusiasmo.
Non sappiamo mai cosa gli passi per la testa, a differenza di tanti altri che assomigliano a pedine di una scacchiera. In un calcio sempre più automatizzato, pieno di esseri umani che si comportano come dei robot, è bello vedere l’ingenuità creativa di Arthur Atta prendere forma su un campo da calcio.
Un talento minore
Nato il 14 gennaio 2003, Arthur Atta è cresciuto nell’accademia calcistica più rigogliosa e stimata di Francia. Da anni, il Rennes è infatti diventato il serbatoio di talento da cui attingono tutti i migliori club d’Europa. I bretoni sembrano creare ragazzini-fenomeno in un laboratorio: dal 2016 al 2025 hanno messo a segno le 10 cessioni più remunerative della propria storia, riuscendo a risultare competitivi a livello di prima squadra.
Il livello dei giocatori passati per Rennes è sotto gli occhi di tutti. Ousmane Dembélé, Eduardo Camavinga, Jeremy Doku, Desiré Doué, Mathys Tel: adolescenti furiosi, incendiati come la dinamite, che oggi fanno parte dell’Olimpo del calcio mondiale.
Arthur Atta non era fatto di quella pasta. Nel 2018 si trasferisce al Metz, dove col tempo entra a far parte della squadra riserve. Nel 2022, contro il Niort, Atta fa il suo debutto in prima squadra, allora in Ligue 2: è una prestazione convincente, che gli vale la nomina di Man Of The Match.
Atta è un animale strano: alto e slanciato, protegge la palla grazie alle leve lunghe, ha nelle conduzioni il segreto nascosto in piena vista. Nel Metz gioca prevalentemente mediano a due, talvolta con compiti di costruzione. Oggi che lo vediamo non solo abbassarsi per favorire l'uscita dal basso ma infiammare anche la trequarti delle partite di Serie A dribblando in continuazione, sembra un paradosso.
Al primo anno con Atta in squadra, il Metz centra la promozione. L'anno dopo, in Ligue 1, è tra i protagonisti, seppur non in primissimo piano. Tra il 2023 e il 2024, Atta entra nel giro della Francia Under 20, con cui colleziona 6 presenze. Col Metz, in 2 stagioni, segna solo 2 gol: un bottino povero.
Nonostante i gol di Mikautadze, la stagione del Metz è piuttosto deludente: arrivato 16°, il club retrocede agli spareggi contro il Saint-Etienne. Giocoforza, non può più trattenere i giocatori più talentuosi. L’Udinese decide di portare Atta in Italia: nell’estate del 2024 acquista il suo cartellino in prestito con diritto di riscatto. Come si sarebbe integrato questo centrocampista dinamico ma poco efficiente, alto e veloce, un po’ inconcludente, alla rigida tattica della Serie A?
L’evoluzione italiana
L’Udinese ci ha abituato a costruire, nell’ultimo decennio, rose che abbinano un telaio fisico dominante ad alcune scommesse che, nelle intenzioni della dirigenza, dovrebbero diventare il fulcro tecnico. Nel 2023, non a caso, i friulani hanno puntato sulla regia di Florian Thauvin, che solo 2 anni prima aveva abbandonato il calcio europeo e si era trasferito in Messico. La creatività di Flo, il senso del gol di Lorenzo Lucca e la strabordante fisicità (a piccolissime dosi) di Keinan Davis hanno portato l’Udinese a stagioni tutto sommato tranquille.
Nel 2025, è il definitivo turno di Arthur Atta. A giugno, l’Udinese lo riscatta per una cifra vicina agli €8 milioni, riponendo su di lui grandi aspettative. Kosta Runjaic non ha infatti mai celato la sua ammirazione: "Ha un grande potenziale" ha detto al termine di Udinese-Atalanta, "non so dove potrà arrivare ma voglio scoprirlo". Proprio contro la Dea, Atta ha messo in scena una prestazione di corsa e qualità: ha macinato più chilometri di tutti, dando manforte alla fase di pressing dell’Udinese; con la palla tra i piedi ha interpretato il ruolo ormai consueto di di propulsore offensivo.
Nel 2025/26, tutta l’Udinese gira intorno a lui. Atta parte mezzala sinistra del 3-5-2, e Runjaic gli concede libertà totale di svariare sulla trequarti. Atta è un giocatore di volume, che deve tentare una grande quantità di giocate per entrare in partita: al contrario del passato in Francia, Atta non interpreta il ruolo di centrocampista che costruisce il gioco, piuttosto arriva a cucirlo tra le linee.
Non è un 10 classico, né un giocatore che sa gestire il ritmo. L’Udinese utilizza Atta come primo sfogo creativo: Atta è l’elettrone impazzito che orbita intorno alle punte. Fino a questo momento, ha segnato una sola rete, a San Siro contro l’Inter, e ha servito 2 assist, entrambi col Lecce. Ma sono le statistiche avanzate fornite da FBref/Opta a dire qualcosa di più: Atta è non solo il centrocampista con più dribbling riusciti della Serie A, ma anche quello con più conduzioni palla effettuate e passaggi progressivi ricevuti.
L’Udinese di Runjaic è una squadra aggressiva e verticale, che non si fa problemi a cercare le punte direttamente dalla difesa con un lancio lungo. Il ruolo delle mezzali ha a che fare con l’equilibrio nelle due fasi: è grazie ai due interni che l’Udinese non si sfilaccia in due. Atta e Piotrowski sono i polmoni della squadra, quelli che permettono ai bianconeri di respirare.
Con l’ordine di Karlström e l’agilità di Atta, e a maggior ragione con uno Zaniolo pimpante come non lo vedevamo da 4 anni, l’Udinese aspira a un altro campionato di aurea mediocritas. Alla sosta nazionali di novembre, la squadra è 8° in Serie A: ha subito 15 gol in 10 partite, frutto di una difesa a volte troppo aggressiva, ma ha già messo in difficoltà squadre di alto livello - 6 punti tra Inter e Atalanta.
È Atta o siamo noi?
Da sempre ci riferiamo al campionato italiano come il più tattico in Europa: è una verità ancora oggi innegabile. Le sottili mosse reciproche che gli allenatori si inventano di partita in partita ha forgiato la nostra identità come Paese, anche a livello di Nazionale.
Eppure, questa ossessione non è altro che una morbosa tensione a una singola cosa: la perfezione difensiva. I mister delle big del nostro campionato, a eccezione del neo-arrivato Cristian Chivu e parzialmente del subentrante Palladino a Bergamo, hanno tutti costruito una carriera sull’efficienza della fase di non possesso. A partire da Conte, che a Napoli nello scorso campionato ha avuto la migliore difesa della Serie A, fino ad arrivare ad Allegri, passando per Sarri e Gasperini.
Il calcio italiano sembra intrappolato nell’assenza di creatività. Le squadre che dribblano sono delle oasi più uniche che rare nel nostro campionato, e ancor di più lo sono i calciatori. Quale trattamento riserviamo agli errori di Rafael Leao? Cosa ci dà così tanto fastidio di lui? Forse ci turba la stessa imprevedibilità che lo rende un calciatore speciale, uno dei pochi in grado di vincere una partita da solo.
Giocatori sensibili con la palla come Arthur Atta finiscono per rubarci il cuore, anche se non sono tra le migliori cose che la Serie A può offrire. Il repertorio di finte, maturato negli anni di giovanili in cui faceva l'attaccante, ha qualcosa che ci fa rimpiangere i tempi in cui un solo giocatore per squadra aveva licenza di dribblare. Oggi, invece, in Serie A non dribbla più nessuno. O quasi.
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