
5 partite che hanno segnato la storia del calcio
A livello culturale, tattico, narrativo.
Il testo è l'adattamento dell'omonimo video uscito sul canale Youtube Visione di Gioco. Per guardarlo e recuperare anche il resto dei video pubblicati, potete cliccare qui.
Fin da quando era praticato solo in Gran Bretagna, con addosso vestiti che oggi faticheremmo a trovare decenti, il calcio ha rappresentato qualcosa di più. "Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio" disse una volta il professore di filosofia a un giovane José Mourinho: se è vero, dev’esserci qualcosa in più dietro una vittoria insperata o un gol segnato malignamente con la mano. Questi gesti dicono a tutti qualcosa di noi, della nostra cultura, del nostro modo di vivere. Lo sport come palestra morale, l’ultima espressione di sé.
La storia del calcio è, per riflesso, la storia degli uomini che lo hanno praticato. Il loro passaggio sulla Terra rimane cristallizzato in una partita che altri esseri umani hanno guardato dal vivo, davanti alla quale si sono emozionati. Così, le partite di calcio finiscono per essere tramandate oralmente come i poemi epici. I giocatori-eroi o demoni, santi o usurpatori.
Inoltre, per sua natura il calcio è in perenne mutamento. Pensiamo alle regole che disciplinano il gioco – fino al 1970 non si potevano effettuare sostituzioni; fino al 1992 il portiere poteva raccogliere con le mani il retropassaggio dai difensori –, pensiamo allo stile di calciatori e squadre che lo animano. Come tenere traccia del cambiamento del calcio in maniera allo stesso tempo simbolica e tangibile? Attraverso le sue partite più nobili, più rilevanti.
90 minuti possono cambiare nel profondo la storia di uno sport, addirittura di un paese intero. Tra le milioni di partite disputate a qualsiasi livello da fine Ottocento a oggi, queste 5 hanno forse segnato la storia del calcio più di tutte.
Brasile - Uruguay 1-2, Maracanã, 16 luglio 1950
Brasile e Uruguay arrivano alla partita finale del Campionato del Mondo del 1950 in condizioni diametralmente opposte.
L’Uruguay è una nazionale derelitta, rivanga i fasti del passato. La Celeste ha vinto l’ultimo Campionato Sudamericano 8 anni prima, nel 1942, ed è in un periodo di magra. Il successo ottenuto nel 1930, a Montevideo contro l’Argentina, con cui l’Uruguay si era laureato Campione del Mondo, è a questo punto della storia un ricordo dolce. Dolce, ma lontano. Le amichevoli del 1950 in previsione del Mondiale sono un disastro: l'Uruguay perde con Cile, Paraguay e Brasile, quest’ultimo sfidato tre volte per la Copa Rio Branco.
L’Uruguay del 1950 è una formazione ancorata a schemi di gioco che sembrano superati dal tempo: a una vocazione difensiva, per tradizione e tattica, abbina pochi giocatori in grado di fare la differenza. Uno di questi è Juan Alberto Schiaffino, interno di centrocampo del Peñarol, che in futuro giocherà per Milan e Roma. Schiaffino, le cui tracce nella cultura pop italiana si possono trovare facilmente ascoltando Sudamericana di Paolo Conte, è il leader di una nazionale che, a parte qualche eccezione come il caudillo Obdulio Varela, è modesta.
Lo scrittore Eduardo Galeano ha in seguito descritto così la stella di quell’Uruguay: «Schiaffino, con le sue giocate magistrali, organizzava il gioco della squadra come se stesse osservando tutto il campo dalla più alta torre dello stadio». L’Uruguay arriva però alla partita decisiva su un’altalena: ha pareggiato 2-2 contro la Spagna, prima di vincere in rimonta per 3-2 contro la Svezia all'84’.
Il Brasile, invece, è la nazionale migliore al mondo. Poiché ancora impegnata nella ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale, la FIFA ha scelto di non assegnare la Coppa del Mondo all’Europa, preferendo farla organizzare ai sudamericani, in una nazione dove il calcio è lo sport di gran lunga più popolare. Per l’occasione, a Rio de Janeiro costruiscono lo stadio più grande del mondo, il Maracanã, originariamente previsto per una capienza di circa 160mila spettatori.
La nazionale brasiliana è la più glamour e tecnica del torneo: tra i titolari ci sono stelle come Zizinho e Jair, Ademir e Danilo. Zizinho, tra tutti, è un interno di centrocampo fine ed elegante. Ha un arsenale di finte mai visto prima, un dribbling così sconcertante da meritarsi l’incoronazione di Pelé, secondo cui Zizinho è stato uno dei calciatori più forti della storia.
Il Brasile inaugura il Mondiale in modo spumeggiante: 4-0 col Messico, 2-0 alla Jugoslavia, in mezzo l’inutile pareggio per 2-2 con la Svizzera. E poi ancora: 7-1 alla Svezia, 6-1 alla Spagna. Una marcia all'apparenza inarrestabile.
Il 16 luglio 1950, il Maracanã splende di gioia. La folla è gremita – stime non ufficiali raccontano di 200mila spettatori –, aspetta con gli occhi sbarrati la vittoria del primo Mondiale. I brasiliani si sentono così forti che i giornali celebrano già la vittoria. La Nazionale si è svegliata alle 8 in punto per sfilare davanti alla classe politica di tutto il Paese, accorsa per complimentarsi.
Quando il Brasile sblocca la partita, a inizio secondo tempo, nessuno si stupisce. Il gol di Friaça come il naturale scorrere degli eventi: una conseguenza inevitabile.
L’Uruguay non gioca bene a calcio. Tuttavia ha un pregio che è difficile trovare in altre nazionali: non molla mai. La mentalità uruguayana ha da sempre rimpinguato la retorica degli appassionati, ma mai come in questo caso è opportuno citare la forza psicologica dell’Uruguay.
A Schiaffino serve una ventina di minuti per pareggiare i conti con un inserimento poderoso in area di rigore. Anni dopo dirà che avrebbe voluto incrociare il tiro, ed è difficile credere che quel gol sia frutto di una caviglia che non si gira in tempo.
La botta sul primo palo di Schiaffino trascina il Maracanã nel torpore, e uccide mentalmente il Brasile. Un quarto d’ora più tardi Alcides Ghiggia – ala destra che, come Schiaffino, in Italia indosserà le maglie di Roma e Milan – è involato sul fondo e con un tiro secco fulmina il portiere sul primo palo. 2-1.
Per i verdeoro, il diavolo ha mostrato la sua faccia attraverso il pallone. Negli ultimi minuti il Brasile va all’assalto, ma l’Uruguay mostra tutta la sua solidità difensiva, chiudendosi negli ultimi metri e stringendosi attorno alla leadership di capitan Varela. Una squadra con poche stelle e tanti gregari vince il Campionato del Mondo per la seconda volta su due partecipazioni.
Per Gianni Brera, come sempre, era stata una questione di insipienza tattica dei brasiliani, condannati dalla fermezza di gioco e dal talento dell’Uruguay, l’unica nazionale che all’epoca sapeva unire difesa e "improvvise fiammate".
In Brasile viene proclamato lutto nazionale. Si dice che alcuni persero i risparmi per via delle scommesse. Di certo, da quel giorno, conosciuto oggi con il nome di «Maracanazo», il Brasile smise di vestire bianco e blu. E, forse, anche di cantare vittoria troppo presto.
Inghilterra - Ungheria 3-6, Wembley, 25 novembre 1953
Quando pensiamo alla “Partita del Secolo” la memoria, di italiani appassionati di calcio, vola a un preciso, coloratissimo, momento della storia: Italia-Germania 4-3, semifinale del Campionato del Mondo del 1970. Eppure un’altra partita è stata a lungo conosciuta come “Match del secolo” ed è ricordata ancora oggi come la più grande tragedia del calcio inglese. È stata, in particolare, la partita dell’avanguardia tattica.
Il 25 novembre 1953 Wembley pullula di tifosi: sono in 105mila per guardare un’amichevole tra Inghilterra e Ungheria. La nazionale dei Tre Leoni, d’altronde, aveva perso in casa una sola volta contro avversari non provenienti dal Regno Unito: contro l’Irlanda, nel 1949.
Gli inglesi, lo sappiamo, hanno inventato il calcio, eppure quel giorno non sono loro quelli più brillanti, più innovativi. L’Ungheria di Gusztáv Sebes (nato nato Gusztáv Scharenpeck) prende il in mano il pallino del gioco e aggredisce con la forza di un uragano. Al primo minuto, i magiari vanno in gol: segna Nandor Hidegkuti, il centravanti-fantasma che durante tutto l’arco dei 90 minuti fa saltare in aria il sistema delle marcature inglesi.
Sebes, CT e contemporaneamente presidente del Comitato Olimpico Ungherese nonché vice-ministro dello Sport, si ispirò agli esperimenti tattici condotti in Austria negli Anni '30 da parte di Hugo Meisl. L’Ungheria era sotto l’influenza del blocco sovietico, e perciò non deve sorprenderci che Sebes considerasse quello della sua squadra un "calcio socialista".
Gli ungheresi giocano con un modulo ancora ignoto al resto del mondo: il cosiddetto MM, nato come aggiornamento del sistema, la tattica introdotta dall’allenatore Herbert Chapman, che allenò l’Arsenal per 9 stagioni, a metà degli Anni Venti.
Il sistema - WM, o Chapman System - introdusse per la prima volta 3 difensori, con due mediani e due trequartisti a supporto delle tre punte. Nato in reazione al cambiamento della regola del fuorigioco del 1925, il “sistema” permise di passare dal “kick and run” a un gioco più organizzato, per quanto ancora tatticamente elementare.
Oggi potremmo descrivere il modulo dell’Ungheria come una sorta di 3-2-3-2. Sebes ebbe l’idea – pazza, scriteriata, geniale – di abbassare il centravanti (Hidegkuti), così da attrarre la marcatura a uomo.
Gli altri due attaccanti – Sándor Kocsis e Ferenc Puskás – potevano così correre negli spazi lasciati liberi dalla rigida difesa degli avversari. Hidegkuti era il precursore di ciò che oggi è indicato come “falso 9”: andava infatti incontro al pallone per svuotare lo spazio che poi sarebbe stato occupato dai suoi compagni.
Quell’Ungheria ha ridefinito i concetti primordiali del gioco del calcio. Oggi la conosciamo come Aranycsapat, “La Squadra d’Oro”: nel 1952 vinse i Giochi Olimpici, e nel 1954 arrivò in finale della Coppa del Mondo dove si arrese, dopo 32 risultati utili consecutivi, alla Germania Ovest nella finale di Berna.
Dopo 27', il risultato è di 4-1 per l’Ungheria. Più che un’amichevole, l’incontro ricorda una mattanza. I magiari sbucano da tutte le parti, sono veloci nella testa e nelle gambe; i difensori inglesi non stanno dietro a nessuno, arroccati in un modo di giocare obsoleto.
L’Ungheria, con le ali larghe e il centravanti che aiuta la manovra, mostra a Wembley il futuro del calcio. La partita finisce 6-3: Hidegkuti segna una tripletta, seguito dai due gol di Puskas e dalla rete di Boszik. Le statistiche sono impietose: l’Ungheria calcia 35 volte contro le 5 dell’Inghilterra.
A fare più impressione è la facilità con cui l’Ungheria tesse le trame di gioco: la libertà concessa a Hidegkuti di svariare tra le linee è il segno che qualcosa, nel modo di giocare a calcio ad alti livelli, sta per cambiare. Nel 1993 la Federazione Calcistica Ungherese ha reso il 25 novembre un giorno di festa e commemorazione dell’impresa che la Squadra D’Oro compì a Wembley.
In fondo era solo un’amichevole, ma Inghilterra-Ungheria 3-6 è una di quelle giornate in cui la direzione del calcio cambia inevitabilmente. Se oggi abbiamo una certa idea di bel gioco, o comunque di gioco offensivo e moderno, lo dobbiamo anche a quella magnifica generazione dell’Ungheria.
Olanda - Brasile 2-0, Westfalenstadion, 3 luglio 1974
Tra la fine dei '60 e l’inizio dei '70, Ajax e Feyenoord, le grandi rivali del calcio oranje, dominano la Coppa dei Campioni: dal 1969/70 al 1972/73 arrivano 4 successi consecutivi, uno del Feyenoord e tre dell’Ajax.
È l’epoca del Rinascimento del calcio olandese. Rinus Michels sta mettendo in discussione idee calcistiche considerate, fino a quel momento, alla stregua di dogmi religiosi. Per Michels, la squadra deve controllare gli spazi, tenere il pallone il più a lungo possibile, soprattutto deve recuperarlo non appena perso. Il pressing a tutto campo è infatti la vera invenzione, il Sacro Graal della tattica olandese.
Il 3 luglio 1974 ne fa le spese anche il Brasile, Campione del Mondo in carica.
Quattro anni prima, i brasiliani hanno vinto a Città del Messico contro l’Italia il loro 3° Mondiale. Lo hanno fatto con un atteggiamento verdeoro: giocando all’attacco, con cinque numeri 10 nella formazione iniziale – Pelé, Jairzinho, Rivelino, Tostão e Gerson. In finale, il Brasile schianta gli Azzurri con il risultato di 4-1: non è esagerato dire che il Brasile del '70 sia stata la migliore di tutte per espressione di gioco e talento individuale.
Nel 1974, però, è in atto un ricambio generazionale. Per motivi diversi danno forfait Pelé - ritirato dalla Nazionale nel 1971 -, Tostão e Gerson. Il CT, Mario Zagallo, può contare su una rosa spremuta fino all’osso: solo 7 sono i giocatori che hanno vinto il Mondiale in Messico.
Nel frattempo, in Europa, il calcio è stato sconvolto dall’uragano del Calcio Totale: Neeskens, Cruyff, Krol e compagni sono la Nazionale più intensa fisicamente e, soprattutto, quella più preparata dal punto di vista tattico.
Olanda-Brasile, 3° giornata del secondo girone eliminatorio, è il terreno ideale per uno scontro di culture. L’effervescenza dei brasiliani, il calcio leggero e basato su sinergie istantanee, contro il Sistema Tattico dell’Olanda, abituata a pensare come collettivo e non come singolo.
È la sfida eterna tra individuo e sistema, tra romanticismo e razionalità.
All’inizio la partita è equilibrata. L’Olanda è spregiudicata in fase difensiva, tenta un fuorigioco esasperato per recuperare subito il pallone; il Brasile, che tiene più il possesso della palla e va con ritmi lenti, si affaccia nell’area avversaria.
Per tutto l’arco dei 90', i brasiliani sono braccati dall’aggressività dell’Olanda. È un match durissimo, pieno di falli che spezzano il fluire del gioco, da una parte e dall’altra. Al 21', dopo un fallo subito, Luis Pereira reagisce furibondo e innesca una rissa.
In seguito lo stesso Luis Pereira verrà espulso per un fallo atroce su Neeskens e la sua uscita dal campo – con i tifosi Oranje che lo insultano e lui che risponde alle provocazioni con superbia, facendo con le mani il 3 con le dita, come i Mondiali vinti dal Brasile – sarà il quadro del Brasile del 1974. Vorrei, ma non posso.
È una partita combattuta, piena di momenti incerti a centrocampo, ma da cui esce vincitore l’atletismo dell’Olanda, la sua capacità di passare sopra ai calciatori sornioni e antiquati del Brasile. L’Olanda è una squadra in tutto e per tutto moderna: ha i giocatori con i fisici più performanti, una tecnica generalmente asciutta ma efficace. Quello degli olandesi è un calcio che esprime la loro visione del mondo: lucido, razionale, geometrico. E funzionale.
All’Olanda basterebbe un pareggio per accedere alla finale, ma non smette di macinare attacchi. Gli Oranje fanno in campo tutto ciò che vediamo oggi: costruiscono da dietro coi difensori, sulle fasce si scambiano costantemente di posizione per confondere gli avversari, i passaggi sono corti e veloci.
In alcuni momenti il Brasile fa pesare a centrocampo la sua tecnica sopraffina, Rivelino accarezza la palla come si farebbe con le guance di un neonato. Sullo 0-0 Jairzinho va vicino al gol, ma non è la serata dei brasiliani. Con insolite casacche blu scuro, l’impeto fisico dell’Olanda certifica che un ciclo si è ormai concluso.
Il gol del 2-0 di Johan Cruyff, su un cross da sinistra di Ruud Krol, è la celebrazione di una Nazionale punk, in aperta rivolta contro il calcio dell’epoca. Una spaccata al volo al termine di una bella azione partita sulla fascia, che ricorda al mondo che l’Olanda fa sul serio, che non è mai stata così forte e sicura di sé.
Quella che venne poi definita Arancia Meccanica si arrenderà solo in finale, perché il calcio è uno sport crudele e, insomma, vale sempre il proverbio di Gary Lineker. "22 uomini corrono dietro a un pallone e alla fine vince la Germania".
Milan - Steaua Bucarest 4-0, Camp Nou, 24 maggio 1989
Nel 1987, il Milan non vince il campionato di calcio italiano da 8 stagioni: dal 1979, anno del decimo Scudetto, i rossoneri fanno addirittura in tempo ad assaggiare per due volte la Serie B. Al termine della stagione 79/80, il Milan retrocede per lo “Scandalo Totonero”, e solo due anni più tardi arriva la seconda retrocessione. Silvio Berlusconi ha comprato il Milan da un anno circa e, benché non abbia problemi a tirare fuori decine di miliardi di lire per rinforzare la squadra, viene stregato da un allenatore di provincia.
Nel 1986, il Parma di Arrigo Sacchi, pur essendo una formazione di Serie B, elimina i rossoneri dalla Coppa Italia. Il Parma gioca in un modo affascinante e raro per il Belpaese: la squadra aggredisce il portatore di palla in ogni zona del campo e i difensori, disposti in linea, adottano spesso e volentieri la tattica del fuorigioco.
La sfrontatezza e il fascino del gioco offensivo che Sacchi esigeva dalle sue squadre conquista Berlusconi, a sua volta amante di un calcio spettacolare. Alla sua prima stagione in Serie A alla guida dei rossoneri, Sacchi vince meritatamente lo Scudetto in rimonta sul Napoli, battuto per 2-3 al San Paolo a tre giornate dalla fine.
Quel Milan è forte in tutti i reparti: in difesa, il quartetto Maldini-Baresi-Costacurta-Tassotti è inscalfibile; i gregari sono a centrocampo, capitanati da Evani e Colombo, al fianco del talento e dell’intelligenza di Ancelotti e Donadoni; la potenza di fuoco dell’attacco, dove Gullit e van Basten dominano.
La Coppa dei Campioni 1988/89 è per il Milan un notevole banco di prova. Battuta la Stella Rossa anche grazie alla nebbia di Belgrado, col Werder Brema i rossoneri passano ma faticano più del dovuto. Poi, nella semifinale di ritorno contro il Real Madrid, a San Siro il Milan mette in mostra tutta la sua forza: vince 5-0, segnando i gol con cinque marcatori diversi.
In finale, il 24 maggio del 1989, il Milan trova davanti a sé la Steaua Bucarest di Gheorghe Hagi, già Campione d’Europa nel 1986, quando sconfisse il Barcellona ai rigori grazie alle parate di Helmuth Duckadam.
Fondata da ufficiali della Casa Reale rumena, la Steaua Bucarest è la squadra più importante di Romania. Tra il 1986 e il 1989 rimane imbattuta in campionato per 104 partite – un record per il calcio europeo degli ultimi 50 anni – e può vantare 8/11 della nazionale rumena.
Tuttavia, pur essendo legata fortemente all’esercito rumeno e al regime di Nicolae Ceausescu, secondo alcune fonti fu proprio il governo a vietare la trasferta ai tifosi della Steaua. Il regime comunista era agli sgoccioli: solo sei mesi più tardi, la Rivoluzione Romena avrebbe portato al processo di Ceausescu.
Al Camp Nou di Barcellona c’erano ottantamila tifosi, tutti del Milan o neutrali, a rendere ancora più magica l’atmosfera: come ha scritto in un articolo Enzo Palladini, "sembra di essere in una Milano col mare".
Il Milan di Sacchi è all’apice del proprio rendimento: Gullit e van Basten fanno a fette la difesa romena, ergendosi a dèi che puniscono gli infedeli esseri umani. Gullit segna una doppietta, e tra i due gol sbuca van Basten: siamo al 38' e la partita è sul 3-0 per i rossoneri.
La partita ha i ritmi sonnolenti del calcio degli Anni '80: per attaccare le squadre fanno densità nell’area avversaria, puntando sui cross per finalizzare. In questo caos di corpi, l’organizzazione del Milan di Sacchi ha la meglio.
Il tecnico di Fusignano rimane uno degli allenatori più “eretici” del calcio italiano: tuttora le sue idee da profeta impazzito ci sembrano in totale contrasto con la nostra cultura. Eppure Sacchi ha avuto il merito di introdurre una metodologia all’avanguardia: per lui la squadra doveva pensare come un organismo unico. I giocatori dovevano adeguarsi al suo sistema di pensiero, e mai il contrario.
La sua nevrosi lo ha portato a fallire in tutte le avventure nel calcio successive a quella milanista - Nazionale, Atletico Madrid e Parma -, ma quel Milan rimane un capolavoro di talento e strategia che non possiamo non riconoscergli.
Nel Milan funziona tutto: le chiusure di Baresi e Rijkaard, l'acume tattico di Ancelotti, la fantasia di Donadoni. E soprattutto funzionano i due Palloni D’Oro in attacco: Gullit sposta gli avversari come una montagna, poi passa la palla a van Basten. I gol del Cigno di Utrecht sembrano usciti da una tela di Caravaggio.
La partita finisce 4-0. Il Milan vince la 3° Coppa dei Campioni della sua storia. È il successo di una squadra perfetta, che alla disciplina imposta da Sacchi associa la tecnica formidabile dei suoi campioni. Dalla serratura d'una porta sul retro, il Milan stava spiando il futuro del gioco del calcio.
Barcellona - Manchester United 3-1, Wembley, 28 maggio 2011
Patrice Evra odia Pep Guardiola. Non appena ha l’occasione, Evra ci ricorda il suo fastidio nel modo più crudo che può. Nel corso degli anni ha detto: "Guardiola ha rovinato il calcio", "Sono felice di non essere stato allenato da lui", "In una squadra di calcio servono i leader, ma lui non li vuole", "Toglie responsabilità ai giocatori, sembra che voglia giocare alla PlayStation".
La sera del 28 maggio 2011, Patrice Evra scende in campo con le migliori intenzioni: ha 30 anni, gioca da titolare una finale di Champions League, è uno dei terzini sinistri più forti in circolazione. Ha smania di entrare in campo, di vincere. Dall’altro lato del campo, non c’è un giocatore che sembra turbato dalle emozioni. Un primo piano su Lionel Messi lo mostra mentre si aggiusta delicatamente i capelli, e parlotta con un compagno.
Prima del fischio d’inizio, Manchester United e Barcellona sono sullo stesso palcoscenico, lo stadio di Wembley, eppure appartengono già a dimensioni diverse.
Il Barcellona di Guardiola è per distacco la squadra migliore in Europa: nel 2008/09 ha vinto il Triplete, nel 2009/2010 si è dovuto arrendere in semifinale di Champions di fronte alla malignità di José Mourinho.
I blaugrana strabordano di talento. Il portiere del Barcellona riassume tutti i pregi della squadra: Victor Valdes gioca con i piedi come un centrocampista, non curandosi della pressione avversaria. È lucido e preciso, sia nei passaggi corti che in quelli lunghi. A centrocampo, il maestoso trio Xavi-Busquets-Iniesta inclina il campo e i giri del pallone a favore dei catalani. Dopo la partenza di Zlatan Ibrahimovic, il posto al centro dell'attacco viene definitivamente occupato da Lionel Messi, con ai suoi lati due fenomeni del calcio sottovalutati come David Villa e Pedro.
Il Manchester United di Sir Alex Ferguson è una banda di iene all’ultimo ballo in carriera. Edwin van der Saar, Ferdinand, Giggs, Carrick, ma anche Evra, Rooney, Vidic: basta leggere questi nomi per avere la sensazione che il calcio si giochi da millenni. Hanno i volti scavati dalla vecchiaia, i fisici asciutti da sembrare scheletrici. Giggs gioca quasi da fermo, Ferguson se l’è dovuto reinventare come centrocampista centrale.
Gli stili di calcio rispecchiano l’anagrafica e soprattutto la brillantezza delle due squadre. Il Barcellona fa un possesso palla erotico: quando la sfera arriva sulla trequarti le associazioni tra Messi, Xavi e Iniesta diventano spaventose. Il Manchester United punta su ripartenze scaltre: Rooney e Chicharito Hernandez sono attaccanti intensi, che amano correre a campo aperto, e la squadra li manda nelle praterie appena può.
La partita, di fatto, è un monologo del Barcellona. È una finale di Champions League, che per sua natura dovrebbe essere tirata, in equilibrio, tra due squadre di un livello simile. E invece si trasforma nell’esibizione di una squadra che viene dal futuro, con l’altra che sembra giocare a calcio come si faceva nella preistoria.
Quello del Barcellona è un gioco di connessioni rapide nello stretto, di passaggi corti e visionari, contro una banda di vecchietti che lancia il pallone lontano dalla propria area, senza curarsi di niente. È una finale in cui uno spettatore neutrale può provare terrore del Barcellona: chi fermerà questa squadra aliena, in anticipo sul calcio che verrà?
Un telecronista spagnolo, durante il primo tempo di Wembley, inquadra bene tutta la partita: "El Manchester no puede tocar la pelota". Lo United per larghi tratti si limita a sistemarsi in un 4-4-2 imbolsito, a scacciare il pallone lontano dalla propria area. Mai, a questi livelli, si era vista una squadra in difficoltà come i mancuniani quella sera. Il pallone scotta tra i loro piedi come il Sole di agosto. Per puro caso il primo tempo finisce 1-1, grazie a una fucilata di Wayne Rooney.
Nel secondo il Barcellona alza i giri del motore: il Manchester United, con un'interpretazione della partita giurassica, non aggredisce mai i blaugrana, contribuendo a farsi schiacciare a ridosso della propria area. Messi e David Villa chiudono una partita che non è mai iniziata davvero con due gol splendidi, a certificare il dominio tecnico del Barcellona.
Il Barcellona di Guardiola ha vinto due Champions League e tre Liga nell’arco di tre stagioni: è una delle migliori squadre dell’intera storia del calcio. Forse quella che più di tutte ha cambiato questo sport. Il 28 maggio 2011, a Wembley, se ne sono accorti tutti. Anche, per sua sfortuna, Patrice Evra.
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