
Roma-Juventus, 19 ottobre 1958
Il dandy con il farfallino e il brasiliano dell'Olimpico.
"Madeleine de Proust (a volte anche sindrome di Proust) è un termine francese che può designare nella vita quotidiana un oggetto, un gesto, un colore e in particolare un sapore o un profumo, che evocano in noi ricordi del passato. Il termine deriva dalla madeleine, un dolce tipico francese che ha questo ruolo significativo per il narratore di Alla ricerca del tempo perduto in Dalla parte di Swann, il primo volume del romanzo di Marcel Proust". (Wikipedia)
Per ogni giornata di Serie A, la coincidenza cronologica con una sfida del passato riapre i cassetti della memoria calcistica. Questa è "Madeleine", ossia annodare nuovamente il filo che lega la storia del campionato italiano di calcio.
P.S: La foto in copertina e le altre inserite nell'articolo sono state conservate da AlmanaccoGiallorosso.it.
Il 19 ottobre 1958, allo Stadio Olimpico, si gioca Roma-Juventus. Sul Corriere dello Sport, Ugo Roghi con lessico esemplare, sintetico e allo stesso tempo dettagliatissimo, descrive così il clima della giornata: "Sessantamila spettatori circa, incasso di 47 milioni. Cielo dipinto di blu. Fresco pungente di Tramontana. Terreno perfetto."
Poco più di un mese prima di quella sfida, Jack S. Kilby annuncia l’invenzione del Microchip, l’elemento destinato a diventare imprescindibile per ogni oggetto dotato di componenti elettroniche. La pietra angolare su cui si basa la civiltà del XXI secolo. Per dirla nella maniera più semplice possibile: senza il microchip, non ci sarebbe stata nessuna rivoluzione informatica o digitale. Nessun computer, nessuno smartphone, nessuno schermo su cui rileggere il contesto di Roma-Juventus dell'ottobre 1958.
L’8 ottobre, invece, entra di diritto nella storia della medicina. Arne Larsson, colpito da arresto cardiaco a 43 anni, fu il primo uomo a vedersi impiantato un pacemaker, dispositivo elettrico in grado di regolare il battito del cuore. Lo stesso paziente ne ricevette altri 26 prima di morire a 86 anni. A eseguire lo straordinario intervento fu il chirurgo svedese Ake Senning, che si avvalse della consulenza tecnica di Rune Elmqvist, progettista dei primi modelli di defibrillatori.
Questo è anche l’anno di Domenico Modugno che a Sanremo diventa “Mister Volare”. Chiedere chi fosse in vetta alla hit parade e con quale canzone sarebbe una domanda retorica.
Insomma, il 1958 corre. Corre nei circuiti integrati, nei battiti artificiali del cuore, nelle note che volano via dalla radio. Corre nell'economia - è l'anno del miracolo economico italiano - e sull'asfalto. Mentre l'Italia si scalda per una nuova giornata di campionato, a Casablanca, sul circuito di Ain-Diab, sotto il sole impetuoso del Marocco, è in programma l'ultimo atto del campionato mondiale di Formula 1. Due uomini, due destini, un solo punto di distacco.
Il duello finale
I protagonisti sono Mike Hawthorn, con la Ferrari Dino 246 rosso fiammante, e Stirling Moss, con la Vanwall verde che sembra tagliare l'aria con rabbia. Sulla griglia di partenza sono uno al fianco dell'altro, così come la classifica generale li separa per un soffio: Hawthorn 42 punti, Moss 41. La matematica è inderogabile: a Mike basta un secondo posto, ma Stirling deve vincere e pregare che il rivale non arrivi subito dietro di lui. Le luci si spengono, il deserto esplode in un boato di motori.
Moss scatta come posseduto: la sua Vanwall divora l'asfalto con una furia quasi disperata, come se potesse piegare il destino alla propria volontà. Hawthorn lo segue, calcolatore, freddo come solo un inglese sa essere quando tutto è in gioco. Giro dopo giro Mike, sotto il sole che cuoce asfalto e uomini, aiutato dal compagno di scuderia Phil Hill, mantiene la posizione. Amministra la gloria con la saggezza di chi ha già visto troppo. Quando Moss taglia il traguardo da vincitore, Hawthorn è lì, fedele come un'ombra, secondo. Un solo punto di vantaggio, ma quel punto vale un mondo. Il primo campione britannico di Formula 1 ha appena scritto la storia.
Il dandy dell'asfalto
Mike Hawthorn non era fatto per essere un campione qualunque. Era un dandy dell'era della velocità. Era un anacronismo vivente ed elegante. Col farfallino impeccabile sotto la tuta da corsa, i capelli biondi sempre spettinati dal vento, e quel sorriso ironico, incarnava l'ultimo romanticismo di un'epoca selvaggia, quando i piloti erano una sorta di cavalieri d'acciaio. Lo chiamavano "Mon Ami Mate", il mio amico compagno: sapeva essere gentleman anche quando la vita si giocava su una frazione di secondo.
Guidava la Ferrari con quella malinconia elegante di chi sa che la bellezza è sempre fragile, destinata a spezzarsi. Non era il più veloce - quello era Moss, il fenomeno puro - ma aveva qualcosa di più raro: l'istinto di sopravvivere dove altri si spegnevano, la capacità di portare a casa punti quando sembrava impossibile. Vinse una sola gara in quel 1958, a Reims, ma fu costante come il ticchettio di un orologio. E alla fine, fu quella costanza a incoronarlo.
Il peso della sopravvivenza
Dietro quegli occhi azzurri e quel sorriso beffardo, però, si nascondeva un dolore profondo che nessuna vittoria poteva cancellare. Poche settimane prima del trionfo, al Nürburgring, aveva visto morire Peter Collins, il suo migliore amico e compagno di squadra. Si sentiva un sopravvissuto.
Con la coppa del mondo ancora calda tra le mani, Hawthorn annuncia il ritiro: “Con le corse ho chiuso”. A 29 anni, campione del mondo, scelse di scendere dalla giostra prima che questa lo facesse cadere. Voleva vivere, semplicemente vivere. Il destino, però, ha un senso dell'ironia crudele. Tre mesi più tardi, il 22 gennaio 1959, la sua Jaguar uscì di strada su una tranquilla via del Surrey, vicino a Guildford. Il gentiluomo corsaro volò via come una meteora: forse per un malore, ma nessuno lo saprà mai. Lascia dietro di sé solo il ricordo elegante di un farfallino al vento.
Roma-Juventus: la Partita
Giallorossi e bianconeri arrivano alla 5° giornata della Serie A 1958/59 dopo una buona partenza. La Roma ha raccolto 5 punti, la Juve guida la classifica con 7. La Juventus gioca con lo Scudetto sul petto, dopo un campionato dominato in lungo e largo: era la “Vecchia Signora” di Boniperti, Sivori e Charles, 77 gol fatti in 34 partite. Sulla panchina è stato confermatissimo Ljubisa Brocic.
O meglio, avrebbe dovuto esserci, perché a Roma, in panchina, c'è De Petrini. Sui giornali, nessuna spiegazione. Il mister è un’anomalia vivente e giramondo del calcio degli anni '50: Egitto, Albania, Libano, PSV, numerose esperienze prestigiose in patria. Brocic predica un calcio corale e sincronizzato quando la marcatura a uomo è ancora dogma sacro, cita Shakespeare mentre i campioni storceranno il naso davanti alle sue idee sul pressing. Poche settimane più tardi, dopo la sconfitta di San Siro, Brocic sarà esonerato. Il rapporto con l'ambiente, nonostante lo scudetto, non è mai stato idilliaco.
A Roma, invece, sulla panchina siede un monumento: Gunnar Nordhal. Subentrato alla 21° giornata della stagione precedente ad Alec Stock, ha portato al termine la stagione al 5° posto. È la squadra di Giacomo Losi, core de Roma, il calciatore che portava le munizioni contro i nazifascisti; è la squadra di Alcides Ghiggia, l’uomo che otto anni prima aveva fatto piangere il Maracana; è la squadra di Dino Da Costa, primo brasiliano della storia di Roma, autore di ben 12 gol nelle sfide contro la Lazio, record attualmente imbattuto.

FORMAZIONI
ROMA: Panetti, Griffith, Corsini, Zaglio, Stucchi, Menegotti, Ghiggia, Pestrin, Da Costa, Lojodice, Selmosson All.: Nordahl
JUVENTUS: Mattrel, Corradi, Garzena, Emoli, Ferrario, Montico, Muccinelli, Boniperti, Nicolè, Sivori, Stacchini All.: Brocic
Proprio Dino Da Costa, grazie a una doppietta, è il migliore in campo nella sfida dell’autunno 1958. Dopo un primo tempo abulico di emozioni, la partita si tinge di giallorosso a causa di tre infortuni che compromettono la gara per i Campioni D’Italia.
Al 10' della ripresa arriva il capolavoro: Da Costa supera Boniperti, retrocesso a centrocampo dall'emergenza, e lascia partire un diagonale di pregevole fattura che va a baciare la parte bassa del palo opposto prima di finire in rete. Un gol che ha il DNA brasiliano, un passo di samba che in quel momento unisce Roma a Rio de Janeiro.
Al 21', ancora il sudamericano. La difesa bianconera dorme in piedi, il colpo di testa è preciso. Selmosson, sempre di testa dopo un duetto Da Costa-Lojodice, chiude definitivamente i conti.
Tornando a Da Costa, sul Corriere dello Sport si scopre in cosa consiste il suo premio di migliore in campo. Un impermeabile modello sportivo offerto dalla ditta Marisca Confezioni Marzotto.
Sublime anche lo scambio avvenuto tra Ghiggia e i giocatori della Juve. Dopo essersi sincerato delle condizioni di Montico, uscito malconcio da un contrasto di gioco, Ferrario interviene a muso duro verso l'ex campione del Mondo, indispettito di qualche dribbling di troppo nel finale. L'uruguaiano sfoggia tutta la sua “vivenza criolla”: "Se non c'ero a fare quei giochetti, sai quante volte di più il pallone finiva nella vostra rete…
Sessantamila spettatori, cielo dipinto di blu, incasso di 47 milioni. Roma-Juventus 3-0. Il 1958 corre veloce, troppo veloce. E mentre corre, scrive storie che aspettano solo chi ha voglia di cercarle ed ascoltarle…

Ti potrebbe interessare
Dallo stesso autore
Newsletter
Iscriviti e la riceverai ogni sabato mattina direttamente alla tua email.













