
Calcio anticapitalistico
Una possibile interpretazione culturale del turno di Serie A con soli 11 gol segnati.
Il «calcio offensivo» (per quanto nebulosa appaia questa definizione) può assumere contorni Culturali alle soglie di una forma di vita dalle tendenze anticapitalistiche? O quello che definiamo «calcio-spettacolo» ha gli stessi tratti della «società dello spettacolo» da cui sembra impossibile fuoriuscire?
Se valesse la seconda - il «calcio offensivo» come appendice di quel Capitale che ingoia ogni elemento senza assorbire mai nulla – ciò che definiamo «calcio difensivo» (associandolo spesso alle categorie di «conservazione», se non addirittura «reazione») rappresenterebbe, polarizzando, la possibilità di un freno a quella che si definirebbe una «deriva consumistica del calcio».
Queste domande ruotano attorno a un dibattito esploso in seguito al record negativo della 7° giornata della Serie A 2025/2026: solamente 11 gol segnati in 10 partite – il dato più basso da quando il campionato è a 20 squadre. Le varie interpretazioni dell'evento sono passate rapidamente da un livello di campo a uno meta-calcistico, coinvolgendo la storia del nostro Paese, discutendo quelli che sembrerebbero alcuni dei suoi caratteri fondamentali.
L’Italia come paese eccessivamente prudente, mai esposto al rischio, anche calcisticamente legato a una «mentalità difensiva». Oppure l’Italia che attiverebbe la «leva del freno», rallentando, ostruendo – difficilmente proponendo – alcune derive che starebbero fatalmente conducendo in direzione di un’adesione piena, compiuta, anche del calcio ai meccanismi e le regole della «società dello spettacolo».
È una discussione che in realtà va avanti da decenni, coinvolgendo almeno due direttrici fondamentali: la storia dell’evoluzione del gioco e la storia di una Cultura. È necessario partire quindi dal piano legato ai vari sviluppi del gioco del calcio: è il livello «strutturale» di quest’analisi. Da un punto di vista di «storia del gioco» esiste un modello a priori vincente? Come si posizionano in quest’evoluzione «calcio offensivo» e «calcio difensivo» – è possibile definirne uno strutturalmente migliore o più efficace?
Ecco la vera trappola, cavalcata dalla narrazione dei «media» generalisti grazie alla polarizzazione di una realtà astratta, rigida e vacua: «risultatisti» e «giochisti». Da un punto di vista di evoluzione del gioco è impossibile parlare di «Modello» vincente e quindi replicabile: è più corretto parlare di «modelli» differenti, che possono portare al medesimo risultato originando da prospettive opposte.
Un concetto che può aiutare a comprendere meglio è quello di «Forma» – categoria ripresa da una certa riflessione estetico-esistenziale primo-novecentesca (Simmel, Weber e soprattutto il giovane Lukács): un qualcosa di specifico, estremamente caratteristico, che può accogliere al suo interno la molteplicità. Rimanendo all’interno del discorso calcistico, la Forma ospita le sfumature di ognuno dei possibili stili di gioco.
Quando possiamo dire che una squadra giunge a «forma»? Nel momento in cui raggiunge una sua armonia, una sua simmetria: il gruppo perviene a un’esperienza estetica per quanto possibile condivisa per cui quella «forma in movimento» (il collettivo) è in grado di muovere le singolarità in un corpus coerente, «comune».
Tutto ciò ha riflessi immediati nello sviluppo del gioco: la squadra che si approssima alla «forma» è tendenzialmente più efficace – ha, pur in uno sport basato sull’imprevedibilità di un basso punteggio, maggiori possibilità di successo.
«Calcio offensivo» e «calcio difensivo» fuoriescono, se si guardasse solamente lo sviluppo interno, dalle etichette che si appiccicano a «spettacolo», «rivolta», o «freno»: non sono altro che differenti e molteplici modalità di pervenire a «forma». C’è bisogno di un salto, occorre procedere da un piano calcistico a uno meta-calcistico, in stretta relazione con una dimensione che potremmo definire Simbolica o Culturale.
Il discorso si relativizza, assume prospettive contingenti, rifugge settarizzazioni inscalfibili: dallo studio del piano esclusivamente «strutturale» del gioco non è possibile dedurne immediatamente un parallelo sviluppo Culturale. Ciò che per convenzione è definito calcio offensivo non è né «spettacolo» tutto interno al Capitale né «rivolta», il calcio difensivo non è né «reazione» né «freno». Solo grazie ad agenti esterni in grado di fornire «miti» o immagini (determinate declinazioni del tifo e della storia di una squadra, postura esistenziale di certi allenatori o, ancora, l'interpretazione della realtà da parte di alcuni calciatori «esemplari»), il piano interno può assumere una luce differente, facendosi portatore di un «surplus simbolico».
Ciò che realmente conta da un punto di vista meta-calcistico non è la differente modalità di giocare delle squadre, quanto, piuttosto, la postura esistenziale o Culturale-sociale che le accompagna. Il giudizio è sempre «singolare» – legato al modo in cui una squadra declina Culturalmente il suo stile di gioco: è il «mondo del Mito» in grado di donare al «mondo delle forme» quel carattere esemplare.
Il «calcio offensivo», storicamente, si può declinare in modalità opposte. Ha assunto i tratti della «rivolta» – giocare bene come possibilità di mettere in discussione le strutture e le categorie dominanti di coloro che hanno più mezzi, o più possibilità (Zeman e un primo Sarri, nella modernità italiana). Ma sta manifestandosi soprattutto oggi il calcio offensivo come «show» di una Società che vuole sempre più dinamismo e più movimento, che pensa a una Superlega in cui saranno trasmessi solamente tantissimi highlights, esclusivamente dei migliori giocatori del mondo.
Anche ad aiutarci a definire il calcio difensivo è la postura: può assumere tratti «regressivi» se coincide con la conservazione dello status quo, con l’assenza di proposta e con l’abiura di qualsiasi forma di creatività; può essere anche pensato come «leva del freno» che può rompere quella coincidenza di calcio e «divertissement», rimettendo al centro la questione del calcio come fenomeno Culturale.
Il record negativo di gol segnati in Serie A è quindi un «falso problema», se si guardasse al mero sviluppo interno del gioco. La questione non riguarda lo stile in sé, quanto la postura che accompagna l’evoluzione calcistica in Italia nell’ultimo decennio, riprendendo (al netto di eccellenti eccezioni) le derive peggiori di entrambe le categorie: il «difensivismo» come conservazione dello status quo, se non addirittura come timore di qualsiasi apporto «esterno»; il «calcio d’attacco» come binomio di «divertissement» e «spettacolo», utilizzato solo come strumento (spesso inefficace) al fine di accumulare sempre di più, sempre più introiti….
Ciò che sembra venir meno è quindi il «mondo del mito», tutto il piano Culturale che potrebbe donare una svolta (o un «salto») alla stessa evoluzione interna del calcio. Senza un apporto esterno, un surplus simbolico, anche l’evoluzione del gioco non potrà che continuare a inaridirsi, donandoci partite assenti di qualsiasi legame critico con le molteplici «visioni della realtà». A prescindere da quanti gol si segneranno in ciascuna giornata di Serie A.
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