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Lazio Bologna Pasolini
, 1 Novembre 2025

Lazio-Bologna, 2 novembre 1975


L'Italia perde Pasolini, il suo Bologna rimonta in casa della Lazio.

"Madeleine de Proust (a volte anche sindrome di Proust) è un termine francese che può designare nella vita quotidiana un oggetto, un gesto, un colore e in particolare un sapore o un profumo, che evocano in noi ricordi del passato. Il termine deriva dalla madeleine, un dolce tipico francese che ha questo ruolo significativo per il narratore di Alla ricerca del tempo perduto in Dalla parte di Swann, il primo volume del romanzo di Marcel Proust". (Wikipedia)

Per ogni giornata di Serie A, la coincidenza cronologica con una sfida del passato riapre i cassetti della memoria calcistica. Questa è "Madeleine", ossia annodare nuovamente il filo che lega la storia del campionato italiano di calcio.


Domenica 2 novembre 1975, di notte è stato ucciso Pier Paolo Pasolini e di giorno si gioca Lazio-Bologna.

Il 1975 vibra di contraddizioni. L'euforia degli ideali si è fatta disincanto. Le piazze sono di una rabbia matura, che inizia a odorare di stanchezza e sogno infranto. Le fabbriche si svuotano lentamente, la crisi morde, l’austerità è un concetto concreto che cambia le abitudini. In Italia si inizia a parlare di compromesso storico, equilibri fragili, convergenze parallele. È un Paese che prova a ritrovarsi ma non sa più chi è. I giovani non credono più nei padri, e neppure nei maestri, buoni o cattivi che siano.

La guerra in Vietnam finisce, ma la pace non arriva: resta il sospetto, l'inquietudine, la sensazione che il futuro abbia cambiato forma. In America Springsteen canta "Born to Run". Ovunque nei jukebox gira "Bohemian Rhapsody" dei Queen, 360 secondi di delirio operistico che spaccano ogni regola.

Al cinema, Spielberg terrorizza le spiagge con Lo squalo. Miloš Forman racconta la follia che diventa libertà in Qualcuno volò sul nido del cuculo. In Italia, Monicelli porta sullo schermo Amici miei, una risata amara sul Belpaese. Un film manifesto.

La televisione illumina le case con colori nuovi, ma il sogno del progresso si scontra con la realtà delle borgate, dove la vita brucia in fretta e la speranza ha il volto dei poeti. E in una notte di novembre, sul litorale di Ostia, quel sogno si spezza per sempre. Il corpo di Pier Paolo Pasolini giace sulla sabbia, massacrato. Muore con lui un'idea di verità, forse l'ultimo frammento d'innocenza di un'Italia che non sa più guardarsi allo specchio.

2 novembre 1975 – L'Idroscalo di Ostia

Muore Pasolini. Massacrato di botte, investito dalla sua stessa Alfa Romeo, lasciato nell’oscurità dell’Idroscalo. Un corpo spezzato sulla sabbia, il viso irriconoscibile, le ossa rotte. Una morte atroce, violenta, che porta con sé misteri mai risolti e ombre che attraversano decenni.

Con lui muore uno sguardo. Pasolini verrà ricordato come uno dei pochi che aveva capito tutto, uno di quelli che aveva visto prima degli altri cosa stava diventando l’Italia. Poeta, regista, intellettuale scomodo, profeta inascoltato. Aveva denunciato il potere, la televisione che omologa, il consumismo che divora, la mutazione antropologica di un popolo.

Pasolini aveva amato i ragazzi di borgata, i sottoproletari, i corpi innocenti delle periferie. Scriveva con rabbia e tenerezza, filmando la bellezza disperata di un mondo che spariva. L’Italia lo odiava e lo temeva. Disturbava, bruciava. Lo chiamavano scandaloso, immorale, sovversivo. Fino a quella notte, alla sabbia di Ostia, al silenzio definitivo.

Resta il corpo di un poeta morto ammazzato. Un Paese che non ha voluto ascoltarlo. Una verità mai detta fino in fondo. Ma Pasolini non apparteneva a nessuno e parlava a tutti. Un uomo solo, in un tempo che non sopportava la solitudine.

Nell’orazione funebre, Alberto Moravia tratteggia una metafora inquietante ma quanto mai veritiera: "L’Italia ha perduto un uomo prezioso che era nel fiore degli anni. Ora io dico: quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi, è inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso, è un’immagine emblematica di questo Paese. Cioè, un’immagine che deve spingerci a migliorare questo Paese come Pasolini stesso avrebbe voluto".

Pasolini e il calcio

Se si dovesse scegliere un'immagine in cui Pasolini si mostri veramente felice, non sarebbe un'eresia scegliere una foto dove scatta sgusciante sulla fascia. "I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche 6-7 ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo 'Stukas': ricordo dolce e bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso."

A Enzo Biagi confesserà, durante un’intervista a La Stampa nel 1973: "Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?" «Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno dei grandi piaceri.»

Perché uno dei più grandi pensatori del Novecento italiano era rapito da questo sport, rompendo l'argine che vedeva gli intellettuali impegnati sdegnarsi per i giovani che seguivano il campionato e non facevano la rivoluzione? E perché, peggio ancora, un certo mondo non riconosceva il valore dei narratori e del racconto sportivo?

In una delle più celebri frasi, Pasolini sostiene che il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. In un’altra che il capocannoniere è il miglior poeta dell’anno. Al di là degli aforismi, il suo approccio alla materia è rigoroso e universale: studia e analizza il gioco sotto ogni punto di vista, tattico, sociale o filosofico.

Pasolini concepiva il calcio come un vero e proprio linguaggio, dotato di una struttura semiotica paragonabile a quella dell'italiano scritto e parlato. Secondo il friulano, l'unità minima di questo sistema di segni era il podema, il gesto del calciatore che usa il piede per colpire il pallone. Questi podemi, in parallelo ai 22 fonemi della lingua italiana, si combinavano in infinite possibilità per formare quelle che Pasolini chiamava parole calcistiche. L'insieme di queste componeva un vero e proprio discorso drammatico, regolato da norme sintattiche precise: la partita.

In questa visione linguistica del gioco, i calciatori erano i cifratori del messaggio; gli spettatori ne erano i decifratori, accomunati dalla condivisione di un codice. Chi non lo possedeva non poteva comprendere il significato dei singoli passaggi né il senso complessivo del discorso calcistico che si svolgeva in campo.

Pasolini andava oltre. Distingue, senza giudizio di valore, tra un calcio-prosa e un calcio-poesia. Bulgarelli incarnava il calcio prosastico, un "prosatore realista"; Riva invece giocava in poesia, "poeta realista"; Corso rappresentava la dimensione poetica, ma con venature da poeta maledetto; Rivera praticava una prosa poetica, raffinata come un elzeviro giornalistico; Mazzola, pur essendo anch'egli elzevirista degno del Corriere della Sera, possedeva un'anima spiccatamente poetica, capace di interrompere improvvisamente la prosa per inventare "due versi folgoranti".

La distinzione tra prosa e poesia nel calcio non era casuale, ma radicata nella cultura e nella storia dei popoli. Così come ogni linguaggio parlato condivide un terreno di cultura e attualità storica, anche il calcio rifletteva queste caratteristiche profonde: alcune culture calcistiche si esprimevano fondamentalmente in prosa - realistica o estetizzante, come nel caso dell'Italia - mentre altre parlavano naturalmente il linguaggio della poesia.

Pasolini e il calcio giocato

Il calcio amato da Pasolini è però, soprattutto, calcio praticato. Gioca nelle giovanili del Casarsa Football Club; fonderà nel dopoguerra una società calcistico-artistica, in cui le attività sarebbero state finanziate da attività culturali (Società Artistico Sportiva Juniors Casarsa) e sarà tra i fondatori della Sangiovannese.

Anche da affermato regista nelle borgate romane, Pasolini non recide il legame col calcio. Lo fa in una maniera dannatamente seria: va su tutte le furie quando esce sconfitto dal terreno di gioco. La partita più celebre è quella tra le troupe di Novecento di Bertolucci e quella di Le centoventi giornate di Sodoma: primavera 1975, nei pressi di Cittadella, in campo c’è anche un giovanissimo Carlo Ancelotti.

In un’intervista alla Gazzetta dello Sport, Carletto ha confermato di essere stato ingaggiato da Bertolucci: "Si accorse subito che non tutto era regolare, ma aveva talmente tanta voglia di giocare che passò sopra a quella bugia. Loro, la squadra di Pasolini, intendo, erano bellissimi nelle divise rossoblù fiammanti. Lui portava la fascia di capitano al braccio sinistro. Aveva la faccia scura, anche perché si era fatto male. Mi pare che gli avessero fatto un brutto fallo e che zoppicasse

Pasolini aveva compreso che il calcio non è una fuga dalla realtà, ma una delle sue forme più pure e popolari di rappresentazione, nelle virtù e nei vizi. Era un modo di stare al mondo: un simbolo di riscatto e di continua rinascita. Ogni partita rappresentava una storia nuova, imprevedibile nel suo esito e sempre aperta a molte possibilità. Era possibile scorgervi un sogno condiviso, capace di superare le divisioni sociali e di riunire, in un unico spazio, individui di origini e condizioni diverse.

Pasolini e il Bologna

Pasolini tifava Bologna con un'intensità che non conobbe mai cali, alimentata paradossalmente dalla lontananza. In un'intervista a Crotti del 1973, così il friulano: "Io abitavo a Bologna. Soffrivo allora per questa squadra del cuore, soffro atrocemente anche adesso, sempre. L’attesa è lancinante ed emozionante. Dopo, al termine della partita è un’altra faccenda, ci si rassegna al risultato, o si esulta".

Pasolini è innamorato del Bologna più potente della storia: Biavati e Sansone ("Non ho mai visto niente di più bello"), Reguzzoni e Andreolo "il re del campo", Marchesi, Fedullo e Pagotto; nella sua attualità sarà rapito da Giacomo Bulgarelli, intervistato anche nei celebri “Comizi D’amore”.

Non era un tifo folcloristico ma sentimentale, radicato nella memoria e nell'identità, vissuto con una serietà quasi dolorosa. Domenica 2 novembre 1975 si gioca Lazio-Bologna, ma Pasolini non è nel suo posto all’Olimpico. Giace morto sulla sabbia di Ostia.

Lazio-Bologna, 2 novembre 1975

A Roma, lo sgomento è forte. La partita, in una giornata autunnale, sembra una sorta di sottofondo rispetto alla realtà della notte appena trascorsa. Siamo alla 4° di campionato, Lazio e Bologna sono ancora in fase di rodaggio. Cantieri aperti che si chiedono in fondo cosa vogliono dal campionato: ambizioni di alta classifica o una mediocre metà classifica?

Maestrelli è ricoverato in ospedale per curare il tumore al fegato: i biancocelesti sono affidati a un allenatore emergente, Giulio Corsini. La Lazio vive negli insegnamenti di Maestrelli, mal sopporta Corsini: non c’è feeling né fiducia, l’ambiente non è sereno e la partita ne sarà la dimostrazione lampante.

Sulla panchina felsinea, invece, c’è confermatissimo l’italo-argentino Bruno Pesaola, che nel maggio 1974 aveva portato il Bologna al trionfo in Coppa Italia.

Lazio Bologna Pasolini (Fonte: LazioWiki).

TABELLINO

LAZIO: Pulici, Ammoniaci, Petrelli, Manfredonia, Ghedin, Re Cecconi, Garlaschelli (24' Ferrari G.C.), Brignani, Chinaglia, Badiani, Giordano. (12 Moriggi, 13 Polentes). All. Corsini.

BOLOGNA: Mancini F., Valmassoi, Cresci, Bellugi, Roversi, Nanni, Rampanti, Maselli, Chiodi, Vanello (76' Trevisanello (II)), Bertuzzo. (12 Cavalieri E., 14 Grop). All. Pesaola.

Arbitro: sig. Gussoni (Tradate).

Marcatori: 64' Giordano, 80' Brignani (aut).

La partita sembra avere una trama già scritta. La Lazio prova a fare la partita, in alcuni frangenti del match ci riesce anche; il Bologna è un po' spaesato, ci prova raramente con delle ripartenze. Nessuno ha la forza per vincere, ma nessuno merita di perdere. Ai punti meriterebbero di più i padroni di casa, ma le assenze condizionano la lucidità in fase di conclusione: D’Amico è da tempo in infermeria, durante la settimana è arrivato il K.O di Martini, alla vigilia si aggiunge agli indisponibili capitan Wilson, durante il match viene meno anche Garlaschelli.

Lazio Bologna Pasolini
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La Stampa sintetizza così: “Lo spettacolo è modesto, il gioco noioso o cattivo, i gol sbagliati molti, i gol fatti pochi”. Il migliore in campo è l’esordiente Manfredonia, impiegato da libero: un 19enne che gioca col piglio del veterano. Sicuro ed efficace. La partita la sblocca invece Giordano, lesto ad approfittare di un rinvio “sbucciato” su un cross di Chinaglia. Il Bologna si scopre ma i biancocelesti non chiudono i conti.

All'81', la svolta decisiva: Petrelli blocca con un fallaccio un'incursione di Bellugi. Sul piazzato, Rampanti appoggia per Bertuzzo che lascia partire un tiro deciso, secco, di prosa e non di poesia. La palla incontra sulla corsa Brignani: la deviazione è fatale.

Il gol è la sovversione di un codice, è la rottura di un equilibro che sembrava scritto. Pier Paolo Pasolini avrebbe forse esultato e sorriso in tribuna, per quel pareggio insperato del suo Bologna.

Lazio Bologna Pasolini

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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