
Anche il ciclismo si scopre politico
A partire dal 2026, la Israel Premier-Tech non esisterà più.
La multinazionale canadese Premier-Tech, venerdì 7 novembre 2025, ha ufficialmente interrotto il proprio rapporto con il team ciclistico di cui era co-sponsor: la Israel Premier-Tech. Dopo mesi di proteste, boicottaggi e polemiche, l’azienda ha annunciato ufficialmente la separazione dal team: “Le ragioni originarie della nostra sponsorizzazione sono state oscurate da circostanze che la rendono ormai insostenibile”, si legge nel comunicato.
Una formula asettica e diplomatica, tipica delle comunicazioni ufficiali, tra le cui righe emerge un messaggio chiarissimo: correre con la parola “Israel” sul petto non è più possibile, né per chi pedala, né per chi paga per venir associato a uno stato che attua politiche di occupazione, apartheid e genocidio. La decisione rappresenta la fine di una sponsorizzazione sportiva e l'inizio di un terremoto politico nel mondo del ciclismo. Una rottura che racconta quanto lo sport, anche il ciclismo generalmente considerato “neutrale”, sia invece profondamente intrecciato alla geopolitica.
La Israel-Premier Tech: un team come strumento politico
La Israel Premier-Tech, fondata nel 2015 con il nome di Cycling Academy e che ha ottenuto la licenza WorldTour nel 2020 come Israel Start-Up Nation, non è mai stata solo una squadra di ciclismo. Fin dall’inizio, il co-fondatore e principale finanziatore, Sylvan Adams, filantropo e miliardario israelo-canadese, ha definito il team “un team multiculturale e multireligioso che promuove il pluralismo e la diversità”. La Israel Premier-Tech offre “la necessaria esposizione positiva per la nostra nazione”.
Adams ha sempre associato - e mai nascosto - alla retorica della passione sportiva una precisa strategia di nation branding: utilizzare la Premier-Tech e il ciclismo come vetrina internazionale per promuovere l’immagine di Israele come Paese moderno, pacifico, progressista e inclusivo. La Israel Premier-Tech, dunque, è stata, da sempre, il volto sportivo di una politica di sportswashing.
La strategia, come spesso accade, porta i suoi frutti fin quando le acque sono calme, ma comincia a vacillare non appena le acque si fanno torbide. Così è stato anche per la Israel Premier-Tech: con un genocidio che va avanti da oltre due anni e le immagini delle devastazioni e violenze, l’idea di una squadra-ambasciatrice ha iniziato a pesare come un macigno. Dal 2023 a oggi, ogni corsa è diventata un terreno di “scontro”.
Alla Vuelta a España 2025, gli attivisti hanno bloccato diverse tappe fino a ottenere l'annullamento dell'ultima e delle premiazioni; al Giro dell’Emilia 2025, il team è stato escluso per motivi di sicurezza dopo le forti pressioni esercitate da tifosi e tifose, realtà dello sport popolare nonché da attivisti ed attiviste pro-Palestina; in Canada, le proteste si sono moltiplicate in occasione della classica del Québec costringendo il team a eliminare ogni riferimento a Israele dalle divise del team - come accaduto in Italia e Spagna - per evitare incidenti. Ma era troppo tardi: la neutralità della squadra era andata in frantumi.
A rendere ancora più evidente il crollo del progetto Israel Premier-Tech, sono arrivate le parole di chi quella maglia l’aveva indossata. Alessandro De Marchi, ex corridore del team, nell'annunciare il ritiro dall'attività professionistica nell'estate appena trascorsa ha detto che non sarebbe più riuscito a correre per il team di Adams: il Rosso di Buja non si riteneva in grado di gestire i sentimenti, in chiaro riferimento alla situazione in Palestina. Non un attacco, ma una confessione.
Derek Gee, corridore canadese, 4° all'ultimo Giro, ha lasciato la squadra al termine della stagione parlando di “motivi personali e di sicurezza”. Il suo addio ha aperto un contenzioso milionario, ma ha reso evidente un fatto: nel peloton c'è chi non è più disposto a farsi strumento di un progetto politico travestito da sportivo.
Per Israele, d'altronde, il ciclismo è da tempo uno sport parte di una strategia più ampia con cui mira a ripulire la propria immagine internazionale: il Giro d’Italia che comincia da Gerusalemme nel 2018, la promozione delle Granfondo nel deserto del Negev, la stessa creazione di una squadra World Tour. Tutto risponde alla logica di normalizzare l’occupazione e le politiche di apartheid mostrando un Paese vitale, democratico, accogliente.
Ma lo sportswashing funziona solo se il pubblico sta al gioco, accettando la menzogna della neutralità. Quando le persone smettono di credere a quella finzione, la macchina si inceppa. Tifosi, attivisti, corridori, semplici cittadini hanno reso impossibile quella narrazione. Il ciclismo, sport popolare e di strada, ha fatto da cassa di risonanza alla protesta.
Ogni striscione, contestazione, messaggio di solidarietà con la Palestina scritto sulle strade ha ricordato che dietro quella maglia non c’erano solo pedalate e atleti, ma un preciso messaggio politico. E di fronte a quella pressione, gli sponsor si sono trovati con le spalle al muro. La decisione della Premier Tech rimane comunque figlia di un ragionamento squisitamente economico, conseguenza di una pressione dal basso senza precedenti che ha reso insostenibile continuare a finanziare una squadra identificata con uno Stato genocida.
Per la prima volta nel ciclismo moderno, la protesta popolare ha avuto un impatto concreto: ha bloccato le corse, interrotto contratti commerciali. Non è la politica istituzionale a essere intervenuta, ma la società auto-organizzatasi dal basso. Il messaggio è chiaro: anche in un mondo apparentemente impermeabile come quello dello sport professionistico, la pressione collettiva funziona.
Lo sgretolarsi del progetto della Israel Premier-Tech oltrepassa i confini della semplice vicenda ciclistica per diventare un messaggio potenzialmente universale: lo sport non può più essere strumento nelle mani dei potenti che si nascondono dietro la retorica della neutralità per perseguire i propri interessi economici e geopolitici. La Premier-Tech ha scelto di andarsene per tutelare la propria immagine e, di conseguenza, i propri affari. Ma, comunque, la sua uscita segna un importante segnale per chi ha creduto che anche una corsa ciclistica potesse diventare spazio di resistenza e lotta politica.
La squadra israeliana, così come l’abbiamo conosciuta, è finita. Forse ne nascerà un’altra, con un altro nome, con altri sponsor. Esiste comunque il Team UAE, la Bahrain-Victorious, l'XDS Astana Team. Ma resterà il segno di un passaggio storico: quello in cui il popolo dal basso ha costretto un gigante dello sport globale a fare i conti con la realtà politica che cercava di nascondere. In un tempo in cui l’egemonia politica passa anche - e soprattutto - dall’immaginario che si è capaci di costruire, smascherare lo sportswashing è un atto politico necessario. E anche questa volta, a farlo non sono stati i governi, ma gli attivisti e le attiviste, i tifosi e le tifose.
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