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Milan
, 20 Ottobre 2025

Il paradosso del Milan


Se il Milan di Allegri sembra esser compatto, quello di Furlani e Tare rimane un enigma da risolvere.

Alzi la mano chi, il 23 agosto dalle 22:45 circa, dopo aver subito l’acrobazia volante di Federico Bonazzoli, si aspettava un Milan al primo posto in classifica nel giro di nemmeno due mesi. Alzi l'altra mano chi avrebbe mai pensato di assistere a una vittoria convincente contro il Napoli di Conte, seguito da un pareggio pieno di rammarichi in casa della Juventus e una vittoria sporca in rimonta contro la Fiorentina. Capiamo l’improvvisa esaltazione: stiamo parlando della stessa squadra che ha concluso lo scorso campionato all’8° posto, fischiata dal suo stesso pubblico.

Rafforziamo il concetto. Poco meno di 5 mesi fa il Diavolo perse la finale di Coppa Italia contro il Bologna. Poco meno di 4 mesi fa il Milan non aveva alcun DS. Poco meno di 3 mesi fa i rossoneri vedono andar via i propri pezzi da novanta: da Reijnders a Theo Hernandez. Poco meno di 2 mesi fa, infine, il saldo delle cessioni registra ben 18 uscite.

Come ha fatto il Milan a rilanciarsi così rapidamente? È davvero tutto merito di Massimiliano Allegri?

Un Game of Thrones rossonero

Il paradosso rossonero odierno – una squadra divisa nella sua dirigenza ma compatta sul campo - prende vita proprio all’arrivo dell’ex tecnico della Juventus. Un profilo come quello dell’allenatore toscano era tutto ciò che i tifosi chiedevano a gran voce e Igli Tare, non proprio l’ultimo arrivato del calcio italiano, lo sapeva benissimo. Il dirigente albanese decide così di bagnare il suo ingresso nella piramide rossonera con un colpo di teatro: interrompe il corteggiamento del Napoli (immerso in un clima di incertezza sulla scelta di Conte) e convince Allegri a tornare proprio lì dove tutto è iniziato 15 anni fa.

Se il buongiorno si vede dal mattino, il popolo rossonero avrebbe potuto vivere un’estate senza troppi malanni. Purtroppo, però, a Casa Milan sembrano inscenarsi alcuni episodi di Game of Thrones rivisitati in chiave sportiva. Le lotte al potere non hanno regole: tra mercato, conferenze e interviste, i colpi di scena non mancano. Con l’arrivo di Tare, c’è un organigramma da risistemare e posizioni da rivendicare. Giorgio Furlani, corpo fisico della vera anima dei proprietari del Milan – Elliott – prosegue il progetto sportivo secondo le sue ragioni: il primo colpo del mercato estivo è Samuele Ricci.

Il centrocampista italiano arriva in rossonero attraverso un’operazione discussa già dal mercato invernale, guidata da Paolo Busardò, agente sportivo molto vicino alla figura di Furlani. Una mossa assai criticata, poiché alludeva a un rapporto preferenziale fra i due — emblematico, in tal senso, il tentativo di imbastire una trattativa per Giovanni Fabbian, altro assistito di Busardò.

 In risposta a questa direzione, Tare mette le basi per tre trattative: Xhaka, Modric e Jashari. Il primo non arriverà mai in rossonero – a causa delle pretese del Bayer Leverkusen, si dice –; il secondo si prometterà sposo fin da subito, a patto che possa prima giocare il Mondiale per Club col Real Madrid.

Per quanto riguarda il talento svizzero, invece, si assiste a una telenovela: il Club Brugge non cede subito alle avances del Diavolo, aumentando la sua richiesta ogni settimana che passa. Tare va e viene dal Belgio, come Maldini aveva fatto per De Ketelaere anni prima. La trattativa si risolve soltanto quando Tare chiede un aumento del budget per ingaggiare il 2002, inizialmente respinti dall’uomo dei conti, Giorgio Furlani.

Ecco, dunque, che entra in scena un altro protagonista: Zlatan Ibrahimovic. Lo svedese, che lo scorso anno ha mostrato gravi mancanze sul piano comunicativo, si fa carico della sua figura e, dietro le quinte, convince Jashari a non mollare di un centimetro. Tare, di conseguenza, ha dalla sua il sì del giocatore ma manca di moneta. Dopo un’estenuante tira e molla, il 6 agosto, Jashari diventa un nuovo giocatore del Milan. In un ipotetico tabellino che segue il duello a distanza fra i due dirigenti, Tare 2-1 Furlani.

Una sfida all'ultimo attaccante

Partita chiusa? Assolutamente no. Ad agosto inoltrato, il Diavolo dirigenziale ritiene che manchi ancora un tassello: una prima punta, un attaccante da area di rigore. Le idee fioccano: per tutto agosto viviamo una serie di “audizioni” che portano vicini alla firma Victor Boniface – saltato per questioni “mediche” -, Conrad Harder – componente della scuderia Busardò - e, alla fine, Christopher Nkunku. A spuntarla è proprio quest’ultimo, ma le divergenze dirigenziali sulla valutazioni del passato clinico del francese fanno scattare l'allarme: chi comanda al Milan?

Dagli Stati Uniti non arrivano notizie di Gerry Cardinale. Il numero uno di RedBird non sembra molto avvezzo alla parola se non per discutere di azioni, investimenti e brand. Ed è in questo contesto che sale in cattedra Massimiliano Allegri. Il livornese prima rassicura tutti sulla collaborazione tra le scrivanie, poi parla di massima fiducia nei propri dirigenti.

Mentre in dirigenza si combatte all’ultimo sgarbo, sul campo il Milan conclude il ritiro, vince in Coppa Italia contro il Bari e perde, clamorosamente, la prima di Serie A con la Cremonese, sconfitta che sembra non scacciare i fantasmi della scorsa stagione. Tuttavia, il punto di svolta che porta al racconto di questo paradosso rossonero si consuma proprio nella sconfitta di San Siro.

Massimiliano Allegri prende le redini del “suo” Milan, fa la voce grossa e viene accontentato con l’arrivo di Adrien Rabiot. Il Diavolo batte Lecce, Bologna, Udinese e Napoli, pareggia con la Juventus, rientra dalla sosta con 3 punti sulla Fiorentina e si conferma come la 2° miglior difesa del campionato. Tutto è bene ciò che finisce bene, ma la situazione interna del Milan sembra aver preso una strana piega.

Previsioni

L’origine delle divergenze sopracitate è da ritrovare in una questione prettamente azionaria. Il Milan non è completamente nelle mani di RedBird e l’ombra di Elliott si mostra a più riprese quando c’è da “fare i conti”. Giorgio Furlani, nemico pubblico n°1 dei tifosi del Milan, altro non è che un semplice dipendente, messo lì per trovare la quadra economica e finanziaria. Il suo lavoro, a essere cinici, è stato eccezionale: se il Milan vanta un bilancio sano, dopo anni disperati, è anche grazie a lui e il suo lavoro. Eppure, qui vige il più semplice dei concetti: ai tifosi, di vincere la coppa del bilancio, frega poco o nulla.

Allegri rappresenta il totem che congiunge il campo alla scrivania. Un allenatore della sua personalità non poteva che fare bene al Milan “americanizzato”, ma sorge un dubbio legittimo: cos’è successo in dirigenza in questi pochi mesi? Sia nel bene che nel male, Allegri sarà un parafulmine di titanio ma alle sue spalle sembrano esserci movimenti confortanti.

L’arrivo di una figura ingombrante come quella di Tare restringe il posto in poltrona e appare addirittura come una bocciatura di Ibrahimovic, ormai relegato a semplice figura rappresentativa del club e non presente - così come non lo era prima - nell’organigramma ufficiale. Zlatan resta un uomo di RedBird, ma non è ancora chiaro quali siano le sue effettive mansioni. Declassato anche Geoffrey Moncada, altro componente del fallimentare “gruppo di lavoro” che ha reso via via sempre più sciagurata la stagione 2024/25. E non dimentichiamoci di Jovan Kirovski, primo responsabile del fallimento, a 360°, di un ambizioso progetto come il Milan Futuro, retrocesso in D, ma nonostante tutto ancora saldo sulla poltrona.

Sulla punta della piramide rossonera vi sono tre teste: Tare, Furlani e Allegri. Con la vicenda dello stadio — unica materia in cui sembra esserci occupato Paolo Scaroni – finalmente conclusa con un nuovo impianto condiviso con l’Inter, il Milan di Allegri e Tare appare come una squadra che potrebbe qualificarsi in Champions League serenamente. Allora la domanda è la seguente: e se il Milan fosse pronto a un nuovo cambio di proprietà? I tifosi rossoneri potrebbero così tornare a tifare un club con una sola e unica anima. Elliott permettendo.

  • Classe 1997. Aspirante scrittore, convinto che Dio vesta una maglia rossonera. Tra i tanti dubbi esistenziali maturati in vita: perché non si gioca più col 4-3-1-2?

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