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Amedspor Kurdistan
, 7 Ottobre 2025

Amedspor, calcio e politica in Kurdistan


Storia e prospettive dell'Amedspor, simbolo del Kurdistan turco che cerca la storica promozione in Süper Lig.

Amed - Diyarbakir secondo la denominazione ufficiale turca - è la principale città curda in Turchia, abitualmente considerata la capitale de facto del Kurdistan turco. Ad Amed, secondo uno studio del 2006 (non se ne trovano successivi), oltre il 75% dei quasi 2 milioni di abitanti parlava quotidianamente la lingua curda, nonostante il governo anatolico nel corso dei decenni abbia fatto grandi sforzi per nasconderla, estirparla o persino negarne l'esistenza.

Amed si trova nell'estremo sud-est della Turchia, nelle propaggini meridionali dell'altopiano del Kurdistan, adagiata sulla sponda destra del Tigri, affacciata sulla verde pianura siriaca della Mezzaluna Fertile. In questo territorio, circa 10000 anni fa, venivano sviluppate le primissime forme di agricoltura e allevamento e - pochi secoli dopo - si sviluppavano gli embrioni delle prime città-stato in un contesto, da quanto ci dicono gli studi archeologici, di migrazioni e grande mélange culturale.

Ancora oggi, almeno 3500/4000 anni dopo la fondazione di Amed, l'area del Kurdistan (turco, ma anche siriano, iracheno e iraniano) resta un territorio di grandi commistioni tra i popoli del Vicino del Medio Oriente: si incontrano Curdi, Turchi, Siriani, Assiri, Turcomanni, Yazidi, Armeni, Greci, Persiani e Azeri. Oltre all'interesse storico, tuttavia, le vicende di Amed e dell'Amedspor, la sua principale squadra di calcio professionistica, sono importanti in quanto specchio della politica turca contemporanea, dei suoi rapporti con i Curdi e della sua influenza sullo sport e, in particolare, sul calcio.

I rapporti tra Kurdistan e Turchia

Come molti sapranno, il conflitto - culturale, politico, armato - tra Curdi e stato turco ha radici profonde, sviluppatesi quantomeno con la creazione della Repubblica di Turchia nel primo dopoguerra, dovute alla totale negazione dell’identità curda (e di tutte le altre identità che minacciavano la turchizzazione omogenea della neonata Repubblica). Per molti decenni, Ankara ha ostacolato ogni espressione di cultura e folklore curdo, arrivando a vietare totalmente l'uso della lingua curda -alcune lettere dell'alfabeto (Q, X e W), tra 1980 e 1991, erano bandite dalle scritture ufficiali.

Kurdistan
Una mappa del Kurdistan secondo i Curdi.

Per quasi un secolo, la Turchia ha rifiutato l’esistenza stessa di una minoranza curda, definendo i Curdi “turchi di montagna” e sostenendo che la lingua parlata in Kurdistan - con radici indoeuropee, nulla a che vedere con le lingue turciche - fosse una variante regionale del turco simile a quella parlata di Azerbaijan. A fine anni '70, poi, la situazione si fece sempre più tesa e i movimenti di giovani curdi di sinistra cominciarono a organizzare una resistenza più strutturata in uno spazio politico clandestino che intersecava le istanze di lavoratori e braccianti più poveri con quelle dell'indipendentismo curdo.

Nel 1978 Abdullah "Apo" Öcalan e altri giovani fondarono il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) che, dal 1984, si impegnò nella lotta armata contro lo Stato turco, chiedendo prima l’indipendenza e poi una più ampia autonomia politica e culturale. Da allora, il conflitto e la repressione turca si stima abbiano provocato oltre 50'000 morti e massicci spostamenti di popolazione - almeno 30'000 persone uccise e due milioni di deportati dalle aree rurali - volti a eradicare il sostegno al PKK nelle aree a maggioranza curda.

La repressione turca in Kurdistan si è espressa attraverso campagne militari e politiche di controllo capillare del territorio. Villaggi sono stati evacuati o distrutti, migliaia di civili sono stati coinvolti in operazioni antiterrorismo. I governi turchi hanno messo al bando (e continuano a farlo) partiti curdi, incarcerato sindaci e deputati dell’HDP - Halkların Demokratik Partisi, in curdo Partiya Demokratik a Gelan, in italiano Partito Democratico dei Popoli -, perseguito giornalisti e attivisti.

Le regioni a maggioranza curda restano le più povere, marginalizzate e sfiduciate dell'intera Turchia. Nonostante le aperture nei primi '00 - vedasi l’introduzione di canali televisivi in lingua curda -, la linea ufficiale è rimasta quella della sicurezza e dell’unità nazionale: la tensione tra curdi e Ankara è ancora palpabile non appena ci si avvicina all'est dell'Anatolia.

Tuttavia, ultimamente le cose sembra stiano parzialmente cambiando - anche se è difficile capire quanto solo di facciata. Nel 2005, in un discorso che rimarrà negli annali della storia della Repubblica di Turchia, l’allora primo ministro e attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan ha rotto il "tabù Kurdistan", parlando per la prima volta davanti al Parlamento di un "problema del Kurdistan" anziché di un più generale "problema terrorismo". Nel 2014, poi, ha utilizzato per la prima volta, il termine “Curdi”, riconoscendo l'esistenza di un'etnia curda (nonostante le minoranze riconosciute ufficialmente restino solo Greci, Armeni ed Ebrei) nel paese.

10 anni più tardi, nel 2024, l'equilibrio politico è cambiato parecchio, specie per i Curdi più vicini all’ambiente religioso, grazie alla spinta politica di Erdoğan, alla trasformazione ideologica e al successivo scioglimento del PKK e alla dura repressione dei partiti di opposizione (in particolare la sinistra curda moderata dell'HDP di Demirtaş, arrestato e condannato arbitrariamente a 42 anni di carcere nel 2024).

Nell'ultimo decennio, Erdoğan ha dotato di un connotato fortemente religioso la propria linea politica, mettendosi in chiara opposizione al laicismo occidentalista insito nella tradizione kemalista-repubblicana da sempre rappresentato dall'esercito. Questo (ambiguo) atteggiamento, da molti definito "neo-ottomanesimo" sembra aver trovato sostegno nel Kurdistan, decisivo nelle ultime elezioni presidenziali. In un periodo di grande crisi politica e, con il Partito Popolare Repubblicano (CHP) in grande ascesa, l'occuparsi della questione curda con un approccio non più laico e totalmente nazionalista - oltre alle grandi promesse di spesa pubblica e abbassamento dell'età pensionabile - è stato decisivo per la riconferma a Presidente della Repubblica.

Dal 2018, la coalizione di governo guidata dall'AKP è sostenuta da un manipolo di parlamentari dell'HÜDA PAR, piccolo partito curdo-islamico con sede nella città di Batman, espressione legale di Hezbollah in Kurdistan, braccio armato del nazionalismo islamico curdo finanziato dall'Iran. L'HÜDA PAR, oltre a sostenere politiche di difesa della lingua e dell'identità curde, promuove i valori dell'integralismo islamico insieme ad altre singolari proposte, come quella di rinominare le strade intitolate ad Atatürk (idea che, chiunque sia stato almeno una volta in Turchia, si renderà conto essere folle).

Turchia Kurdistan Amedspor
La maggioranza dei voti in Kurdistan è andata comunque al candidato DEM, ma le percentuali sono state più favorevoli del solito per l'AKP di Erdoğan.

Un altro punto di svolta è stata la “pace” con il PKK, culminata nel maggio 2025 con la fine alla lotta armata e lo scioglimento di fatto il partito, dopo che, nel marzo 2024, era già stato annunciato un cessate il fuoco. Una scelta necessaria per mantenere il sostegno dei curdi non radicali alla causa autonomista di Öcalan, cessando - almeno in teoria - i combattimenti e la conseguente durissima repressione da parte dello Stato turco.

Il calcio e lo sport tra Turchia e Kurdistan

Per alcuni clan curdi conservatori, Erdoğan rappresenta un leader col quale dialogare. La strategia comunicativa dell'"abbraccio nazionale", in cui il presidente ha sostenuto apertamente che "Turchi e Curdi dovrebbero amarsi" è stata d'impatto, così come l'ammorbidimento delle misure restrittive nei confronti di Apo Öcalan, che nel 2024 ha potuto ricevere una visita della sua famiglia per la prima volta in 4 anni e per il quale Devlet Bahçeli - alleato ultranazionalista di Erdoğan - ha chiesto addirittura il rilascio.

Questo cambio di rotta è di importanza storica per la Turchia: segna un punto di svolta fondamentale non soltanto nei rapporti tra Ankara e il Kurdistan, ma addirittura alla radice dell'idea di una Repubblica etnicamente omogenea promossa dal 1923 in poi. Il tentativo di riappacificazione sociale promosso e imposto da Erdoğan ha mostrato conseguenze anche nello sport, che fino a poco prima era anch'esso vittima della repressione dello stato turco.

Il caso più noto e più paradigmatico è certamente quello dell’Amedspor, che rappresenta per il Kurdistan turco ciò che è il Barcellona per la Catalogna: molto più che un club, una squadra che rappresenta un intero popolo e la resistenza alla sua cancellazione, che raccoglie il bacino di pubblico più ampio e più affezionato in Turchia dopo le big di Istanbul, nonostante non abbia mai militato nei campionati professionistici e le sue partite non fossero trasmesse in televisioni o radio.

Un discreto pubblico per la Terza Divisione turca.

Fondato nel 1972, per decenni ha giocato nei campionati non professionistici senza mai poter utilizzare il proprio nome curdo a causa delle politiche di discriminazione turche. Nel 1990 è stato acquistato dall'amministrazione cittadina, che rinominò forzatamente la squadra Diyarbakır Büyükşehir Belediyespor e, finalmente, nel 2015, ha preso l'attuale denominazione Amed Sportif Faaliyetler Kulübü. Non è stato un percorso banale: anche un decennio fa, la società non aveva inizialmente ottenuto il permesso dalla Federazione, in segno di protesta contro lo stato turco per il mancato accordo di pace nel 2014, durante l'assedio di Kobanê da parte dell'ISIS.

Da quel momento in poi, l'Amedspor è stato vittima di attacchi istituzionali, criminali e razzisti contro tifosi, giocatori e funzionari della squadra. Nel 2016, dopo aver clamorosamente eliminato il Bursaspor dalla coppa nazionale in una partita accompagnata da canti militaristi e ultranazionalisti da parte dei tifosi di casa e in cui i curdi - giornalisti compresi! - non erano ammessi se non in numero ristrettissimo, l’unità anti-terrorismo della polizia turca fece irruzione nella sede dell’Amedspor, sequestrando computer e documenti dagli uffici del club a causa di un presunto tweet (mai pubblicato dall'account del club, la polizia confermò l'errore) inneggiante al terrorismo.

Sempre nel 2016, un centinaio di tifosi fu arrestato a Istanbul, durante una partita contro il Başakşehir, per avere intonato cori contro i massacri di bambini in Kurdistan. Qualche mese più tardi, durante una partita contro l'Ankaragücü, i dirigenti del club furono aggrediti dai tifosi locali. Da allora per quasi dieci anni, l'Amedspor ha giocato quasi tutte le partite in trasferta a porte chiuse, salvo rare eccezioni.

Azadi, "libertà".

La repressione governativa non ha colpito soltanto dirigenti e tifosi, ma anche i calciatori. Il caso più noto è quello di Deniz Naki, attaccante tedesco di origine curda cresciuto nel Bayer Leverkusen. Naki aveva già lasciato Ankara per Amed nel 2014, quando giocava nel Gençlerbirliği, dopo essere stato vittima di un'aggressione razzista per le strade della capitale.

Nel 2015, viene squalificato per 15 giornate per aver tatuato sull'avambraccio la parola AZADI, "libertà" in curdo; nel 2016, dopo aver segnato il secondo gol nella vittoria contro il Bursaspor, viene nuovamente squalificato per 12 giornate, multato per 19.500 lire turche (all'epoca circa €6000) e condannato per "propaganda a un gruppo terroristico" per aver pubblicato questo post: "Siamo fieri di essere un piccolo spiraglio di luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor, non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Lunga vita alla libertà!".

In un'intervista alla newsletter Turkey Recap, Abdullah Çetin, giocatore dell'Amedspor dal 2013 al 2021 con la maglia numero 21 in riferimento al numero di targa della provincia di Diyarbakır, ha raccontato le enormi difficoltà di quel periodo: "Abbiamo giocato in condizioni molto difficili. Non ci è stato nemmeno permesso di tirare rigori o calci di punizione", ha raccontato, riferendosi ai tanti oggetti lanciati in campo dai tifosi avversari. "Questo club è stato fondato in queste condizioni. Abbiamo lottato per la nostra gente e per i nostri fan".

La crescita e le ambizioni dell'Amedspor

L'Amedspor è una squadra che ha fatto il suo debutto nel professionismo soltanto nel 2024/25 (nonostante sia la squadra principale di una città di quasi due milioni di abitanti) e che ha sempre dovuto lottare molto più duramente degli altri per ottenere qualunque risultato. Tuttavia, già al primo anno nel professionismo, ha sfiorato i playoff per la promozione in Süper Lig.

Un sogno che sembra essere solo rimandato di qualche mese o anno, alla luce dei grossi investimenti, dei progetti e della squadra allestita per la stagione in corso. Se lo scorso anno l’Amedspor poteva contare su giocatori di esperienza internazionale come Nkoulou o Assombalonga - oltre ad aver avanzato trattative per portare Ljajić, Nainggolan e Manolas - in questa stagione l'Amedspor sembra sognare ancora più in grande.

Per il 2025/26 la squadra curda ha proseguito nella costruzione di una rosa competitiva, regalando ai suoi tifosi diversi giocatori con anni e gol di esperienza nella Süper Lig e nelle coppe europee. Sono arrivati giocatori fuori categoria: Aytaç Kara, ex capitano del Kasımpaşa, un passato al Galatasaray e reduce da un paio di ottime stagioni (21 gol e 5 assist totali) in Süper Lig; Dia Saba, bandiera del Maccabi Haifa con 8 presenze e 2 reti in Champions League nel 2023/24, centrocampista offensivo classe '92, 5 gol e un assist nelle prime 6 partite di Serie B turca.

La metà campo è stata rinforzata dall'arrivo di Cheikhou Kouyatè, quasi 300 presenze tra Premier e Championship con le maglie di West Ham, Crystal Palace e Nottingham Forest e di Felix Afena-Gyan, cresciuto nella Roma e fatto esordire da Mourinho nel 2021 (forse ricorderete la scena del regalo delle scarpe da €800): dopo una stagione alla Cremonese e una alla Juventus Next Gen ha accettato di trasferirsi in Kurdistan.

Il fiore all’occhiello, però, è Mbaye Diagne, attaccante senegalese cresciuto in Italia e maturato a Istanbul tra Kasımpaşa, Galatasaray e Karagümrük dove - sotto la guida di Pirlo nel 2022/23 - realizzò il suo miglior score stagionale in Turchia: 23 gol e 5 assist in 33 presenze. La dirigenza dell'Amedspor ha voluto costruire un istant team, con giocatori molto esperti e contratti biennali ben pagati (come accade spesso in Turchia, anche in Süper Lig) che possano incidere sull'immediato. 

Kurdistan
Mbaye Diagne con la maglia dell'Amedspor.

La crescita dell'Amedspor sembra dunque parallela al cambio di approccio che Erdoğan e l'AKP stanno avendo nei confronti del "problema Kurdistan" negli ultimi due anni, quantomeno di facciata. I tentativi di pacificazione; le trattative con il PKK; l'abbraccio nazionale; l'uso della carota più che del bastone nei confronti di Öcalan; i grandi investimenti infrastrutturali arrivati dopo il terribile terremoto del 2023 che ha causato circa 60'000 vittime, 120'000 feriti e 5 milioni di sfollati (per il quale il governo è accusato di gravissime responsabilità tanto nei controlli sull'edilizia quanto per il clamoroso ritardo nei soccorsi); gli sgravi fiscali; persino l'allentamento della morsa della persecuzione dell'Amedspor e dei suoi tifosi.

Tutti elementi che possono essere parte di una strategia volta ad attrarre verso di sé l'elettorato curdo più conservatore o meno interessato alla politica, un panem et circenses che possa far dimenticare per un momento 20 anni di repressione, deportazioni, coprifuoco, demolizioni, omicidi extragiudiziali, arresti e violentissime operazioni militari. D'altra parte, in un momento di grave erosione del consenso in cui l'opposizione stava vincendo tutte le elezioni amministrative, Erdoğan ha avuto bisogno di ogni mezzo per vincere la coalizione guidata dall'CHP.

Se in politica vale tutto, Erdoğan ha utilizzato tutti gli artifici possibili: arresti e condanne agli oppositori (gli ultimi e più noti tra le decine di migliaia post-2016 sono il leader del partito curdo DEM Selahattin Demirtaş e il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu), rimozione dei sindaci sgraditi - seppur democraticamente eletti - e sostituzione con amministratori nominati da Ankara; investimenti sociali ed economici, moderazione delle violenze e pacificazione (si vedrà nel tempo quanto facciata), propaganda tradizionalista e islamista ma anche promozione e diluzione dell'identità curda attraverso lo sport, in particolare il calcio.

Se alcuni segmenti della società curda hanno apprezzato il cambio di paradigma degli ultimi anni - dimostrato dai risultati delle elezioni di maggio 2023 - un'altra grossa fetta di Curdi continua a non fidarsi, votando i partiti locali autonomisti o indipendentisti, chiedendo a gran voce la fine delle discriminazioni e il ripristino del pieno stato di diritto in Kurdistan e in Turchia.

Una parte di questi lo fa dalle tribune dello stadio di Amed, approfittando della crescita sportiva e di visibilità della squadra. Chissà che nei prossimi anni, quando forse si troverà a giocare in Süper Lig contro squadre le cui tifoserie si oppongono duramente anch'esse al governo dell'AKP (gli ultras di Galatasaray, Fenerbahçe e Beşiktaş furono protagonisti delle proteste di Taksim) davanti a un pubblico internazionale, l'approccio "morbido" cambi nuovamente.


  • Roma, 1997
    Conoscitore del calcio, specialmente il calcio delle periferie d'Europa.
    Fondatore di Kulup Turkiye su Ig

  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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