
Lazio-Torino 3-3, Considerazioni Sparse
Una pioggia di gol, un finale al cardiopalma, un pareggio che non fa comodo né alla Lazio né al Torino.
Lazio e Torino si spartiscono la posta in un match pirotecnico, con 6 gol e un finale da brividi: se da un lato è stata una gara divertente come oramai poche in Serie A se ne vedono, aperta e intensa, dall’altra non si può passar sopra agli errori da matita rossa delle due squadre, che di fatto escono da questa giornata con più dubbi che sensazioni positive. Se per i granata, quantomeno, è un punticino utile dopo le due disfatte con Atalanta e Parma, per i biancocelesti si tratta di un notevole passo indietro rispetto alla vittoria esterna con il Genoa. Baroni e Sarri avranno molto da lavorare per rendere proprie queste squadre, e a chiedersi chi glielo abbia fatto fare, di accettare queste panchine, non saremo certo solo noi.
Partiamo dalla fine, con l’ultimo matto minuto di recupero, che la dice lunga sulla follia di questo match: clamorosamente, al 93’, il Torino va in vantaggio con una incornata in mischia di Coco. Sembra tutto finito, con i granata prossimi ad espugnare nuovamente l’Olimpico, ma qui entra in gioco la pochezza della rosa a disposizione di Baroni: il povero Dembélé, anziché proteggere l’uscita di un pallone innocuo, su cui probabilmente la partita sarebbe finita, si fa fregare da Noslin, poi abbattuto da un’ancata proprio di Coco, che a quanto pare non vuole saperne di entrar nel cuore della sua tifoseria. L’arbitro inizialmente lascia correre, ma poi necessita di ben 7 minuti di revisione VAR per decidere che sia rigore: nel frattempo, estrae gialli casuali, a conferma del fatto che non basta aumentare numericamente uno staff arbitrale o fornirgli tecnologie per farli diventare capaci di gestire un match. È ovviamente rigore, l’avevano visto tutti tranne loro (gli arbitri), che Cataldi realizza. 3-3, che mette una pezza per i biancocelesti e disillude i granata. Prima era successo molto altro, ma basta questo minuto per capire che partita sia stata.
Il Torino non sa difendere, la Lazio si prende pause su pause: per questo una squadra riesce a far male all’altra, non per particolari meriti propri ma per gli altrui demeriti. E così i granata passano in pochi secondi da un possibile 2-0 fallito da Ngonge a subire pareggio e sorpasso in fotocopia ad opera di un maestoso Cancellieri. Quando la squadra di Sarri potrebbe mettere la partita in ghiaccio si addormenta e subisce il pareggio di Adams. Del resto abbiamo già detto, ma resta la sensazione di due squadre decisamente autolesioniste: se per la Lazio l’alibi delle assenze è enorme, il Torino semplicemente non ha ancora una fase difensiva decente. Questa la colpa più pesante di Baroni, che magari salverà anche la panchina con questo risultato, ma di fatto non ha ancora dato alla sua squadra né identità né fiducia, come dimostra l’harakiri finale.
Butterfly and spider: Cancellieri sembra l’ennesima creatura di Maurizio Sarri nel ruolo di esterno offensivo, con due reti di pregevolissima fattura che profittano dell’allegra banda del buco granata senza sconti. Tra le fila laziali, benissimo anche l’highlander Pedro, così come decisivi sono Noslin e Cataldi, che salvano il pomeriggio. Malissimo Provedel, mentre il suo dirimpettaio Israel alterna ottimi interventi ad altri che lasciano perplessi, come nelle prime due reti laziali. Tra le fila granata, la coppia Simeone/Ngonge predica in un deserto tecnico-tattico di giocatori che sembrano decisamente regrediti, da Vlasic, che sembra vagare senza meta, a Casadei, ultimamente più adatto al pancrazio che al gioco del calcio. Sulla difesa meglio non infierire, mentre qualche luce si vede dagli ingressi di Nkunku e del solito Adams, che è confinato in panchina solo dal modulo a cui Baroni è quasi costretto per via di un mercato tatticamente psichedelico.
Il vero problema di queste due squadre non sta in campo, ma dietro la scrivania, dove campeggiano due presidenti che fanno il male del nostro calcio e ne rappresentano appieno tutte le nefandezze: Cairo e Lotito tengono in ostaggio due club storici come fossero loro giocattoli, costringendoli a una triste mediocrità. Se il fatto che li considerino loro giocattoli potrebbe non essere un problema, va detto che, a differenza di altri presidenti che usavano i loro club come “vezzo”, in realtà i nostri due sono assolutamente disinteressati alla crescita degli stessi: mirano a mantenerli in mezzo al loro stagno, senza perderci troppo denaro e pretendendo anche il favore del pubblico, perché in giro non ci sono acquirenti, o peggio perché si autoproclamano salvatori di due club che sì, versavano in cattive acque, ma hanno anche vissuto molto meglio di come li stanno facendo vivere loro. Torino e Lazio oggi sono pazienti in una sorta di coma farmacologico: non muoiono, ma neanche possono alzarsi e rischiare di vivere per davvero. Torino e Lazio oggi sono la fotografia della polvere e della pochezza del nostro campionato, e mentre all’estero si corre per migliorare i propri club e la propria lega, qui abbiamo due presidenti che sono macchiette di sé stessi, si autointervistano sui loro giornali, si addormentano in parlamento, tra un sondaggio interno fasullo e una battuta in romanesco a buttarla in caciara, e fanno gattopardianamente in modo che nulla cambi, di modo che su quello scranno possano restarci loro, e nessun altro che loro.
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