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Volley Mondiali
, 30 Settembre 2025

Il volley italiano non fa differenze di genere


Dopo il grande successo al Mondiale di volley femminile, l'Italia conquista anche quello maschile.

Un popolo di santi, poeti e navigatori è una definizione oramai passata, per gli italiani. Oggi, siamo più che altro un popolo di pallavolisti, capaci di diventare campioni del mondo, anzi campion* del mondo, sia nel settore femminile sia nel settore maschile, segnando una parità di genere fattuale. Dopo lo straordinario successo femminile, anche gli azzurri di Fefè De Giorgi si sono laureati campioni del mondo nelle Filippine, difendendo il titolo già vinto nel 2022 e dando vita ad una doppietta di genere storica, riuscita solo all’URSS prima d’ora, nel 1952 e nel 1960.

Una parità di genere che oltre che sul campo si riscontra anche nell’ambiente pallavolo, che conta sì una prevalenza forte di tesserate, ma trova comunque più di 80'000 praticanti di sesso maschile, con un pubblico che riempie costantemente i palasport e segue con passione un fenomeno che in realtà si radica nel tempo: dagli anni Novanta, da quella generazione di fenomeni che iniziò a farci sognare, il volley è lo sport che ha regalato più medaglie azzurre, e lo ha fatto con più costanza. I 4 milioni di telespettatori di ieri sono la base dell’iceberg la cui punta sono dei successi straordinari come quelli firmato dalle nostre selezioni.

È stato un mondiale vinto da sopravvissuti, da qualunque parte la si guardi. Da un lato, perché molte delle favorite sono inaspettatamente state eliminate molto presto: è il caso della Francia bi-campione olimpica in carica, che insieme a due altre possibili medagliate come il Brasile ed il Giappone ha salutato il torneo già ai gironi qualificatori.

Poco meglio è andata agli USA, che dopo l’argento di Parigi si sono spinti sino ai quarti di finale, da un lato del tabellone agevolato dalle uscite eccellenti, per poi cadere rovinosamente. Noi siamo sopravvissuti a diverse altre situazioni: di difficoltà. Se di quanto è successo nel biennio precedente parleremo dopo, possiamo dire che la vera sliding door del nostro torneo è stata la sconfitta con il Belgio avvenuta nel girone: là, quando sembravamo vicini al fondo, ad esser l’ennesima esclusa eccellente, abbiamo capito in realtà che avremmo potuto solo risalire, laddove fossimo stati capaci di ricompattarci. E che, se lo avessimo fatto, il tabellone ci avrebbe aiutato un pochino, dandoci una big solo in semifinale.

Da quel momento in poi, la sicurezza nei propri mezzi ha continuato a crescere con costanza. La prestazione con l’Argentina ha regalato quella piacevole sensazione di quando ritorna una cosa bella, dopo tanto tempo che la si aspettava; la rivincita con il Belgio ai quarti, invece, è stata poco più di una formalità. Delle due ultime, splendide partite, tocca parlarne però per bene, perché sono iconiche di come questo gruppo abbia portato a casa la coccarda iridata. In semifinale ci attendeva la più big, tra le big, quella Polonia capace di travolgerci in finale europea e diverse volte negli ultimi anni.

Ma è proprio là che l’Italia si è ricordata dei suoi punti cardinali, quelli che le avevano permesso di stupire tutti nel mondiale del 2022, battendo proprio Wilfredo Leon e compagni a casa loro: sarebbero tanti, troppi da elencare, a livello tecnico; a livello attitudinale possiamo riassumerli con spirito di squadra e spregiudicatezza. Non sono parole vuote, perché quella che fu la giovane Italia ha ripreso ad avere pazienza, difendere insieme ogni pallone, aiutarsi: tutte quelle cose che ci avevano fatto grandi e che per qualche motivo, nell’ultimo biennio, erano venute meno bene, portandoci giù dal podio a Parigi e instillando dubbi e critiche indubbiamente troppo frettolose.

Michieletto è tornato a regalare colpi tecnici sopraffini e sorridere come un bambino quando gli riuscivano, Romanò è tornato a guardare il mondo in cagnesco e servire come un indemoniato, i centrali a dare le sicurezze che ci mancavano, Balaso a mostrare che nessuna palla è indifendibile. Ci mancava Lavia, infortunatosi poco prima di partire, e allora Bottolo ha pensato che fosse il momento giusto per togliersi l’etichetta di promessa e mettersi quella di certezza. Arrivati così, in finale, pochissimo ha potuto anche la splendida Bulgaria di Blengini, rivelazione del torneo. Siamo in lacrime a centro del campo, campioni del mondo, lo siamo di nuovo. Dopo aver superato le tempeste, dopo esserci ricostruiti. E per questo, ancora più bello.

Fefè De Giorgi è il primo a vincere 5 mondiali. I primi tre, Fefè li vinse da giocatore, e su questo ama raccontare una storia: a lui, alto "appena" un metro e ottantasette, dicevano sempre che mancasse qualche centimetro per fare una categoria in più. Così, quando giocava in Serie C ha provato a superare sé stesso e dimostrare che poteva giocare anche in B; arrivato in Serie B, ha fatto un altro passo per arrivare in Serie A, e ce l'ha fatta. Poi è arrivata la nazionale e si è dovuto ingegnare per competere a livello internazionale; poi è diventato campione del mondo, e allora di quei centimetri mancanti non si preoccupava più nessuno.

Fefè dice sempre che se non gli avessero fatto notare troppo spesso quei centimetri mancanti, non si sarebbe mai sforzato per fare quegli sforzi in più, superare se stesso e gli apparenti limiti imposti dalla natura, e che quindi, quei centimetri, in fondo, sono stati la sua grande fortuna. De Giorgi, davanti ai problemi, non si è mai concentrato su cosa mancasse, ma cosa lui potesse fare per migliorare.

In questa nazionale ad un certo punto, quando i risultati cominciavano a mancare ed anche la sorte lo aveva messo spalle al muro con un infortunio importantissimo alla vigilia della partenza, Fefè ha fatto ciò che gli viene meglio: ha guardato le carte che aveva in mano, e si è ingegnato per usarle al meglio, come fanno i fuoriclasse, quelli che sono capaci di diventare - per 5 volte - campioni del mondo. Lacrime, dicevamo. Quelle di Simone Giannelli, il capitano, in una intervista post partita che sarebbe da proiettare a ripetizione a tutte le squadre giovanili per i valori che esprime, per come lo fa.

Quelle di Daniele Lavia, costretto a vedere la finale da uno studio Rai e non sul Taraflex, era distrutto, pallido, abbracciato a distanza dal suo capitano in un misto di soddisfazione per un percorso che è anche il suo e di rimpianto per un infortunio che gli ha negato di vivere in prima persona questa gioia. Quelle di Anzani, che due anni fa ha rischiato di dover abbandonare il campo per un problema cardiaco: sul campo non solo ci è tornato, ma ha conquistato un oro, accanto a quel cuore che aveva fatto temere il peggio.

Lacrime che avvicinano, che umanizzano lo sport, che avvicinano il pubblico, probabilmente stufo di super uomini da contratti milionari che dicono sempre le solite due frasi pre-compilate nelle interviste tra un tempo e l’altro. Chi piccolo giocava a pallavolo, spesso, veniva deriso, perché il volley veniva identificato, nell’immaginario collettivo, come uno sport non propriamente mascolino: ecco, oggi questo sport è quello che rappresenta più propriamente la parità di genere, e non solo per i numeri di cui parlavamo poc’anzi, ma soprattutto perché mostra quel lato né maschile né femminile, ma umano, degli sportivi, e lo fa con orgoglio. Allora, differenze di genere proprio non ne può fare, specialmente se si tratta di vincere.


  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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