
Perché la Juventus ha sempre paura?
La Juventus è di nuovo schiava di presunti equilibri.
Dalla storia si impara che non si impara dalla storia
Per quanto succede più che paura fa noia
Ci siam sempre abbuffati senza pensare al conto
E cadiamo all'infinito perché il pozzo del male non ha un fondo
(Tutti Hanno Paura, Ernia ft. Marco Mengoni)
Quando Tudor in Juventus-Milan ha sostituito entrambe le ali, i giocatori più creativi della squadra, la partita offensiva dei bianconeri è sostanzialmente finita. Al posto di Yildiz e Conceiçao sono subentrati Thuram e Openda; la squadra è passata a un 3-5-2 che fin qui non ha prodotto granché in stagione ogniqualvolta è stato proposto, e che è sembrato più un modo per infoltire il centrocampo che non per dare una sterzata alla gara. Per contro, la Juventus non ha rischiato meno: ha concesso le due occasioni più grandi della gara, capitate sui piedi di Leao, magnanimo nel non punire gli impauriti bianconeri.
Perché Tudor, fattosi strada nel grande calcio con l'etichetta di allievo di Gasperini grazie a un calcio di pressing e verticalità, ha abiurato la sua fede, ha sacrificato le proprie idee sull'altare del dio pagano che risponde al nome di Equilibrio? La sostituzione di Tudor apre in realtà un gigantesco wormhole, che ci porta dritti dritti in un tunnel di cambi improbabili e guidati dal terrore di subire gol, una galleria degli orrori che continua ciclicamente ad aggiornarsi con nuovi capolavori.
Tudor riporta a quando i telecronisti polacchi ridevano di Allegri per il cambio Vlahovic-Chiellini al 79' di una gara in casa contro il Venezia ultimo in classifica, o a quando si è proposto il celeberrimo Di Maria-De Sciglio all'inizio della ripresa di Juve-Fiorentina, partita terminata a reti bianche. Il vero capolavoro, però, risale alla finale di Coppa Italia contro l'Inter del maggio 2022. Avanti per 2-1, la Juve decide che il 67' è un buon momento per smettere di giocare: fuori Bernardeschi, dentro Bonucci, Juve che si arrocca nella sua area e si consegna all'Inter, la quale rimonterà e vincerà la coppa per 4-2 ai supplementari.
Non si parla, però, solo delle sostituzioni: l'intera Juventus sembra ormai totalmente schiava della ricerca dell'equilibrio, che si trasforma troppo spesso in paura vera e propria di sbilanciarsi, di concedersi agli avversari, di prendere gol. Una mentalità che viene fatta spesso coincidere con il credo di Allegri, ma che ha infettato come un vero e proprio virus molti tecnici, membri dello staff e anche calciatori che abbiano varcato i cancelli della Continassa nell'ultimo decennio.
Non è facile identificare il peccato originale, il momento in cui la Juve ha deciso di identificarsi con la sofferenza, la difesa strenua della propria porta, la rinuncia a giocare al calcio. C'è chi fa coincidere tale tendenza con il DNA della squadra bianconera, ma si tratta di un falso storico, semplice da confutare. Sulla falsariga di questa mentalità possiamo inserire la Juve di Capello - improduttiva in Europa nonostante l'imbarazzante mole a disposizione -, ma nel passato più e meno recente vi sono tante altre squadre capaci di vincere senza arroccarsi e aggrapparsi agli episodi.
La mente va immediatamente all'ultima Juve campione d'Europa, capace di schierare tre attaccanti veri (Del Piero, Vialli e Ravanelli) in un'epoca in cui era insolito vederne più di due, con a sostegno un centrocampista abile negli inserimenti (Antonio Conte). Anche Trapattoni, per lungo tempo tacciato di difensivismo, aveva messo in campo squadre che portavano in zona offensiva diversi uomini, oltre alle punte. La Juve del Quinquennio di Carcano, quella di Heriberto Herrera e del movimiento, la prima, ferocissima Juventus del Conte allenatore: squadre che hanno trovato la vittoria in modi diversi, senza aderire a presunti DNA o a identità posticce.
Lo stesso Allegri, quando arriva alla Juventus, non possiede ancora la fama del difensivista che lo accompagnerà. La Juventus che arriva in finale di Champions in maniera del tutto inattesa non è una squadra spettacolare o dall'incredibile capacità di palleggio, ma possiede una chiara identità in entrambe le fasi ed è capace di grandi gare in campo europeo, come quelle con Borussia Dortmund e Real Madrid.
Le cose iniziano a incrinarsi, paradossalmente, al terzo anno di Allegri in bianconero, quello del passaggio al 4-2-3-1 e della finale di Cardiff contro il Real. Il passaggio dal 3-5-2 al modulo "a 5 stelle" (Pjanic, Cuadrado, Dybala, Mandzukic e Higuain) sembra la chiave di volta per restituire entusiasmo e brillantezza a una squadra che sembrava in procinto di accartocciarsi. "Io butto dentro tutti gli uomini offensivi insieme, poi vediamo": la svolta era così stata letta dai media, che ne celebravano l'approccio spregiudicato.
Rivista oggi, la scelta di Allegri era stata in realtà più pragmatica di quanto non si possa pensare. 4-4-2 decisamente lineare, con un esterno da doppia fase sulla destra, un attaccante da sacrificare (e da mandare a saltare sui terzini avversari) alla Eto'o del Triplete sulla sinistra, una coppia d'attacco classica con un 10 e un 9 in avanti. A riprova di ciò, l'ultima versione di tale Juve presenta una fascia destra formata da un centrale adattato (Barzagli) e un terzino alzato a centrocampo (Dani Alves), mentre a sinistra Alex Sandro aveva già imboccato la via dell'imbarbarimento tecnico che lo porterà ad avvilupparsi su sé stesso.
Cardiff è la miccia che porterà la Juventus a togliere sempre più pezzi al proprio gioco, fino a divenire una squadra affidata esclusivamente ai singoli per provare a vincere. Emblematico è il 2-3 di San Siro, in cui una squadra in balia degli eventi viene raggiunta e rimontata da un'Inter in inferiorità numerica. L'imponderabile - sotto forma di Cuadrado e Higuain, ma anche di Handanovic e Santon - trasforma una tragedia in un trionfo, ma nasconde anche la polvere sotto un pericolosissimo tappeto, rimosso definitivamente nella stagione successiva dall'Ajax di ten Hag.
Nonostante l'arrivo di Cristiano Ronaldo e una rosa stellare con giocatori di livello assoluto, la Juve fatica a trovare un'identità, e anzi torna sui suoi passi per "colpa" di Josè Mourinho. Nell'ottobre del 2018, contro il Manchester United, la Juve offre forse una delle migliori prestazioni della gestione Allegri: palleggio di qualità, dinamismo senza palla, sprazzi di gioco di posizione e un dominio che va ben oltre lo 0-1 finale.
Il tutto dura poco più di un mese: al ritorno la Juve perde in casa coi lancieri per 1-2 in maniera rocambolesca, Allegri chiosa con un laconico "Bella partita, ma se prendi due gol non vinci", e cambia di nuovo tutto. Rinuncia alle ali e al possesso, rombo a centrocampo con Manzdukic-Cristiano in avanti e Dybala a sbattersi in mediana, ritorno ai lanci lunghi per le punte e decadimento totale della proposta di gioco. La disfatta con l'Ajax certifica come il calcio della Juve sia ormai superato; nondimeno, a 6 anni di distanza da quella partita, nessuno è stato in grado di liberare completamente la Juventus da quelle catene che tuttora la imprigionano.
Dopo una prima parte d'estate passata a inseguire - o forse sognare - Guardiola, la Juve accoglie in panchina Sarri, quanto di più antitetico esista rispetto ad Allegri per principi di gioco, filosofia calcistica e stile. Basta innestare un tecnico che mette il gioco al centro di tutto per cambiare una squadra? A volte sì, di certo non a Torino: Sarri deve presto scendere a compromessi, osteggiato dal tifo, dai senatori dello spogliatoio e da una stampa eccessivamente crudele. Arriva lo Scudetto, ma la Juventus non brilla ed esce agli ottavi di Champions col Lione: il presidente Agnelli definirà la stagione di Sarri "un anno di merda", appena dopo averlo esonerato.
Poteva un neofita come Pirlo riuscire lì dove Sarri aveva fallito? Decisamente no, anche se la rosa a disposizione del tecnico è ancora di alto livello e, soprattutto nel girone d'andata, fa intravedere una proposta calcistica interessante, inframezzata da crolli preoccupanti. Anche per Pirlo arriva il momento del compromesso, precisamente dopo la rocambolesca uscita col Porto, tradito dall'uomo che è sinonimo di Champions League, Cristiano Ronaldo. Stop al modulo ibrido, stop alle velleità di controllo del gioco, 4-4-2 scolastico con Chiesa e Kulusevski esterni e Cristiano-Morata di punta, il tutto per confezionare una sudatissima qualificazione in Champions all'ultimo secondo.
Dopo due tentativi a vuoto, nella dirigenza della Juventus si fa strada l'idea che giocare a calcio non serva davvero per vincere, in totale controtendenza con ciò che il calcio europeo già ai tempi mostrava. Il ritorno di Allegri, con ingaggio aumentato e pieno potere sul mercato, è il segnale di una restaurazione vera e propria.
Il secondo mandato di Allegri alla Juventus è, senza mezzi termini, un attacco brutale al gioco del calcio. Con la collaborazione di una dirigenza prima compiacente, poi assente e infine inesperta, l'allenatore prosegue indisturbato la sua guerra di religione, volta a dimostrare che è possibile ottenere tanto con poco. Assistiamo alla cacciata di talenti come Dybala e Kulusevski, allo svilimento di un campione come Di Maria, all'inspiegabile ritorno di Pogba, ad abomini tattici come il 4-4-2 con quattro centrocampisti in linea nel 4-0 subito dal Chelsea, o Chiesa quinto di centrocampo in marcatura su Kvaratskhelia nell'umiliante 5-1 di Napoli.
I 3 anni dell'Allegri-bis spaccano ancora di più la tifoseria bianconera: è guerra aperta tra chi crede che una proposta di gioco che prevede un blocco bassissimo e l'improvvisazione totale in fase offensiva non sia ricevibile, e chi è convinto che anche un tecnico esperto con il livornese non possa fare di più con lo scarso materiale a disposizione. La crociata sembra volgere in favore del primo partito, quando il nuovo DS Giuntoli, dopo un anno forzato di convivenza con Allegri, esonera il tecnico e veste di bianconero Thiago Motta, protagonista di una stagione splendida, per risultati e gioco espresso, a Bologna.
A un inizio incoraggiante, con partite eroiche come a Lipsia, segue una serie interminabile di pareggi che deteriora la fiducia dell'ambiente e della squadra nei confronti del tecnico, che dal canto suo non fa prigionieri: si smonta e rimonta troppo spesso l'11 titolare, ed viene emarginato capitan Danilo fino a forzarne la cessione. I principi della squadra sono radicalmente opposti rispetto all'era Allegri, come del resto lo erano quelli portati in dote da Sarri; Motta non accetta però compromessi, e affonda insieme alla squadra con le batoste contro PSV, Atalanta e Fiorentina.
Dopo aver rigettato un allenatore "troppo diverso, troppo integralista, troppo innamorato delle sue idee" la Juventus corre ai ripari affidandosi a un uomo che "sappia cosa significhi stare alla Juve": Igor Tudor. Selezionare un tecnico quasi esclusivamente per il fatto che sia stato un giocatore della Juventus è un segnale sinistro, che preannuncia la cacciata di Giuntoli, ma Tudor è un allenatore vero, con idee ancora più estreme di quelle di Motta. Pressing alto, gioco offensivo, verticalità e libertà nelle zone avanzate del campo; non sempre la Juventus riesce ad applicare i dettami del tecnico, ma la squadra sembra rivitalizzarsi e, uscita indenne dalla rocambolesca battaglia di Venezia, agguanta la qualificazione in Champions League.
La cronistoria giunge ai giorni nostri: alla guida della Juve arriva Damien Comolli che, pur con qualche falla, costruisce una squadra che possa sposarsi con le idee di Tudor, con tanti uomini offensivi adatti ad aggredire alti e connettersi tra loro. La spavalderia nella pressione e il coraggio di buttarsi in avanti, caratteristiche che hanno portato la Juventus alle rimonte con Inter e Dortmund, sembrano essere la nuova identità di una squadra meno equilibrata che in passato, ma con tanto talento offensivo e voglia di attaccare.
L'ultimo mese, però, racconta una realtà diversa: inattesa, per chi conosce le idee di calcio di Tudor, ma ampiamente prevedibile, in linea con ciò che è accaduto in casa Juventus per troppi anni consecutivi. Contro Inter e Dortmund, ma anche contro Verona e Villarreal, la Juve è sembrata troppo attaccabile, una squadra dal ventre molle che lascia arrivare gli avversari sulla propria trequarti con eccessiva semplicità e che fa una gran fatica a impedire ricezioni in zone di campo pericolose. Per risolvere i problemi della Juventus, Tudor, come Sarri e come Pirlo, ha scelto la strada del compromesso.

In molti, sin dalle prime uscite, avevano visto nella scelta di Kalulu come esterno di centrocampo un campanello d'allarme, sintomatico delle paure del tecnico, materializzate tutte insieme nella gara contro il Milan. L'emblema del compromesso di Tudor è l'atteggiamento della linea offensiva della Juventus: Conceiçao, David e Yildiz sono partiti spesso alti sui centrali del Milan, ma molto raramente hanno anche solo alzato la pressione per indurre gli avversari all'errore. Un atteggiamento cerchiobottista che ha avuto come unico risultato una maggior esposizione della Juventus - spaccata in due - agli attacchi degli ospiti. Semplicemente, squadra e allenatore non sembrano più convinti dei propri mezzi.
Ripercorrere nel dettaglio l'ultimo decennio di Juve è necessario per provare a comprendere quale sia, davvero, il problema insolubile che zavorra la squadra bianconera, unica nel suo genere per la propria incapacità nel cambiare. La Juventus, squadra più tifata e nel contempo più odiata d'Italia, è ad oggi l'ultimo, vero baluardo del conservatorismo del nostro calcio: la squadra più seguita e più vincente della storia del nostro paese continua a rigettare ogni tentativo di evoluzione, e nessun allenatore o direttore sportivo è riuscito fin qui nell'impresa di sradicare la filosofia del pragmatismo ossessivo dai colori bianconeri.
Le ideologie impiantate più di dieci anni fa da Massimiliano Allegri hanno trovato terreno fertile in casa Juve, per diversi motivi. In primis, la Juventus possedeva quelli che in quel momento erano probabilmente i tre centrali migliori d'Europa: metterli al centro del progetto è apparso fin da subito naturale al tecnico, così come Barzagli, Bonucci e Chiellini hanno immediatamente sposato un'identità che li vedeva attori protagonisti. In secondo luogo, l'abitudine alla vittoria aveva distorto la visione dei tifosi juventini, ma anche dei membri della società: un calcio dove non vince chi è forte, ma è forte chi vince, in cui ogni tentativo delle "piccole" Napoli e Roma era visto come un atto di lesa maestà.
Scudetto dopo scudetto, l'aura di superiorità della Juventus diventava apparentemente più inscalfibile: ad incarnarla alla perfezione era il presidente Andrea Agnelli, sempre più influente in campo nazionale e soprattutto internazionale, protagonista di atti di superbia come quello relativo alla superlega, e garante di mercati faraonici e insostenibili sul lungo periodo. Principale fautore della rinascita juventina del post Calciopoli, Agnelli è stato sedotto dal potere e ha abbracciato quella corrente di pensiero elitaria che vuole che i grandi club restino perennemente tali per status, e non per meriti acquisiti sul campo. "Gli ultimi saranno ultimi, se i primi saranno irraggiungibili", cantava Frankie Hi-NRG, una barra estremamente in linea col pensiero bianconero.
Errore dopo errore, la Juventus si è pian piano riscoperta piccola, ma non ha mai davvero accettato questo suo cambiamento. Il calcio è fatto di cicli, ad epopee vincenti si susseguono naturalmente periodi negativi, ma questo alla Juve non è semplicemente possibile, perché l'ambiente è schiavo della mentalità del "Vincere non è importante, ma è l'unica cosa che conta", frase del tutto decontestualizzata che sta mietendo vittime su vittime tra allenatori, dirigenti e giocatori. Si parla sempre dalla difficoltà di accontentare piazze delicate come Roma e Napoli, ma la Torino bianconera del 2025 è di gran lunga il luogo (ideale) più sportivamente tossico d'Italia.
Alla Juventus non c'è più tempo per far nulla, non c'è più tempo per nessuno. Se un calciatore non si adatta immediatamente viene etichettato come un bidone; se un allenatore non vince al primo anno allora va cambiato; se un dirigente sbaglia la campagna acquisti, va rimosso e sostituito. Qualsiasi giocatore non provenga da palcoscenici d'élite viene guardato con diffidenza, un allenatore dal palmarès scarno sarà fin da subito giudicato aspramente, un dirigente che non conosce a menadito la storia e la cultura bianconera farà difficoltà a conquistare i tifosi e quella fetta di stampa "di parte" così impietosa con gli uomini che non reputa "da Juve".

Anno dopo anno, chi si ritrova a lavorare alla Juventus, in qualunque veste, è chiamato a un compito sempre più difficile: riportare la Signora ai fasti, il più velocemente possibile, senza la capacità di spesa messa a disposizione della proprietà nell'era Agnelli, con macerie tecnico-filosofiche sempre più imponenti e una rosa che anno dopo anno somiglia sempre più al mostro del Dr. Frankenstein, farcita di invendibili lasciti di progetti tecnici abortiti sul nascere. Le strade principali che la Juve può imboccare per uscire da questo status sono tre; non per forza una esclude l'altra, quasi tutte impongono dei sacrifici.
1) Un fallimento fragoroso che imponga la triste accettazione della realtà. Una Juve fuori dalle coppe, incapace dunque di trattenere i suoi uomini migliori, imporrebbe un ridimensionamento forzato. La Juventus di Conte nasce così, dalle macerie di una squadra troppo brutta per essere vera, una squadra che aveva smesso da tempo di sentirsi grande e proprio per questo è riuscita a tornare tale.
2) Un cambio di rotta imposto dall'alto ancora più deciso rispetto a quello attualmente improntato da Comolli. C'è bisogno di un allenatore che non scenda a compromessi, come lo era stato Motta, ma che venga anche legittimato da una proprietà solida, convinta e che sposa una linea comune, capace anche di scelte dolorose. Non deve più esistere una Juventus in versione idra, con tante teste e nessuna dominante: si pensa tutti allo stesso modo, si rema tutti nella stessa direzione, e chi non ha intenzione di farlo deve salutare.
3) Una concatenazione imprevedibile di eventi che vede il fallimento delle maggiori concorrenti, qualche risultato positivo nei momenti giusti, una squadra e un allenatore che in maniera quasi inaspettata si ritrovano a lottare per le prime posizioni e acquisiscono partita dopo partita consapevolezza nei propri mezzi. Si tratta della strada più rischiosa, dato che impone l'autoeliminazione di alcune avversarie, ed è in parte legata al caso. Non è detto, però, che basti per rilanciare la Juve sul medio e lungo periodo: il rischio di finire come il Milan di Pioli, vincente ma poi imploso in breve tempo in quanto poggiato su basi fragili, è sempre dietro l'angolo.
Con ogni probabilità, la Juventus non imboccherà nessuna di queste tre vie, o almeno non lo farà a breve. Troppo timida la concorrenza per far finire la Signora fuori dalle coppie, troppo rischioso cambiare allenatore e impronta di gioco a metà ottobre, troppo attrezzate e sicure Napoli e Inter per sperare in un loro simultaneo fallimento. Più probabile che la Juve cerchi di sopravvivere, si arrampichi in qualche modo tra le prime quattro e cerchi di fare un minimo di strada in Champions. D'altro canto, il cambiamento porta con sé dei rischi e i rischi, si sa, fanno paura.
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