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Marocco calcio
, 9 Ottobre 2025

Che c'entra il calcio con le proteste in Marocco?


Il popolo è in piazza in Marocco per chiedere meno stadi e più scuole e ospedali.

La “Generazione Z" è composta da ragazze e ragazzi nati tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000, che trova in elementi come TikTok, Instagram e Facebook dei veri e propri strumenti di lotta. È successo in Nepal, in Indonesia, in Madagascar e ora anche in Marocco.

Le proteste, nate da bisogni primari e dal desiderio di una vita più dignitosa, non si limitano a semplici richieste economiche o sociali. Stanno toccando anche simboli del potere e delle priorità dello Stato: il calcio, in Marocco, rappresenta ben più di uno sport. Tra le strade di Marrakech, da uno striscione, emerge una frase che riassume perfettamente quanto detto: “Non vogliamo i Mondiali, vogliamo ospedali e scuole”.

Tutto ha inizio il 5 settembre 2024: il re Mohammed VI inaugura il Moulay Abdallah di Rabat, stadio da 68.500 posti, inaugurato nello stesso giorno in cui, pochi anni prima, il terremoto di al-Haouz aveva causato centinaia di vittime e devastazioni nel sud del Paese. Un gesto considerato da molti come un affronto, soprattutto per le famiglie che aspettano ancora la ricostruzione delle strutture crollate.

Per molti cittadini, vedere milioni investiti in cemento e spettacolo mentre intere aree del sud attendono ancora una ricostruzione che tarda ad arrivare, è stato un punto di rottura. Un trauma collettivo trasformato in indignazione.

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Oltre allo stadio di Rabat, il governo ha stanziato oltre €1 mld per l’organizzazione dei Mondiali 2030 e della Coppa d’Africa 2025. Un investimento imponente che, però, ignora i veri problemi del Paese. L’Hassan II di Casablanca, stadio tra i principali candidati a ospitare la finale dell'evento, è costato $500 milioni circa e verrà inaugurato nel 2028. Con i suoi 115.000 posti sarà lo stadio più grande di tutta l’Africa, il terzo più capiente del mondo.

Mentre i riflettori vengono puntati su progetti faraonici e vetrine internazionali, la realtà quotidiana di molti marocchini continua però a essere segnata da gravi mancanze nei servizi fondamentali. La sanità in particolare è diventata il simbolo di un sistema che esclude invece di proteggere.

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Le proteste si sono intensificate giorno dopo giorno, culminando in tragedia in estate: 8 donne incinte sono morte per mancanza di assistenza in un ospedale. L'evento che ha riportato alla luce le gravi carenze del sistema sanitario marocchino: il Marocco conta infatti solo 0,43 medici ogni 1000 abitanti - la media mondiale è 1,72 -, gli infermieri appena 1,1 ogni mille abitanti.

Anche il settore dell’istruzione versa in condizioni preoccupanti: il sistema educativo marocchino è al 101º posto mondiale della classifica per qualità dell'Economist Intelligence Unit, e circa il 25% dei laureati è disoccupato. Una panoramica tragica.

È proprio da queste constatazioni, da queste ingiustizie, che la miccia è definitivamente esplosa.

In un mondo sempre più interconnesso, anche le modalità di ribellione si evolvono. La Gen Z marocchina, come già accaduto altrove, ha trovato nel digitale uno strumento di organizzazione e consenso. Non più solo piazze fisiche, ma anche stanze virtuali dove discutere, votare, pianificare.

Attraverso una votazione su Discord – piattaforma di comunicazione già utilizzata, ad esempio, in Nepal per eleggere nuovi rappresentanti del governo – il popolo marocchino ha deciso di prendere in mano la situazione. Di ribellarsi. Di scendere in piazza.

La risposta delle autorità non si è fatta attendere. Alle manifestazioni pacifiche organizzate nelle principali città del Paese, il governo ha reagito con una violenza che ricorda i regimi autoritari del passato: blocchi stradali, arresti arbitrari, giornalisti fermati e incarcerati, manifestanti travolti dalle forze dell’ordine. Diversi i feriti e, purtroppo, i morti. A Leqliaa, una piccola città alla periferia di Agadir, tre persone sono decedute durante gli scontri.

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Anche i calciatori del Marocco si sono schierati a favore delle proteste. “Sostengo le richieste dei giovani e degli anziani sulla sanità e l’educazione, perché sono il fondamento di ogni nazione forte. Sono richieste totalmente legittime“ ha detto Nayef Aguerd, difensore centrale del Marsiglia. Hakim Ziyech, ex Chelsea e Ajax, ha ripreso nelle storie di Instagram il motto: “Per i nostri diritti, per la dignità, la sanità e l’educazione”. La nazionale, con l'autorevolezza accresciuta nella popolazione grazie ai grandi risultati delle ultime competizioni, ha deciso con chi schierarsi.

Anche il tifo organizzato ha preso una decisione chiara. Diversi gruppi ultras hanno annunciato il boicottaggio delle partite di campionato (Botola Pro è il nome della Lega marocchina). Gli stadi costruiti per ospitare migliaia di persone con investimenti folli non avranno pubblico, a meno di cambiamenti drastici. Imponenti impianti pronti ad essere boicottati da chi, quei soldi, desiderava vederli investiti in sanità o educazione.

Ciò che sta accadendo in Marocco è lo specchio di una tensione globale tra spettacolo e sostanza, tra immagine e realtà, tra grandi eventi e bisogni essenziali. E mentre i governi investono per apparire, per erigere un paio di tribune ai fianchi di un prato verde, intere generazioni chiedono di vivere meglio tutto quel che non dipende dai 90' di una partita di calcio. È una battaglia per la dignità, che si combatte tanto nelle piazze quanto nelle storie di Instagram. Dove il calcio è un mezzo, ma non può e non deve essere il fine.

  • Giornalista e aspirante comunicatore sportivo. Scrivo di calcio, politica internazionale e cinema cercando di unire queste mie passioni in un unico grande racconto.

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