
Il caso Rafa
Leão è davvero un problema per il Milan di Allegri?
È il 63' di un opaco Juventus Milan. Si è su uno 0-0 brutto, privo di intensità. Le squadre sembrano accontentarsi di un punto a testa. Allegri prova a mettere mano agli 11 in campo, sostituendo Giménez e Fofana per Leão e Loftus-Cheek. L'incitamento di Allegri al portoghese, mentre questo si cambia per entrare in campo, non lascia spazio a interpretazioni: «Rafa, non mi fare incazzare eh». Una frase da chiaroveggente, o da chi ha un'esperienza tale da riconoscere la piega che prenderanno le cose.
66'. La Juventus attacca: tutti i bianconeri sono riversati nella metà campo avversaria e Gabbia, di testa, respinge una palla vagante appena fuori dalla sua area di rigore. Locatelli prova a controllarla, cercando un aggancio con il destro, ma il pallone gli scivola: Leão, che si frappone tra lui e la palla, riesce a riconquistare il possesso. In quel frangente è il giocatore più avanzato del Milan, attorniato da maglie bianconere che tentano di scappare all'indietro.
Un tocco di esterno per allontanare la palla dal recupero dell'avversario, uno sguardo rivolto in avanti e, in una frazione di secondo, una palombella da 50 metri che costringe Di Gregorio a una corsa all'impazzata verso i suoi pali. Fuori di poco, pochissimo se si considera la distanza da cui è stato scoccato il tiro. Un gesto spavaldo, à la Leão.
75'. Il portoghese staziona al centro dell'area di rigore della Juventus, come un vero attaccante. Modrić, sul lato sinistro del campo, tiene palla a qualche metro dalla linea di fondo e scarica verso Pulisic quasi in corrispondenza dell'angolo sinistro dell'area di rigore. L'americano, svincolato dalle marcature con l'inserimento di Bartesaghi, ha il tempo di girarsi e di dosare una palla morbida a centro area.
Leão, da attaccante vero, si sfila da Rugani sul secondo palo: dopo il tentativo di rovesciata di Loftus-Cheek che manda fuori tempo la difesa, si trova a tu per tu con il portiere della Juve, fallendo miseramente da due passi.
Pochi secondi prima del 90'. Modrić, dopo uno scambio nello stretto con Saelemaekers, infila la palla in verticale nella traccia dettata da Leão. Anche questa volta, il 10 rossonero prende in controtempo la difesa della Juve, ma finisce per incespicare e per strozzare il pallone con il destro. In soli 27', Leão ha generato 0.38 xG - solo Pulisic, per aver calciato il rigore, ne ha generati di più per il Milan all'Allianz Stadium - contribuendo a rendere il pareggio di Torino più un'occasione persa che un risultato guadagnato.
Alla fine della gara, l'umore di Rafa Leão non è dei migliori: guarda verso terra, poi verso il cielo, digrigna i denti, si mette le mani sul volto. Sa di non aver giocato una gara ai suoi livelli, ma ancora non sa quale sarà il clima nello spogliatoio. Lo può intuire dai continui richiami rivolti a lui da Allegri. Di quanto successo nelle viscere dello Juventus Stadium non si sanno molti dettagli: il tecnico livornese avrebbe rimproverato al portoghese di non essere sceso in campo col giusto approccio, peccando di incisività in istanti decisivi per la partita.
Di certo non le ha mandate a dire Adrien Rabiot, interpellato sul suo compagno di squadra dopo essere tornato a Torino da avversario: «È un giocatore che ha potenzialità, ma a 26 anni non sei più giovane. Alla sua età non c’è più tempo da perdere. Il tempo passa veloce. Sarebbe un peccato che rimanesse solo un potenziale grande giocatore. Spero si renda conto di avere i mezzi per poter competere con i più forti».
A gettare un po' di acqua sul fuoco, qualche giorno dopo la partita, ci ha pensato Ibrahimović, che nel parlare di Leão ha sottolineato la magia che esprime in campo, fino a spingersi a dire che "lo scudetto 2022 lo ha vinto da solo". Un'iperbole, utile però a non ingigantire ulteriormente il caso.
Il portoghese rappresenta il tema caldo del momento, non solo in casa Milan. Di aspetti di campo critici ce ne sono ben pochi, considerato il buon inizio di campionato dei rossoneri e lo scarsissimo minutaggio di Leão causa recupero dall'ultimo infortunio. Il chiacchiericcio passa però sulla bocca di tutti, estimatori e detrattori: Rafael riceve continui attestati di incoraggiamento da una parte degli addetti ai lavori (anche da chi ha subito un ammutinamento) e, allo stesso tempo, trova molti pronti a puntargli il dito contro dopo le ultime, deludenti, prestazioni.
I due schieramenti, pur partendo da posizioni antitetiche, si incontrano quando si tratta della discontinuità del 10 rossonero: quelli che lo elogiano, a un certo punto della frase, si vedono sempre costretti ad utilizzare un ma di cautela; quanti lo ritengono un giocatore monodimensionale non fanno altro che aggiungere un altro aggettivo alla lista dei difetti. Cambia solo il punto di vista dell'osservatore, il concetto rimane pressoché identico.

Di questo Leão si è arrivati a dubitare anche dello spazio che merita in campo: è considerato un titolare o una pedina da utilizzare a gara in corso per sfruttare i suoi strappi? In molti hanno evidenziato che la messa in discussione del suo posto possa servire a tenerlo più in tensione; altri ripongono le speranze nella ricetta di Allegri, considerato un maestro nel recupero dei calciatori più indisciplinati.
Ormai il portoghese è trattato quasi alla stregua di una zavorra per il Milan, mettendo in secondo piano l'apporto che ha dato in questi anni. Non che il posto gli debba essere garantito in eterno come riconoscimento alla carriera, ma i repentini cambi di giudizio su di lui, paradossalmente, fanno scadere noi che giudichiamo nella contraddizione.
Leão, come lo stesso Milan, si trova a vivere un periodo di transizione: l'idea di dover giocare più centrale rispetto agli anni passati (eccezion fatta per i primi mesi con Fonseca nella scorsa stagione) è pur sempre una mini-rivoluzione. Come ogni cambiamento, richiede del tempo per essere assorbito: l'aver collezionato fino ad ora solamente spezzoni di partita, a causa dell'infortunio rimediato in Coppa Italia col Bari, non ha certo agevolato l'inserimento nel nuovo contesto. Per questo, al momento, ogni valutazione sul portoghese è del tutto parziale e, allo stesso tempo, eccessivamente vincolata a tutte le vicissitudini della stagione passata.
Nonostante le premesse, sembra ci sia un'impellente necessità di dover ancora catalogare Leão (cataleãogare, volendo azzardare un neologismo...): annoverarlo tra i buoni giocatori o tra quelli che fanno la differenza? Come se non esistessero zone grigie, fasi calanti della carriera, contesti diversi di gioco in cui esprimersi. Il tutto, se possibile, condito da un velo di sadismo nell'aver azzeccato la previsione sul suo standing.
Senza girarci troppo intorno: nel parlare di Leão non viene prestata la stessa indulgenza che viene utilizzata nei confronti di altri. Il portoghese, in fondo, è il capro espiatorio perfetto, quello che manda fuori giri i cantori del calcio rétro. Non troppo ossessionato dal calcio, con interessi che vanno dal rap a Twitch, nero e straniero (per una società ancora troppo latentemente e subdolamente razzista come quella italiana, forse i peccati più imperdonabili). A Leão, insomma, si tende a non perdonare niente, neanche i sorrisi in campo (che dovrebbero emulare quelli di Ronaldinho).

Questa poca empatia nei confronti di Leão è frutto del suo atteggiamento. O meglio, di ciò che noi percepiamo di lui seduti comodamente allo stadio o sul divano di casa. È inevitabile che la sensazione epidermica si ripercuota nel modo di giudicare le prestazioni in campo del portoghese, ma spesso siamo di fronte a una visione distorta: chi parla di un Leão inconcludente o svogliato, lo fa non guardando i numeri (ottimi) o l’impatto, ma semplicemente facendosi trascinare da un impulso.
Ad ogni modo, come spesso accade, l’episodio che sembrava poter sconvolgere gli equilibri raggiunti in casa Milan non si è rivelato altro che un caso mediatico: dal punto di vista della squadra, gli screzi non si sono protratti a lungo e il portoghese è persino rientrato in anticipo dalla sosta con la nazionale del Portogallo per riprendere la migliore condizione. Leão non è certo un problema per il Milan, il suo ruolo non è in discussione: anche se lo fosse, molti allenatori correrebbero volentieri il rischio di affrontarlo.
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