
Il sogno di Capo Verde
Il Mondiale di calcio 2026 come ricompensa per un popolo di attesa e malinconia.
"Il destino è un masso che cade su di te mentre sogni". La frase di Cesaria Évora non è solo poesia: è un pezzo di storia di Capo Verde. La "diva a piedi nudi" che si esibiva scalza sui palchi di tutto il mondo è l'anima, musicale e non solo, di un arcipelago che ha fatto della saudade una filosofia. La sua morna, un blues atlantico intriso di malinconia e partenze, ha raccontato per decenni l'essenza di un popolo: l'attesa, la nostalgia, il mare che separa e unisce.
Cesaria ha duettato con giganti della musica italiana — Celentano, Ranieri, Paoli, Vanoni, Morandi, D'Alessio, Ruggiero — portando nelle loro canzoni quel vento caldo degli alisei che soffia tra le 10 isole vulcaniche disperse nell'Atlantico, a 500 km dalle coste del Senegal.
Oggi, sulle stesse isole dove la musica parla di addii e orizzonti lontani, pulsa un ritmo diverso: il rimbalzo e il rotolare del pallone. Capo Verde, piccola nazione di poco più di mezzo milione di abitanti, ha inseguito e sta coltivando un sogno che fino a vent'anni fa sarebbe parso delirante: la prima, storica qualificazione a un Mondiale di calcio.
E quel masso di Cesaria? È caduto davvero. Per ben due volte.
La prima nel 2013. Capo Verde si era qualificata ai Mondiali in Brasile del 2014 — un'impresa epica per un arcipelago che aveva iniziato a giocare seriamente solo un decennio prima. Poi la scoperta: Fernando Varela, difensore titolare, aveva giocato nonostante una squalifica. Un errore burocratico, una dimenticanza della federazione. La CAF non perdonò: squalifica immediata, vittoria a tavolino alla Tunisia, sogno infranto.
La seconda volta è storia recentissima. 8 ottobre 2025, stadio di Tripoli, Libia-Capo Verde. Penultima giornata delle qualificazioni mondiali. Un gol regolare annullato per un fuorigioco inesistente nei minuti finali, che ha strappato via la qualificazione. Una remuntada epica da 1-3 a 4-3, ingiustamente interrotta.
La citazione di Cesaria continua in maniera davvero interessante e ben augurante: "Da noi esiste un detto: è meglio bere prima il fiele e poi il miele. Io ora bevo miele." Lo disse dopo una vita di sacrifici, quando finalmente il mondo riconobbe la sua voce. E Capo Verde, di fiele, ne ha bevuto per secoli. Ora si aspetta un miele dolce ma inaspettato. È bastato però battere la modestissima nazionale di eSwatini per consegnarsi alla storia del calcio.
Un arcipelago di pietra e vento
Nel 1456, il veneziano Alvise Cadamosto, al servizio del principe portoghese Enrico il Navigatore, avvistò alcune isole durante una spedizione nell'Atlantico. Quattro anni dopo, nel 1460, Diogo Gomes e Antonio da Noli — genovese al servizio del re del Portogallo — completarono la scoperta dell'arcipelago. Isole disabitate, brulle, senza acqua dolce a 500 km dalla costa senegalese. Per gli europei erano perfette: divennero immediatamente un centro strategico per la tratta degli schiavi, hub atlantico dove centinaia di migliaia di africani venivano fatti sostare prima del viaggio verso le Americhe. La prima città, Ribeira Grande sull'isola di Santiago, fu un inferno in mezzo al mare.
Per oltre cinque secoli, Capo Verde rimase colonia portoghese, dimenticata e sfruttata. Durante il colonialismo, la siccità cronica causata dalla deforestazione provocò carestie devastanti: tra il 1941 e il 1948 morirono 50.000 persone, più di un terzo della popolazione del tempo, senza alcun intervento significativo del Governo centrale di Lisbona. L'unica via d'uscita era l'emigrazione: verso il Nord e Sud America, verso altre colonie africane, ovunque pur di sopravvivere. Nel 1956, Amílcar Cabral fondò il PAIGC (Partito Africano per l'Indipendenza della Guinea e Capo Verde). Il 5 luglio 1975, dopo secoli di dominazione, Capo Verde ottenne finalmente l'indipendenza.
10 isole vulcaniche, 9 delle quali abitate. Rocce nere che emergono dall'oceano come schiene di balena. Poca pioggia, poca terra fertile, tanto vento. Capo Verde non è un paradiso tropicale: è un luogo aspro.
La vera storia di Capo Verde si è scritta anche altrove: nelle periferie di Lisbona, Rotterdam, Boston, Dakar. La diaspora capoverdiana è immensa - si stima che per ogni abitante dell'arcipelago, ce ne siano 3 all'estero. Partire è sempre stato l'unico modo per sopravvivere. E proprio questa dispersione planetaria ha dato forma a qualcosa di inaspettato: una nazionale di calcio competitiva, nonostante il numero esiguo di abitanti.
Il calcio a Capo Verde
A Capo Verde hanno imparato a giocare a calcio lontano dall'arcipelago. Nelle periferie delle grandi città europee o americani, bambini con cognomi creoli inseguivano un pallone su campi di cemento, parlando portoghese con accenti europei. Erano figli di emigrati, di madri partite come domestiche e di padri che lavoravano nei cantieri navali o in miniera. Da quei figli della diaspora è nata la nazionale dei Tubarões Azuis, gli Squali Blu.
La Nazionale è diventata così un modo per tornare a casa e riscoprire le proprie origini. Ogni convocazione è una mappa del mondo: metà dei giocatori è nata fuori dall’arcipelago, ma tutti portano con sé un legame invisibile - con le isole, col mare, con la musica malinconica che Cesaria Évora ha trasformato in lingua universale. Il calcio diventa un atto di riappropriazione identitaria, una forma di saudade alla rovescia: non più il dolore per ciò che si è perso, ma la gioia di ritrovare ciò che sembrava lontano.
Il primo grande passo avviene nei primi Duemila, quando la federazione inizia a rintracciare i discendenti capoverdiani sparsi in Europa. Non è un progetto strutturato, ma una catena di contatti, di telefonate e parentele. Caotica ma efficace, simile a quella di altre microrealtà africane come le Comore.
La squadra diventa presto un caso. Nel 2013 Capo Verde raggiunge la semifinale della Coppa d’Africa, eliminando squadre come Angola e Sudafrica: un risultato mai visto per un Paese con meno abitanti di Firenze. L’impresa la firma mister Lucio Antunes, ex controllore del traffico aereo e appassionato di tattica calcistica, formatosi grazie a un corso della FIFA. Dopo la storica semifinale, viene invitato da José Mourinho a osservare un allenamento del Real Madrid a Valdebebas: “Per capire come si gestisce un sogno”, dirà poi.
Un sogno chiamato Mondiale
Capo Verde era inserita nel gruppo D per l'accesso alla fase finale del Mondiale 2026. Ha raccolto 23 punti in 10 giornate, segnando 16 reti e subendone 8. Due sono le gare che hanno segnato uno spartiacque decisivo per giocarsi il match-ball. La prima a marzo, nella difficile trasferta in Angola, nella quale è risultato decisivo con una doppietta Rocha Livramento, giocatore di proprietà del Verona, attualmente in prestito al Casa Pia in Portogallo. La seconda, il 9 settembre scorso: tra le mura amiche dello “Estadio Nacional”, sempre un gol di Livramento ha piegato la resistenza dei “Leoni D’Africa” del Camerun, sulla carta i favoritissimi del girone.
La rete? Una cavalcata d’altri tempi. I difensori ospiti cincischiano in impostazione, nella metà campo difensiva di Capo Verde. Livramento recupera palla con un contrasto spalla a spalla, la difende e parte inseguito da tutta la retroguardia avversaria. Davanti a Onana, apre il piattone ed è gol. Al termine dell’incontro, si assiste all'invasione pacifica dei 15000 tifosi presenti prima sugli spalti.
Per sottolineare l’importanza del match e del clima che si respirava, il governo in vista di quella partita aveva dichiarato un giorno di riposo per tutti i dipendenti pubblici.
I protagonisti sul campo
In panchina siede Mister Pedro Leitão Brito, detto 'Bubista'. 55 anni, ex difensore e capitano della nazionale. La formazione-tipo si schiera con la difesa a 4 e due centrocampisti centrali di lotta e di governo, tre uomini sulla trequarti e un terminale offensivo. In porta l'espertissimo Vozinha, 39 anni e un passato a Cipro e in Slovacchia.
La difesa disegna un autentico giro del globo: da destra a sinistra Moreira (Columbus Crew, USA), Roberto Lopes (Shamrock Rovers, Irlanda del Nord), Borges (Al Bataeh, Emirati Arabi Uniti), Joao Paulo (Otelul, Romania). Una linea fondata sull'esperienza: il più "giovane", Joao Paulo, ha 27 anni.
I due centrocampisti centrali, pilastri inamovibili? Kevin Lenini, 28enne del Krasnodar - l'uomo col più alto valore di mercato secondo Transfermarkt - e Yannick Semedo, a cui sono affidati i maggiori compiti in regia.
Il capitano Ryan Mendes svolge il ruolo di esterno destro a piede invertito: ora in Turchia, vanta un passato a Le Havre, Lille e Nottingham. Dietro la punta agisce solitamente Monteiro, l'uomo di raccordo, tecnicamente più smaliziato del resto della compagnia. Sull'altra fascia, una presenza nota agli appassionati italiani: Jovane Cabral, ex Lazio e Salernitana.
La punta titolare a suon di gol è diventato Rocha Livramento, che ha soffiato il posto ad Alessio Da Cruz, militante in Serie B brasiliana. Altro giocatore entrato nelle rotazioni è Telmo Arcanjo, titolare nel Guimarães, che può fungere da ricambio per tutti gli elementi della trequarti.
Al contrario di molte squadre africane, Capo Verde non ha una prestanza fisica elevatissima. Nelle sue corde c'è un gioco palla a terra, per quanto possibile. In fase di transizione, invece, pochi fronzoli: si va verticale e in velocità. L'appuntamento con la storia è stato fissato per il 13 ottobre 2025, nel pomeriggio capoverdiano e nella serata italiana. C'era una malinconia felice, a Capo Verde. Una malinconia che sapeva di attesa e di gloria.
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