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Juventus Milan
, 4 Ottobre 2025

Juventus-Milan, 5 ottobre 1986


Gianni Agnelli, Silvio Berlusconi, la peggior partita di Michel Platini.

"Madeleine de Proust (a volte anche sindrome di Proust) è un termine francese che può designare nella vita quotidiana un oggetto, un gesto, un colore e in particolare un sapore o un profumo, che evocano in noi ricordi del passato. Il termine deriva dalla madeleine, un dolce tipico francese che ha questo ruolo significativo per il narratore di Alla ricerca del tempo perduto in Dalla parte di Swann, il primo volume del romanzo di Marcel Proust". (Wikipedia)

Per ogni giornata di Serie A, la coincidenza cronologica con una sfida del passato riapre i cassetti della memoria calcistica. Questa è "Madeleine", ossia annodare nuovamente il filo che lega la storia del campionato italiano di calcio.


A Torino, il 5 ottobre 1986, va in scena un grande classico del calcio italiano: Juventus–Milan. I bianconeri arrivano all’appuntamento in testa alla classifica grazie a 3 vittorie consecutive: successi esterni a Udine ed Empoli, netta affermazione in casa con l’Avellino.

Per il Milan, invece, il campionato si annuncia come una stagione di transizione. L’obiettivo dichiarato è tornare in Europa, ma la strada è in salita dopo gli anni difficili e il ritorno dalla B. La partenza non è stata brillante: due sconfitte consecutive - all’esordio contro l’Ascoli a San Siro e sul campo del Verona - prima di ritrovare ossigeno con la vittoria contro l’Atalanta.

L’intervista ai presidenti

Arriva il momento delle interviste prepartita, nei minuti che precedono il big match della 4° giornata di Serie A. Al microfono non ci sono solo i presidenti dei due club più vincenti del calcio italiano: arrivano due figure che rappresentano epoche diverse, per un gioco del destino affacciate sullo stesso balcone della storia.

Gianni Agnelli, l’Avvocato, elegante senza sforzo, lo sguardo ironico di chi sa di essere al centro della storia. Silvio Berlusconi, il Cavaliere, giacca chiara e sorriso da venditore di sogni, l’aria di chi è arrivato nel salotto buono con mattoni di cemento e spot televisivi. La Juventus è la padrona del calcio italiano; il Milan iniziava a risorgere dal fango e dalla cenere in cui si era impantanato.

L’intervista prepartita assume i toni di un piccolo spettacolo teatrale.

Non è la sfida tra Agnelli e Berlusconi - dice l’Avvocato - è una sfida tra tecnici e giocatori”.

Berlusconi annuisce, ma nei suoi occhi c’è già l’ambizione di chi vuole cambiare non solo il Milan, ma il modo stesso di raccontare e interpretare il calcio.

Presidente Berlusconi, oggi vuole dare un dispiacere all’Avvocato?”
Proveremo a farlo…
Se vince il Milan è un gran risultato, se vince la Juve è quasi normale” - sorride sarcasticamente Agnelli.

L’Avvocato e il Cavaliere incarnano il vecchio capitalismo torinese e la nuova imprenditoria milanese. Lo scambio dura appena un minuto, ma racconta molto più della partita: è il ritratto di un’Italia sospesa tra due mondi. Un fotogramma di un Paese che sta per voltare pagina, spesso senza saperlo e, in molti casi, senza volerlo.

L’Italia che quella domenica si stringe intorno al pallone non è più quella cupa degli anni di piombo. È passata da un pezzo l’ombra del 1978, Moro, le Brigate Rosse, la paura dei cortei blindati; sono alle spalle anche la strage di Bologna del 1980 e le sirene delle volanti che per un decennio hanno fatto da colonna sonora al Paese.

Ma non siamo ancora nell’Italia della Seconda Repubblica, nata a seguito degli attentati di Capaci e via D’Amelio, Mani Pulite e il crollo dei partiti storici. Siamo a metà tra l’attentato del 2 agosto 1980 e le stragi di mafia. È un Paese sospeso: l'Italia crede di aver archiviato la paura, e invece ha davanti a sé la resa dei conti di un sistema che sta per implodere.

Milano scintilla, Torino lavora

Fuori dallo stadio, l'Italia del 1986 è divisa da una linea che corre lungo l'A4. A Milano pulsa un cuore accelerato: yuppies con Rolex al polso e Filofax sottobraccio, cocktail fluorescenti serviti nei locali di Corso Como, Amaro Ramazzotti il simbolo di una vita vincente. "Milano da bere" è più di una pubblicità: è la promessa che la festa durerà in eterno

È la città dei trentenni in doppio petto Armani che parlano al Motorola grande come un mattone, della Borsa in continua ascesa, dei party dove si incrociano pubblicitari, stilisti e finanzieri. Milano è diventata laboratorio del nuovo capitalismo italiano: i servizi, la comunicazione, lo spettacolo. Berlusconi ha costruito Milano 2, città-satellite dove le villette a schiera promettono un'America addomesticata, e i suoi canali televisivi trasmettono Dynasty e Dallas, Sacre Scritture del nuovo verbo yuppie. La parola d'ordine è velocità: carriera veloce, soldi veloci, successo rapido. ISilvio Berlusconi, il 20 febbraio 1986, compra il Milan sull’orlo del fallimento.

A Palazzo Chigi governa Bettino Craxi, che di quella Milano è il regista politico e lo specchio fedele. Il leader socialista incarna l'edonismo di quegli anni: la città diventa il salotto buono in cui economia privata e potere pubblico cenano allo stesso tavolo, brindano con lo champagne e parlano di affari mentre Raf e Umberto Tozzi dominano le radio. È il "rampante socialismo craxiano": ila traduzione del sogno americano tradotto, con meno grattacieli ma con la stessa fede nel mercato.

Craxi puntava a riportare il PSI al centro della scena politica, collocandolo in una posizione intermedia tra PCI e DC. Per farlo, riteneva necessario rivedere in profondità l’idea stessa di socialismo, fino a superarla, per proiettare il partito oltre i tradizionali confini della sinistra. Questa scelta implicava un vero e proprio revisionismo ideologico, che si rifletteva anche nel linguaggio: non si parlava più di “classe operaia”, ma di “mondo del lavoro”; non di “capitalismo” o “padroni”, ma di “sistema di mercato” e “imprenditori”.

Torino, invece, è ancora legata alla sua immagine austera: FIAT, tute blu, i cancelli di Mirafiori che alle 6 del mattino inghiottono migliaia di operai. La città ha conosciuto gli anni di piombo più di ogni altra: le Brigate Rosse, il rapimento Sossi, l'uccisione di Carlo Casalegno. Ha pagato un prezzo altissimo alla violenza politica e ora si richiude nel suo pragmatismo.

La Juventus è l'estensione naturale di questo capitalismo familiare: vincente ma discreto, lento a mostrarsi ma capace di durare. Gli Agnelli non hanno bisogno di urlare il loro potere: lo incarnano da generazioni. L'Avvocato - la sua eleganza svogliata, il maglione annodato sulle spalle, l'audacia di chi non deve dimostrare nulla - è tutto. Torino produce automobili e campioni, ma non vende sogni. Lavora, non balla.

Milano - il futuro che si annuncia a colpi di spot pubblicitari; Torino - il passato industriale che resiste. Due idee di Paese, due modi di intendere il successo, due capitalismi che si guardano con reciproco sospetto.

La partita

La Juventus, Campione d’Italia in carica, non ha più sulla panchina Trapattoni. Il nuovo mister è Rino Marchesi: allenatore estremamente pragmatico, concreto e dalle pochissime parole. La squadra tatticamente ricalca quella imbastita dal Trap. Nella sfida contro il Milan si schiera così:

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini (Caricola 60), Soldà, Brio, Scirea, Mauro, Manfredonia, Briaschi, Platini, Laudrup (Bonetti I. 58) - Allenatore Marchesi 

Sulla panchina rossonera troviamo invece il Barone, Niels Liedholm. Per la trasferta di Torino, a sorpresa, rinuncia al suo classico schieramento a zona per limitare Platini. Sarà Filippo Galli, a centrocampo, a braccare il campionissimo francese. La paura di perdere la terza partita su 4, converte l’esperto allenatore svedese verso un atteggiamento sorprendentemente accorto. Oltre alla marcatura su Platini, la “gabbia” prevedeva Manzo su Manfredonia, Bonetti su Briaschi. In avanti, invece, un'unica punta: lo squalo Hatley.

MILAN: Galli G., Tassotti, Bonetti D., Baresi F., Di Bartolomei, Maldini P., Donadoni (Virdis 73), Galli F., Hateley, Massaro, Manzo – Allenatore Liedholm 

Con queste premesse, è evidente che la partita non può brillare per occasioni. È una partita a scacchi giocata sul rettangolo di gioco. La Stampa, il giorno dopo, titolerà: 

Juventus Milan

Bruno Perruca, nel suo commento, utilizzerà una metafora culinaria: ci aspettavamo un risotto ai tartufi è arrivato un panino con la mortadella – aggiungerà saggiamente: Non sempre si può essere esigenti.

Il quotidiano torinese darà addirittura 4,5 a “Le Roi”, definendo quella del 5 ottobre la peggior partita di Michel Platini in Italia. “Offre qualche sporadica intuizione e niente più. Poco, nulla per un Campione del suo calibro e per la sua squadra che non può accontarsi di un Michel simile e irrimediabilmente finisce per soffrirne”.

La domanda che molti quotidiani si fanno il giorno successivo è se il Milan, rinunciando al gioco offensivo, abbia salvato sé stesso (e la panchina di Liedholm) oppure abbia perso l’occasione del colpaccio, vista la partita opaca dei bianconeri. In una partita chiusa, con forte spirito di abnegazione, il migliore in campo non poteva che essere Franco Baresi - 7 in pagella. 

Il crepuscolo degli anni '80

Nelle pieghe di quel pomeriggio autunnale ci sono già i segnali di ciò che verrà. Il miracolo della Milano da bere mostrerà le sue crepe: i conti non tornano, il debito pubblico esplode, la politica si affonda da sola. Nel 1992 Mani Pulite spazza via la Prima Repubblica. Antonio Di Pietro e i suoi pool di magistrati tirano fuori tangenti, mazzette, finanziamenti illeciti. Craxi fugge ad Hammamet inseguito dai processi e dalle monetine.

Berlusconi decide di "scendere in campo" con un annuncio in videocassetta. Sulle ceneri ideologiche di quel modello, nasce Forza Italia, partito che usa il linguaggio del marketing. I detrattori dicono che lo fa per salvare le proprie aziende dalla débâcle del sistema craxiano, lui dice per salvare il Paese dai comunisti.

Il suo Milan, prima e dopo il cambio di stagione politica, inizia ad alzare Scudetti e Coppe dei Campioni. Sacchi inventa un calcio rivoluzionario: pressing alto, zona stretta, collettivo perfetto. Van Basten, Gullit, Rijkaard diventano icone.

La FIAT degli Agnelli è costretta a cambiare. Torino scopre di non essere più il centro dell'universo industriale e inizia a reinventarsi. La Juventus vive anni complicati viene travolta dal Napoli di Maradona – il Sud che si ribella – e dall'esplosione rossonera. Soffre, ma resiste aggrappata alle radici: testardaggine, organizzazione, lavoro. Sbanda ma torna, torna sempre, a vincere e a dominare. Vincerà la Coppa Uefa 1993, la Serie A nel 1996, la Champions League nella stagione successiva.

Ma quel 5 ottobre 1986 non ci si immagina nulla di tutto ciò. C'è solo una partita a reti inviolate e la sensazione vaga che qualcosa, da qualche parte, stia cambiando pelle. Una parentesi di attesa, prima della tempesta. Una partita estremamente tattica vissuta guardando un orizzonte pieno di foschia. Tante cose possono nascondersi in uno 0-0. 

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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