
Genoa-Reggina, 9 novembre 2008
MamAfrica muore a Castel Volturno, Milito ne segna 3 ed esalta il Genoa di Gasp.
"Madeleine de Proust (a volte anche sindrome di Proust) è un termine francese che può designare nella vita quotidiana un oggetto, un gesto, un colore e in particolare un sapore o un profumo, che evocano in noi ricordi del passato. Il termine deriva dalla madeleine, un dolce tipico francese che ha questo ruolo significativo per il narratore di Alla ricerca del tempo perduto in Dalla parte di Swann, il primo volume del romanzo di Marcel Proust". (Wikipedia)
Per ogni giornata di Serie A, la coincidenza cronologica con una sfida del passato riapre i cassetti della memoria calcistica. Questa è "Madeleine", ossia annodare nuovamente il filo che lega la storia del campionato italiano di calcio.
9 novembre 2008. Il Luigi Ferraris si prepara per Genoa-Reggina. In città si parla di calcio, la classifica del Genoa sorride. Le prime pagine dei giornali sono riempite da una cosa che ha valicato l’Oceano e da 4 giorni risuona ovunque: Yes We Can.
Il 5 Novembre è successo l'impensabile: Barack Obama è il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. La notizia attraversa il mondo, ma l'economia globale è al collasso: Lehman Brothers è crollata a settembre, le borse hanno perso il 40%, milioni di statunitensi rischiano la casa. E, in questo terrore collettivo, gli USA scelgono il cambiamento radicale. Non John McCain, veterano esperto e rassicurante: un giovane senatore dell'Illinois, figlio di un keniano e di una donna del Kansas, che promette Yes We Can.
La campagna elettorale è la più coinvolgente della storia americana: milioni di piccole donazioni, volontari porta a porta, social media usati in modo rivoluzionario.
Grant Park, Chicago, notte tra il 4 e il 5 novembre. Centinaia di migliaia di persone dietro Obama, il mondo intero davanti agli schermi. Jesse Jackson piange. Oprah piange. Milioni di persone vedono qualcosa che i loro nonni dicevano impossibile. Non è solo politica: è la Storia che sembra piegarsi verso la giustizia, 50 anni dopo i linciaggi e la segregazione.
La sensazione è che il mondo abbia scelto la speranza invece della paura. Obama appare non solo come il nuovo presidente degli Stati Uniti, ma come un simbolo universale che ricorda che il cambiamento è possibile, che le barriere possono cadere. Citandolo direttamente “Siamo il cambiamento che cerchiamo. Se c'è qualcuno là fuori che ancora dubita che l'America sia un luogo dove tutto è possibile; che ancora si chiede se il sogno dei nostri padri fondatori sia ancora vivo ai nostri giorni; che ancora mette in discussione il potere della nostra democrazia, stasera c'è la risposta”.

Il concerto per Roberto Saviano e MamAfrica
Nel marzo del 2006 arriva nelle librerie Gomorra di Roberto Saviano: l'opera cambia il volto della società italiana del nuovo millennio, il titolo diventa una parola di gergo comune, segno tangibile di quanto il bestseller sia penetrato nel DNA del nostro Paese. Il 23 settembre 2006, durante una manifestazione per la legalità a Casal di Principe, Saviano denuncia in piazza i capi del clan dei Casalesi: dall’ottobre di quell’anno gli sarà assegnata una scorta. Nell’agosto del 2009, il libro ha già venduto 2,5 milioni di copie. Nell’ottobre del 2008 arrivano nuove minacce: lo scrittore decide di lasciare l’Italia.
“Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido – oltre che indecente – rinunciare a sé stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre”
Nell’ottobre 2008, un gruppo di 6 premi Nobel - Dario Fo, Michail Gorbačëv, Günter Grass, Rita Levi-Montalcini, Orhan Pamuk e Desmond Tutu - lancia un appello alle istituzioni italiane: proteggere Saviano e combattere la camorra non è semplice questione di ordine pubblico o di sicurezza personale di uno scrittore. È una battaglia per la democrazia che coinvolge ogni cittadino libero. La mobilitazione trasforma la vicenda personale di Saviano in una questione di civiltà occidentale.
In questo quadro, il 9 novembre 2008, al termine degli Stati Generali delle Scuole del Mezzogiorno, è prevista una manifestazione antirazzista e contro la camorra dedicata a Roberto Saviano. L’ospite d’eccezione è la cantante simbolo della lotta all’apartheid: Miriam Makeba, MamAfrica.
Sul palco allestito a Castel Volturno c'è Miriam Makeba, 76 anni, una vita intera di battaglie e una voce che ha attraversato il mondo portando con sé la storia di un continente. È venuta per dimostrare, ancora una volta, dove la musica incontra la resistenza.
Castel Volturno non è un luogo qualsiasi. È un territorio ferito da camorra, povertà e sfruttamento. Due mesi prima 6 africani sono stati ammazzati per strada: Makeba lo sa, accetta l'invito perché quelle voci, quelle ferite, le riconosce come proprie. Aveva detto che avrebbe continuato a cantare "fino alla morte" le speranze dell'Africa e per un mondo più giusto.
La sua storia è semplice e feroce. Nata nel 1932 nel compound di Pretoria, in un Sudafrica dove la legge decideva chi eri in base al colore della pelle. In un mondo che la vorrebbe silenziosa in un angolo, lei sceglie la voce.
Nei '50 comincia a cantare nei gruppi jazz locali. Nel 1959 è al Festival di Venezia per presentare Come back Africa, documentario di denuncia della brutalità del regime. Quando vuole tornare in Sudafrica per la morte della madre, nell'agosto 1960, scopre che il passaporto le è stato revocato: non può più rivedere casa. Diventa cittadina del mondo, richiedente asilo perenne, ambasciatrice di un popolo che non ha diritto di parola.
Ha sempre detto di non fare politica: "Non canto roba politica. A malapena riesco a descrivere la nostra realtà. Quando dico che siamo segregati, non dico altro che la verità. Non è politica questa. Descrivo solo la realtà". Descrivere la realtà può essere rivoluzionario.
Il 9 novembre 2008, Miriam Makeba è a Castel Volturno per rappresentare verità e diritti. È l'unica artista straniera su quel palco. È lì per Saviano, per la libertà di parola, per la gente che vive nell'ombra del potere criminale. La sua presenza unisce mondi lontani: il Sudafrica dell'apartheid e il Sud Italia della camorra, l'oppressione politica e quella criminale, la libertà negata e quella difesa.
Pochi minuti dopo la fine del concerto, si sente male. Un arresto cardiaco. Viene soccorsa, portata in ospedale, ma non si riprende più. Muore quella notte. I giornali di tutto il mondo raccontano la morte di Mama Africa, la donna che aveva cantato contro l'apartheid e che se n'era andata sostenendo una causa di giustizia. Fino all'ultimo istante.
Genoa-Reggina, la prima tripletta italiana del Principe
A Castel Volturno si spegne una voce, al Ferraris di Genova ne esplode un'altra. Dopo 10 giornate di Serie A in testa c’è il Milan di Ronaldinho e Ancelotti. Il Genoa di Gasperini è una splendida sorpresa del campionato. Il marchio di fabbrica è un 3-4-3 in cui si vedono tutti i dogmi dell’allenatore: pressing uomo vs uomo, intensità, riaggressione, verticalità.
La stagione 2008/09 rappresenta l'apice del Genoa in questo millennio. In quell'annata straordinaria, i sostenitori rossoblu assistono a prestazioni di qualità superiore, con una squadra capace di far rinascere l'entusiasmo e le ambizioni della tifoseria. Non si vedeva un gioco così al Ferraris dai primi anni '90: sotto la Lanterna, contro il Genoa dovranno alzare bandiera bianca Juventus e Napoli, entrambe sconfitte 3-2, Milan e Roma.
La Reggina, invece, è in una fase davvero complicata: l'annata si concluderà con la retrocessione, anche se la squadra si presenta alla trasferta genovese con una coppia d’attacco rimasta nella memoria di tutti: Corradi-Brienza. A centrocampo, l’uomo di qualità è l’intramontabile Ciccio Cozza.

La partita passa alla storia per la prima tripletta in Serie A di Diego Milito, il Principe di Bernal. Un centravanti elegante, con statura e spalle che non hanno minato la classe di movimenti più simili a quelli di un tanguero. Arrivato l'ultimo giorno, anzi l'ultimo minuto, anzi l'ultimo secondo di mercato con un contratto lanciato dal procuratore. Lo voleva mezz’Europa, ha scelto di tornare al Genoa.
Guardare i movimenti di Milito in campo ricorda che questo sport è giocato soprattutto con la testa. Anche lontano dalla palla o dalla porta, in quella stagione, è circondato, più che mai, da un'aura di pericolosità e misticismo. C'è qualcosa di Florentino Ariza in lui, l'ostinato innamorato di García Márquez che attraversa L'amore ai tempi del colera aspettando il momento giusto.
Per 53 anni, 7 mesi e 11 giorni, Florentino attende Fermina Daza. Non si arrende, non si dispera, costruisce il suo impero e rimane fedele a una folle ossessione. Milito gioca allo stesso modo: aspetta, si nasconde, scompare dalla vista dei difensori come Florentino sparisce dalla vita sociale di Cartagena. Ma non è assenza, è preparazione, l'arte della pazienza trasformata in strategia.
I suoi movimenti senza palla sono ragionamenti carichi di significato. Si piega sulla sinistra, poi sulla destra, mai in linea retta, imprevedibile. Come Florentino scrive 800 lettere d'amore usando inchiostri diversi, Milito varia i tempi, cambia gli angoli, studia ogni difensore come si analizza il ritmo di un cuore amato. Non è fretta, è devozione al gol. Non è fame, è corteggiamento.
Quando arriva il pallone giusto, quando il difensore perde per un attimo la concentrazione, Milito si trasforma. Come Florentino che finalmente conquista Fermina sulla barca che risale il fiume, il Principe colpisce con una precisione frutto di una vita di attesa. Non è istinto, è il risultato di ogni movimento precedente, di ogni finta, di ogni corsa a vuoto che serviva a preparare quel momento esatto.
Il primo tempo di Genoa-Reggina termina 0-0. Palladino fa vibrare la traversa con un destro a giro, ma il momento che cambia il match è appena prima che Pierpaoli sta per fischiare l'intervallo: Andrea Costa viene espulso per doppia ammonizione. La ripresa dei padroni di casa è una discesa libera: Gasbarroni dalla panchina semina il panico e viene steso; dal dischetto, Milito che spiazza Campagnolo.
Pochi minuti più tardi, il numero 22 è ancora pericoloso: un tiro di prima intenzione esce di poco alto. Su invito di Gasbarroni è ancora protagonista: stavolta il tiro a giro vede la bella risposta del portiere avversario. Due segnali che Milito, in questa partita, ha ancora fame. Al 74', sugli sviluppi di un calcio d’angolo, mostra tutto il suo fiuto del gol: la palla arriva sul primo palo, viene spizzata e la traiettoria viene allungata verso l’area di rigore. El Principe legge prima tutta l’azione, sa già quello che succederà.
All'81' diventa uomo assist: slalomeggia nella compassata difesa avversaria e serve il pallone a Sculli che deve solo appoggiare in rete. Al 90', invece, la terza rete di Milito.
Vanden Borre prova un tiro al volo. Il risultato è pessimo ma la palla arriva, come se fosse calamitata, sui piedi del #22. È un pallone sporco che diventa rapidamente pulito. Stoppa di sinistro. Scivola. Se lo porta avanti con il destro e fredda il portiere in uscita. La fame, l’istinto, la tenacia del centravanti che in area vive per il gol. Genoa-Reggina 4-0: il Ferraris esulta per un principe che si muove come un poeta.
Quella sera Obama ci ricordava che in fondo tutto era possibile, Makeba moriva dimostrandolo, e Milito segnava 3 gol per il Genoa. Tre vite parallele in una sola giornata. A volte le vite non si incrociano per un disegno superiore. Si sfiorano per caso, nella stessa notte, sotto lo stesso cielo, senza sapere nulla l'una dell'altra. È questo, forse, che le rende vere come le storie che incrociamo quotidianamente.
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