
La vendita di San Siro, dal particolare al generale
San Siro e "modello Milano": per un approccio critico all'edilizia calcistica.
Durante una seduta notturna straordinaria del Consiglio Comunale del 30 settembre 2025, l’amministrazione della città di Milano ha ribadito come lo spazio pubblico - luogo appartenente alla collettività e da essa fruibile per attività esulanti l’abitativo - non sia un tema sul quale poter spendere un progetto politico: l'area circostante lo stadio di San Siro viene ceduta alle proprietà di Inter e Milan per €197 milioni.
La discussione, come noto, andava avanti da qualche anno, condita da comunicazioni circa la volontà di delocalizzazione che Inter e Milan avevano in mente in aree attigue il territorio municipale, col contestuale abbandono dell’area, salvo poi arrivare alla proposta inoltrata a fine settembre 2025. Ormai è concetto noto che il bilancio di una città, specie se delle dimensioni di Milano, necessiti di liquidità che possa permettere all’amministrazione la migliore gestione della cosa pubblica e che, pertanto, un’offerta economica di questo livello possa far ritenere utile cedere un luogo per curarne altri cento. Occorre però porsi delle domande, volte alla critica dell’accaduto.
La storia di San Siro pare lo voglia far tornare alle origini, quando venne eretto per volontà di un privato, l’allora presidente del Milan Pirelli, per dotare i rossoneri di un impianto dove poter disputare i propri incontri. Per darne magniloquenza appropriata, si conferì l’incarico all’architetto Ulisse Stacchini, già "autore" della Stazione Centrale, alla cui opera si è stratificata nei decenni quella di svariati ulteriori architetti e ingegneri, che hanno portato lo stadio Giuseppe Meazza ad assumere l'iconografia attuale.
Un edificio brutalista nella sua imponenza strutturale, contornato da torri cilindriche che paiono far ascendere gli spettatori verso un punto indefinito del Cielo, le cui linee delle strutture di copertura sono divenute distintive di un design che tratteggia Milano nel suo essere pubblica: dalle metro allo stadio.
Per la simbologia assunta in questo secolo di vita, San Siro/Meazza/La Scala del Calcio fa parte dell’immaginario meneghino assieme alla Madunina o alla Stazione Centrale. Qui alberga il nodo gordiano che affligge Milano, che sin dal 2015 cerca di lanciarsi verso la modernità costruttiva, e quindi visuale, della sua skyline non curandosi della sua bellezza storica ma, di contro, deturpandola.
Questa operazione, nello specifico, sta avvenendo da almeno una decina d’anni: temporalmente si potrebbe tracciare la linea di confine in corrispondenza dell’Expo 2015, lì dove (quasi) improvvisamente la genomica cittadina mutò correndo verso una modernità costruttiva già, però, vecchia nel concetto. Non fu un tema allora, non è un tema oggi: l’obiettivo di ogni mossa della politica è, appunto, politica. Allentare il pubblico attraverso il privato nelle forme di grandi consorzi o multinazionali.
Questa operazione ha sfigurato larga parte della città: ha innescato un processo centrifugo dei suoi cittadini, composto da una crescita esponenziale del costo della vita e stabilità salariale che non ha permesso il mantenimento della propria popolazione, non più in grado di sopportarne la vivibilità.
In questo senso è esemplificativa la zona attorno a San Siro: da un lato della strada vede abitazioni e uffici architettonicamente gentrificati ed economicamente inaccessibili alla maggioranza, dall’altro porta la decadenza della tutela del pubblico il cui esempio sono le case Aler (Azienda Lombarda per l’Edilizia Residenziale) e il “barrio” San Siro, abitato da chi questa città vuole espellere. Proprio questa zona sarà soggetta all’intervento di Inter e Milan per la costruzione del nuovo impianto che, però, non è ancora oggetto di concreta redazione da parte degli studi professionali incaricati. La scadenza dovrebbe arrivare a settembre 2026, tuttavia non si ha ancora un’idea di come sarà ripensata la zona di San Siro, di come saranno gestite la sua viabilità e - soprattutto - vivibilità.
San Siro/Meazza/La Scala del Calcio, quindi, avrà un tempo di sopravvivenza stimato fino al 2031, salvo ricorsi al Tar / inchieste su corruzione o reati affini / buon esito della conferenza di servizi, quando sarà abbattuto ed entrerà in funzione il nuovo stadio. San Siro continuerà la sua vita di spazio pubblico per l’intrattenimento privato? Ogni de profundis, quindi, può essere ora archiviato, ma le questioni devono essere poste oggi. Perché questa operazione politica possa convertirsi in qualcosa che non funga da agente gentrificatore ed espulsivo, ma che possa permettere un miglioramento della tenuta dei beni collettivi. Visto lo stato dell’arte, si potrebbe definire utopico.
Una domanda che ci si può porre criticamente è se il Comune non abbia saputo o voluto gestire una corretta mutazione di San Siro esercitando l’autorità che gli è connaturata, portando Inter e Milan a voler mantenere vivo un emblema della città portandolo, attraverso lavori strutturali compartecipati, verso una modernità comunque necessaria. Possibile che la contemporaneità non funga da detonatore urbanistico e sociale?
Volendo essere più specifici, si ritiene possibile che l’importanza architettonica di un bene o di una zona possa ritenersi centrale per una città e, pertanto, divenire catalizzatore di fondi di svariata natura senza che il risultato sia un esproprio da parte dei privati? Il pubblico può ancora avere un ruolo nevralgico nella determinazione della vita collettiva, che non insista solo sul lato burocratico o sui servizi primari ed essenziali? Ci può essere un mecenatismo comunale volto all’abbellimento e al rendere un qualcosa di pubblico realmente collettivo?
Certo, la parola “esproprio” farà storcere il naso per la sua ontologia legata a una forma di privazione del privato verso il pubblico, contraria all’operazione di cui si discute. Però rende molto bene ciò che Milano e i corpi che l’attraversano giornalmente sentono calarsi attorno senza possibilità di reazione. Si pensi, banalmente, al Leoncavallo: al di là della visione politica che si possa avere, dopo 50 anni è divenuto, come riconosciuto dalla Sopraintendenza, patrimonio collettivo non solo per la sua storia immateriale ma per ciò che le sue mura contengono e riportano dipinte. Eppure è destinato a divenire lussuoso palazzo residenziale.
Certo, mentre quest’ultimo era votato a una attraversabilità universale, San Siro è un qualcosa di gestione prettamente privatistica, imparagonabile per storia ma legato da un file rouge e da una necessità impellente che non deve riguardare solo Milano ma che da essa, però, deve partire. Occorre ridefinire un vincolo - giuridico o morale - che leghi la gestione del pubblico e la definizione del bene collettivo tutelabile così che non ci si debba trovare improvvisamente ricacciati via per inseguire un nuovo patto sociale.
Potrà darsi che estrapolare tutto quanto detto da un argomento come il calcio e dalla gestione di un bene che ne è suo emblema appaia esagerato. Ma il pallone c’ha insegnato che è sempre antesignano di nuovi modi e forme di vedere e leggere la società. La speranza è che San Siro possa farlo, più e meglio del D.A.SPO e di altri meccanismi sociali, nella miglior maniera possibile.
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