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Cagliari Riva
, 25 Ottobre 2025

Napoli-Cagliari, 26 ottobre 1969


Il Cagliari dello Scudetto, Gigi Riva e Fabrizio De André.

"Madeleine de Proust (a volte anche sindrome di Proust) è un termine francese che può designare nella vita quotidiana un oggetto, un gesto, un colore e in particolare un sapore o un profumo, che evocano in noi ricordi del passato. Il termine deriva dalla madeleine, un dolce tipico francese che ha questo ruolo significativo per il narratore di Alla ricerca del tempo perduto in Dalla parte di Swann, il primo volume del romanzo di Marcel Proust". (Wikipedia)

Per ogni giornata di Serie A, la coincidenza cronologica con una sfida del passato riapre i cassetti della memoria calcistica. Questa è "Madeleine", ossia annodare nuovamente il filo che lega la storia del campionato italiano di calcio.


Domenica 26 ottobre 1969, al San Paolo, si sfidano Napoli e Cagliari. È un anno di confine, il 1969. Il mondo vecchio muore, quello nuovo non è ancora nato. Le piazze d’Italia bruciano di rabbia e di speranza: operai e studenti insieme, per la prima volta, gridano contro padroni e baroni. È l’autunno caldo, scioperi, cortei, manganelli, sirene nella notte.

A Milano, una bomba squarcia Piazza Fontana. 17 morti, la fine dell’innocenza e l’inizio della strategia della tensione. Nello stesso tempo, l’uomo mette piede sulla Luna. La scienza tocca il cielo, mentre in Vietnam si continua a morire nel fango. A Woodstock si sogna la pace. I Beatles si sciolgono, ma Abbey Road resta come l’ultimo saluto a un’epoca che svanisce. In Italia, la televisione promette un paese nuovo, lucido, moderno ma nelle strade si parla ancora in dialetto. C’è chi sogna la rivoluzione. Chi teme il futuro. Chi prova a godersi la vita.

È un anno sospeso. Un tempo in bilico tra utopia e tragedia, tra chi vuole cambiare tutto e chi ha paura di perdere ogni cosa.

Volume III: il disco che sull’ombra di Brassens conquista l'Italia

L’album più ascoltato d’Italia nel 1969 è Volume III di Fabrizio Dè Andre. È il disco che lo consacra definitivamente: le sue parole sono universali e affrontano morte, guerra, ingiustizia, amore che finisce, con una spontaneità disarmante e un'ironia sottile che solo lui sa maneggiare.

Nella primavera del 1956 suo padre era tornato dalla Francia con due 78 giri di Georges Brassens. Non poteva immaginare che quei dischi avrebbero cambiato la vita di suo figlio Fabrizio. Che avrebbero plasmato il suo futuro artistico e politico. Che lo avrebbero trasformato da giovane borghese genovese in poeta degli ultimi.

Fabrizio aveva studiato ossessivamente l'opera di Brassens, ne aveva tradotto i brani, ne aveva assorbito il pensiero. La "commedia umana" delle canzoni del francese, popolata di miserabili, anticonformisti, ribelli, era diventata la sua. L'anarchismo dichiarato di Brassens era diventato il suo manifesto silenzioso. In Vol. III, la devozione è palpabile.

De Andrè non volle mai incontrare Brassens. Mai. Aveva paura di trovarlo diverso da come lo immaginava, di scoprire che l'uomo non corrispondeva al mito. Preferì tenersi il suo Brassens, perfetto e irraggiungibile. Un maestro che restasse tale proprio perché lontano. Perché la devozione più pura è quella vhe vive di ascolto, di parole tradotte, di silenzi rispettosi.

Le canzoni

10 brani, 2 dei quali sono entrati per sempre nell'immaginario collettivo. La Canzone di Marinella, tragedia di una ragazza che trova l'amore e perde la vita scivolando nel fiume, beffata dal destino. E La Guerra di Piero, inno antimilitarista per eccellenza: un soldato ucciso in un campo di papaveri, l'assurdità della guerra raccontata con una semplicità che spacca il cuore.

C'è Il Gorilla, l'adattamento da Brassens che racconta di una scimmia fuggita dalla gabbia che violenta un giudice. Sembra una storia grottesca, comica quasi, ma gli ultimi versi ribaltano tutto: quel giudice aveva condannato a morte un innocente il giorno prima. La legge del contrappasso. La giustizia che punisce chi ha abusato del proprio potere. Satira feroce mascherata da favola. Puro Brassens. Puro De André.

La Ballata dell'Eroe, altro anatema contro la guerra impreziosito dall'armonica; S'i' fosse foco, rivisitazione del sonetto di Cecco Angiolieri; Amore che vieni, amore che vai, melodica e malinconica; Il Testamento, sarcastica cronaca di un anarchico che lascia in eredità le sue idee sovversive; Nell'acqua della chiara fontana, altro omaggio a Brassens intriso di dolcezza; La Ballata del Miché, dramma di un suicidio in carcere; Il re fa rullare i tamburi, canto popolare francese del XIV secolo sulla prepotenza dei potenti.

Dieci gemme. Storie di ultimi, di perdenti, di chi paga sempre il conto. Raccontate con quella voce bassa, quasi sussurrata, che sembra sempre sul punto di spegnersi ma che incide come un bisturi. Nel 1969, Vol. III diventa l'album più venduto in Italia: è la prova che c'era fame di verità, di poesia, di bellezza.

Gigi Riva e Fabrizio De André, Cagliari e Genova: la stessa lingua

Mentre Vol. III conquista le classifiche, il Cagliari è in testa al campionato e Gigi Riva è l'uomo che sta trasformando l'impossibile in realtà.

Riva e De André parlano la stessa lingua, uno con i piedi e l'altro con le parole.

Entrambi hanno tradito la loro classe di appartenenza. Fabrizio è nato borghese ma ha scelto di cantare le puttane, i ladri, gli anarchici. Ha voltato le spalle ai salotti genovesi per stare con chi non conta niente. Gigi è nato povero ma quando la ricchezza lo ha cercato - la Juventus, i milioni, la gloria facile - ha detto no. Ha scelto la Sardegna, l'isola degli ultimi d'Italia, quella che nel Continente si dimenticano sempre.

Non cantano per gli ultimi. Non giocano per gli ultimi. Loro sono con gli ultimi. O meglio, si sono fatti ultimi per scelta, per qualcosa che assomiglia all'amore ma è più testardo dell'amore.

De André dà voce a chi voce non ha. Trasforma il perdente in eroe, la prostituta in santa, il suicida in poeta. Le sue canzoni sono atti di giustizia: dicono che la tua storia vale quanto quella di un re. Anzi, di più. Perché è vera.

Riva dà gambe, quelle sue leve storte che sembrano fatte apposta per smentire ogni previsione, a un'isola che non ha mai vinto niente. Ogni gol è un pugno sul tavolo: esistiamo. Contiamo. Possiamo battere la Juve, il Milan, l'Inter. Non perché siamo più forti, ma perché abbiamo più fame. La fame di chi ha sempre mangiato la polvere e oggi vuole sedersi a capotavola.

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Per De André, la Sardegna è la terra dove le regole della terraferma non valgono. Dove i banditi sono più onesti dei giudici, dove la dignità conta più della legge. È l'isola degli ultimi che diventano primi. La canterà, quella Sardegna. La metterà nei dischi come si mette un talismano in tasca.

Per Riva, la Sardegna è casa. Non quella dove sei nato, ma quella che scegli e che ti sceglie. È Sant'Antioco che profuma di mare e di fatica. È Cagliari che urla il suo nome ogni domenica e che lui ripaga con una fedeltà da altri tempi. Si è fatto sardo fino al midollo, lui che viene dalle nebbie di Varese. Ha capito che quella terra non aveva bisogno di pietà ma di orgoglio.

L'incontro

Sono taciturni, Gigi e Fabrizio. Non perché non abbiano niente da dire, ma perché le parole degli ultimi non sono mai state ascoltate. Hanno imparato che il silenzio pesa più dei discorsi. Eppure, è storia, quel loro unico incontro. Il 14 settembre 1969, a Genova, dopo Sampdoria–Cagliari.

De André parla poco, sorride meno. Osserva tutto e registra tutto, ma sa che spiegare è inutile. Riva è timido fino all'imbarazzo. Davanti alle telecamere abbassa lo sguardo, si impappina. Si fa coraggio per andare incontro a quello che è il suo idolo musicale. Vuole capire fino in fondo dove nasce la sua canzone preferita, Preghiera in Gennaio, che il cantante genovese dedica al suo amico Tenco e che Riva fa ascoltare a tutta la squadra sull’autobus che porta i rossoblu negli stadi d’Italia.

In quell’incontro si parlerà di Sardegna, di musica, di calcio. Di vita. Senza troppi preamboli, perché quei due sanno pesare le parole e le emozioni. A fine incontro Riva regalerà la maglia numero 11 a De André. Il cantautore la sua chitarra. Non ci saranno altri incontri, ma l’amicizia e la stima dureranno per sempre.

Napoli-Cagliari 0-2: Gigi Riva si prende il San Paolo

Nell'autunno del 1969, Riva e il Cagliari sono incontenibili. Guidano la classifica con la consapevolezza di vivere l’occasione della vita. Il Napoli, invece, non è partito bene: solo 5 punti dopo 7 partite di Serie A.  

Nel precedente campionato i punti di distacco tra le due squadre sono stati 9. Gli isolani avevano chiuso al 2° posto con 41 punti, gli azzurri al 7° con 32 punti. Gli allenatori sono Giuseppe Chiappella per i padroni di casa e l’allenatore filosofo Manlio Scopigno per gli ospiti.

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Via CalcioSerieA.net.

La rete che sblocca la partita è un regalo di Dino Zoff a Riva. Su un lungo ed innocuo traversone di Comunardo Niccolai, il pallone scivola tra le mani del portierone. Riva è nelle vicinanze e segna uno dei gol più facili della carriera.

Il Napoli preme, vuole riprendere la partita. È una reazione scomposta, poco ordinata. Irrazionale. Non manca di volontà ma di precisione. Josè Altafini sembra un lontano parente del giocatore che ha infiammato il Brasile e l’Italia. Albertosi, in ottimo stato di forma, respinge il resto.

Adriaco Luise su La Stampa descrive così il primo gol: “Al trentacinquesimo minuto nuovo intelligente contropiede di Riva; su un pallone alto ribattuto da Zurlini l’attaccante rossoblù piomba di testa cogliendo di sorpresa Zoff che non riesce ad intervenire”.

Il servizio della Domenica Sportiva, invece, dipinge il raddoppio in maniera essenziale: “un goal che ha avuto il marchio della potenza e dell’abilità dell’ala nazionale… Zurlini interviene difettosamente di testa e Riva si impossessa della palla. Resiste al falloso ritorno del libero napoletano e batte di destro Zoff”.

L’uscita dal campo è lo specchio della partita: applausi per Riva, fischi per il Napoli.

Quel giorno d’ottobre, Gigi Riva con la sua maglia numero 11, sembra uscire da una canzone di De André: uno di quegli eroi silenziosi che non chiedono gloria, ma solo il diritto di restare veri. Mezzo secolo dopo, quel silenzio di Riva e quella voce di De André continuano a parlarci, ricordandoci che la dignità non fa rumore, ma non smette mai di cantare.

Ancora oggi, Gigi Riva è il miglior marcatore delle sfide tra Napoli e Cagliari, con 12 reti all’attivo.

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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