
Nulla da perdere, poco da vincere
Quali ambizioni e prospettive scorgere dal 2025/26 dei Los Angeles Lakers?
50 vittorie e 32 sconfitte, 3° posto nella super agguerrita Western Conference. Ma anche durissimo 4-1 al primo turno subito per mano di Minnesota. I Los Angeles Lakers avevano così concluso la stagione 2024/25, passata alla storia, anche giustamente, più per il clamoroso scambio che ha portato Doncic alla corte di Redick che per il risultato finale. L’eliminazione contro Edwards e compagni aveva evidenziato forti lacune: il roster gialloviola si era garantito, acquisendo Luka Magic, la possibilità di essere competitivi per più anni, ma anche la necessità di fare mirati e significativi interventi per rendere reale questo potenziale.
La novità più importante del 2025/26 non si trova però a roster, quanto nel board: dopo 46 anni di gestione Buss - prima con Jerry, poi con Jim e oggi con la tutt’altro che amata Jeanie -, i Los Angeles Lakers passano a Mark Walter, investment manager americano, CEO del fondo Guggenheim Partners e di Twg Global per la cifra record di $10 miliardi.
Walter, assieme ad altri investitori (tra cui Todd Boelhy, proprietario del Chelsea), ne acquista circa l’85%, permettendo a Jeanie Buss di restare governor della franchigia per i prossimi anni. Il manager statunitense non è nuovo al mondo dello sport: col suo fondo possiede i Los Angeles Dodgers (baseball), Cadillac (F1), la Billie Jean King Cup (la Coppa Davis femminile) e ha quote nelle Los Angeles Sparks (WNBA) e in Chelsea e Strasburgo (calcio).
Negli USA Walter è stimato e rispettato: da quando ha preso in mano i Dodgers ha azzerato la precedente dirigenza, disegnando il suo board, e ha conquistato per due volte consecutive la World Series, nel 2024 e nel 2025. Il completo rimpasto dell'organigramma è proprio quello che sperano tanti tifosi gialloviola: i Lakers negli ultimi anni sono stati gestiti in maniera assai approssimativa e superficiale, senza reali prospettive future, vivacchiando più di status che di risultati.
L’operato di Jeanie Buss, di fatto numero 1 della franchigia, ha destato più di qualche perplessità negli addetti ai lavori, che le hanno più volte contestato: un impegno economico non brillante (da quando è governor, i Lakers sono una delle squadre nella lega che meno ha speso in luxury tax e stipendi); la fiducia incondizionata a Robert Pelinka come GM e PoBO, con l’ex agente di Kobe che avrebbe una lunga lista di motivi per essere messo quantomeno in discussione; l’influenza sulle decisioni importanti di soggetti ufficialmente esterni alla dirigenza ma che in realtà contano più di chi vi lavora (la famiglia Rambis, Phil Jackson, ex compagno della figlia di Jerry).
Le dinamiche erano già state denunciate pubblicamente, senza sortire l’effetto sperato, da Magic Johnson: l’ex play è stato per due anni Presidente dei gialloviola, per poi dimettersi a causa del clima vissuto ai piani alti della dirigenza. L’auspicio è che Walter faccia – brutalmente – piazza pulita, restituendo ai Lakers un board competente, strutturato e affiatato, così da porre le fondamenta per i successi. Il processo di cessione definitiva è severamente regolato dall’NBA: il neoproprietario avrà bisogno di tempo per attuare questi cambiamenti, ma la sua storia fa ben sperare gli appassionati.
Lakers Nation, c'è chi viene e chi va
Nonostante il contesto di transitorietà, il front office dei Lakers ha dovuto gestire una off season non semplice. Il contratto di Doncic deve essere rinnovato e bisogna iniziare a creare terreno fertile per il futuro attorno al fenomeno sloveno. La free agency parte col piede sbagliato: Dorian Finney Smith, preziosa ala 3&D approdata ai Lakers in dicembre per D’Angelo Russell e tre scelte al secondo giro, non accetta il rinnovo al ribasso offerto dai gialloviola e firma coi Rockets. Un colpo durissimo: Dodo, oltre ad avere caratteristiche tecniche poco presenti a roster, è anche uno dei migliori amici di Doncic (i due hanno giocato insieme a Dallas).
Pelinka comunque non rimane fermo e conferma Jaxson Hayes nel ruolo di centro di riserva, firma Jake LaRavia, ala che aveva finito la precedente stagione coi Kings, e piazza due innesti interessanti: approfittando dei buyout con Portland e Wizards, aggiunge al roster Deandre Ayton e Marcus Smart, entrambi con contratti di 1+1 con player option.
I colpi destano parecchi interrogativi. Ayton, prima scelta del Draft 2018 è reduce da anni pietosi, sia sul piano dei risultati che su quello dell’impegno e dell’applicazione: seppur il fit con Doncic possa sembrare quantomeno stuzzicante, affidarsi al nativo di Nassau come centro titolare di una squadra che punta a fare un percorso importante ai playoff è un salto nel vuoto. È anche vero che questa potrebbe essere l’ultima chance in carriera per Ayton: l’ex Suns potrebbe essere motivato a fare una stagione di alto livello.
Discorso un po’ diverso per Smart: il DPOY 2022, da quando ha lasciato Boston, ha fatto fatica a tornare ai livelli espressi coi Celtics a causa dei tanti infortuni. Anche per lui questa potrebbe essere l’ultima possibilità da protagonista ad alti livelli. Se il fisico lo assisterà, sarà un giocatore chiave per i Lakers: viceversa, si rivelerà un enorme buco nell’acqua.
Il 3 agosto 2025 arriva la notizia che tutti aspettavano: Luka Doncic firma un triennale da $165 milioni, rendendosi, nel 2028, eleggibile per un quinquennale da $417 legandosi quindi ai gialloviola a lungo termine. Con questo rinnovo, inoltre, lo sloveno è l’unico giocatore a roster, oltre a Bronny James, ad essere sotto contratto con i Lakers dal 2026. Le situazioni di Hachimura e Reaves sono ancora un punto interrogativo: entrambi non ancora rinnovati, entrambi non coinvolti in discorsi di trade col rischio di perderli a zero.
Guardando alla storia recente della franchigia e a come ha operato in tal senso il front office, la possibilità di vederli fare bene in altri lidi senza ottenere qualcosa in cambio è spaventosamente alto. Ci sono inoltre Vincent, Kleber e Vanderbilt, il cui valore di mercato, prossimo allo zero assoluto, li rende impossibili da muovere e di fatto membri obbligati del roster per questa stagione. In più, è un altro tema il che tiene banco in California: LeBron James.
L'elefante nella stanza
Da quando hanno scambiato per Doncic, i Lakers hanno effettuato il passaggio di consegne, diventando la squadra dello sloveno e non più quella di Lebron. La stella del nativo di Akron, alle ultimissime stagioni della leggendaria carriera, sta pian piano eclissandosi: la dirigenza gialloviola ne è ben consapevole e ci tiene a farlo capire anche all’ex Cavs, al quale, in questa estate, non è stato offerto alcun rinnovo. LBJ è obbligato, di fatto, alla scomoda e inusuale pratica di accettare la player option e rimanere con il contratto in scadenza. Lebron guadagnerà $52.6 milioni in questa stagione, e poi...
I Lakers si trovano di fronte a due scelte: fare in modo che il #23 si ritiri con la canotta gialloviola, rallentando il progetto di ricostruzione attorno a Doncic, o chiudere definitivamente nell’estate 2026, liberando il cap e provando subito ad aggiungere pezzi importanti al roster. L’ipotesi trade, ad oggi, pare impossibile.
Dal canto suo, Lebron, attualmente fermo ai box causa sciatalgia, non ha espresso esplicitamente le sue volontà: ha confermato che il ritiro è vicino (ma quanto? Tra una, due o tre stagioni le differenze, nell’economia della franchigia, sono significative) ma non ha espresso alcuna intenzione su come e soprattutto con chi avverrà.
Dal punto di vista societario, invece, i Lakers hanno dichiarato esplicitamente che vogliono che il Re si ritiri alla Crypto.com Arena, ma sanno meglio di tutti che ogni stagione di coesistenza Lebron-Doncic, per motivi salariali, è un ostacolo alla competitività a lungo termine della squadra. Per ora la patata bollente è lì, sul tavolo, ma qualcuno prima o poi dovrà prenderla in mano e scegliere cosa farne: l’impressione è che la scelta sia tra ciò che è giusto e ciò che è facile. Doncic–centrici da subito o Lebroniani sino a quando sarà alzata bandiera bianca?
Chi vivrà, vedrà
Quello di Doncic non è stato l’unico rinnovo a lungo termine in casa Lakers: prima dell’inizio dei playoff (e anche prima della cessione della franchigia) è stato esteso il contratto del GM Pelinka, mentre a fine settembre, prima dell’inizio della Regular Season, coach J.J. Redick ha firmato un contratto fino al 2030.
Le due estensioni raccontano storie diverse: quella di Pelinka, avvenuta prima del ribaltone societario, lascia il dirigente gialloviola in una posizione di estrema precarietà futura, specialmente a lungo termine; Redick, smentendo l’orda di critiche ricevute l’anno precedente, ha dimostrato che in panchina ci sa fare e anche molto bene. Il rinnovo non è altro che la conferma che il domani Lakers riparte, in primis, da lui.
Se, considerando Walter, J.J. e Doncic, guardare lontano con ottimismo è più che lecito, altrettanto non si può dire dell’oggi: a livello cestistico, i gialloviola sono poco più che mediocri. Sperare in qualcosa di più di un primo turno ai playoff è pura utopia. Ma tanto del futuro roseo che si auspica in California passa dalla gestione di questa fase transitoria: sarà la nuova proprietà a dover ristabilire l’ordine - tecnico e amministrativo - affinché staff e squadra siano messi nelle migliori condizioni possibili per lavorare.
Nell’ambiente si parla tanto di grandi target nell’estate 2027 (scadono i contratti attuali di Jokic e Giannis): i vincitori degli ultimi anni, tra cui gli stessi Lakers del 2020, hanno dimostrato che non si vince solo con i big, ma soprattutto con squadre costruite con intelligenza e pazienza, dove a fare la differenza non sono le stelle ma i role player. Calma e gesso, per una volta.
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