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Mourinho Benfica
, 25 Settembre 2025

Come andò la prima volta di Mourinho al Benfica


25 anni dopo, lo Special One ritorna a Lisbona.

Per parlare del ritorno di Mourinho al Benfica si può tirare in ballo il concetto di rivoluzione, inteso però nel senso tradizionale del termine. Dal latino revolvere, ossia “riavvolgere” o “volgere indietro”, per molti secoli “rivoluzione” incarnò in vari campi una sorta di eterno ritorno, arrivando ad assumere soltanto dal 1789 in poi il significato odierno di “cambiamento radicale e definitivo”. Troviamo applicazioni del genere in Polibio, che parlava dell’avvicendarsi delle diverse forme di Stato come di un ciclo continuo (ἀνακύκλωσις), e in Thomas Hobbes, che giudicò l’esperienza politica di Cromwell come la rivoluzione perfetta proprio perché l’Inghilterra in quei decenni passò dalla monarchia a una democrazia puritana per poi tornare alla monarchia.

Rimanendo nel significato etimologico, dunque, cosa c’è di più calcisticamente rivoluzionario dell’ultima mossa di Mourinho, che torna dove tutto era iniziato dopo 25 anni in cui ha vinto in lungo e in largo?

Quella del tecnico di Setúbal è stata una rivoluzione, volendola intendere in questo senso, lunga e intensa, che lo ha visto percorrere prima un ripidissimo arco di parabola ascendente e poi una lento declino, passando per 5 paesi e vincendo 26 trofei. Abbiamo imparato che è molto difficile che una squadra di Mourinho vivacchi nell’indifferenza collettiva, nel bene e nel male.

Oggi però parleremo dell’inizio e della fine della sua rivoluzione, entrambe da svolgersi sulla panchina della squadra più titolata del Portogallo, che lo riaccoglie tra le sue braccia a un quarto di secolo di distanza. La nostra storia parte dal principio della prima esperienza benfiquista di Mourinho: 20 settembre 2000.

Quello di Mourinho era già allora un nome sulla bocca di molti: il tecnico di Setúbal aveva appena lasciato il Barcellona, e aver lavorato con tecnici del calibro di Robson e Van Gaal in qualità di assistente gli forniva la nomea di possibile futuro grande allenatore. Il non ancora Special One già nel giugno 1999 rilasciò una lunga intervista a Record (consigliatissima) nella quale rivelò di aver rifiutato un quadriennale da una squadra portoghese poco dopo essere diventato assistente del Barcellona e di aver già avuto contatti con lo stesso Benfica: nel maggio 1999 il presidente João Vale e Azevedo gli aveva proposto di subentrare all’esonerato Souness come primo allenatore per qualche partita per poi diventare assistente di Heynckes all’inizio della stagione successiva, trovando tuttavia un rifiuto.

Il matrimonio, però, è solo rimandato. Sarà decisivo l’esonero di Van Gaal al Barcellona al termine del deludente 1999/2000: Mourinho inizia il precampionato dell’annata successiva al fianco di Lorenzo Serra Ferrer, ma dopo poche settimane decide che è giunto il momento di mettersi in proprio e lascia la Catalogna per tornare a Setùbal in attesa di una proposta che lo gratifichi.

La prima offerta è quella del Newcastle di Bobby Robson, con cui Mourinho aveva già lavorato in blaugrana: l'inglese gli propone di diventare suo assistente al Newcastle per due anni per poi subentrargli come primo allenatore, ma lui rifiuta. La causa? Il portoghese dubita che Robson possa davvero cedergli così facilmente la panchina della squadra che tifava sin da bambino.

La seconda offerta, che sarà quella risolutiva, proviene sempre dal Benfica: Heynckes viene esonerato dopo 5 partite della stagione 2000/01 e il presidente Vale e Azevedo, sotto consiglio del dirigente Eladio Parames, sceglie Mourinho. In un primo momento le radio locali danno per certo l’ingaggio di un altro allenatore, Toni: Mourinho, perplesso, nel viaggio in macchina verso Lisbona chiama Parames (che in futuro sarebbe diventato suo portavoce) per chiedergli se l’intenzione fosse quella di proporgli nuovamente un posto da assistente - perché in quel caso sarebbe arrivato un secco rifiuto.

Dall’altro lato della cornetta arrivano però rassicurazioni: il prescelto è lui. Il 20 settembre 2000 arriva così la firma su un contratto valido fino a fine stagione. Un primo motivo di contrasto nasce sul tema del vice-allenatore: il Benfica propone Jesualdo Ferreira, ma Mourinho si impunta per Carlos Mozer, ex difensore brasiliano con un passato proprio al da Luz.

La partita d’esordio è una trasferta contro il Boavista. La prima formazione titolare della carriera di Mourinho è la seguente. Modulo 4-3-3: Enke; Rojas, Ronaldo, Madeira, Dudic; Poborsky, Meira, Maniche; Sabry, van Hooijdonk, Carlitos. L’inizio è tutt’altro che da sogno: il Boavista - che a fine stagione vincerà il primo e unico campionato della sua storia - supera il Benfica per 1-0 grazie al gol di Duda dopo 2'.

Anche nelle due partite successive il Benfica di Mourinho fatica a ingranare: prima un 2-2 in casa contro gli svedesi dell’Halmstad che vale l’eliminazione dalla Coppa UEFA, poi un 2-2 in casa contro il Braga. Tra i tentativi di Mourinho per cercare di cambiare la rotta c’è l'attingere dal settore giovanile: Fernando Meira, Diogo Luis, Miguel Monteiro, Carlitos e Maniche entrano in pianta stabile nelle rotazioni della squadra, anche a scapito di colonne come Paulo Madeira, Ronaldo Guiaro, Abdel Sattar Sabry e Karel Poborsky.

È proprio l’assenza di gerarchie prestabilite, unita a gesti dal forte valore simbolico come il divieto per i dirigenti di accedere agli spogliatoi, che cementa la stima del gruppo per il tecnico. I giocatori del Benfica si fidano di lui anche per i suoi innovativi metodi di allenamento: sin da subito vengono applicati i principi della periodizzazione tattica, teorizzata dall’accademico portoghese Vitor Frade, che consiste nell’integrazione del lavoro tecnico, fisico e mentale all’interno di quello tattico.

Nella periodizzazione tattica il campo viene diviso in zone e i giocatori si allenano con la palla per 60/90' provando varie micro-situazioni studiate in base al modello di gioco della squadra: il lavoro atletico non scompare, ma invece che in esercitazioni separate (es. corsa a secco) viene svolto all’interno del lavoro con la palla, e nello specifico all’interno del lavoro tattico. Questi concetti saranno adoperati anche da altri allenatori della scuola portoghese come Carlos Queiroz, André Villas-Boas, Paulo Fonseca, Carlos Carvalhal e Vitor Pereira e finiranno per influenzare futuri santoni come Guardiola, Bielsa e Nagelsmann. Dal punto di vista dell’evoluzione del calcio, sarà probabilmente questo il più grande lascito di Mourinho.

Tornando al Benfica, la squadra alla lunga inizia a ottenere i risultati sperati: dal 15 ottobre al 26 novembre arrivano 5 vittorie, 1 pareggio e 1 sconfitta tra campionato e coppa nazionale, che portano la squadra dal 9° al 6° posto in Primeira Liga.

Anche così, però, Mourinho non fa mancare le polemiche che lo accompagneranno per tutta la carriera. Il malcapitato è l’egiziano Sabry, che lo criticherà pubblicamente per via dello scarso minutaggio ricevuto incontrando una durissima risposta in conferenza stampa, nella quale verrà anche sbeffeggiato per la sua scarsa professionalità ("L'unica partita in cui ha giocato solo 20' è stata contro il Paços de Ferreira, quando, tra l'altro, ha impiegato 8' per preparare scarpini e parastinchi! Davanti a me, tutta la squadra in panchina si è messa le mani nei capelli, incapace di capire come un giocatore che avrebbe dovuto subentrare impiegasse 8' per entrare in campo. Quel giorno, quando ha giocato solo 20', avrebbe potuto giocarne 28”).

Al di là dei primi screzi, comunque, la squadra sembra funzionare. Il picco della prima esperienza da allenatore di Mourinho viene toccato il 3 dicembre 2000: il Benfica, davanti ai 65.000 del da Luz, vince per 3-0 il derby contro lo Sporting grazie al gol di van Hooijdonk e alla doppietta di João Tomás.

A quel punto, il tecnico di Setúbal decide di chiedere un rinnovo biennale alla società, perché il 27 ottobre precedente Manuel Vilarinho aveva sconfitto nelle elezioni presidenziali João Vale e Azevedo, dando il via a continue speculazioni su un possibile avvicendamento in panchina a favore di Toni, notoriamente ben visto dal nuovo presidente. Mourinho, insomma, riteneva che soltanto un prolungamento del contratto le avrebbe messe a tacere. La proposta, però, viene rifiutata, e così il 5 dicembre 2000, il tecnico di Setúbal rassegna le dimissioni insieme al suo assistente Mozer dopo soli 76 giorni in carica. Al suo posto arriverà effettivamente Toni, che chiuderà la stagione al 6° posto in campionato - record negativo della storia del Benfica.

Sia Mourinho sia Vilarinho, più avanti, si dichiareranno pentiti della decisione presa: il primo di essersi dimesso, il secondo di aver rifiutato di rinnovare il contratto a un allenatore che stava facendo vedere ottime cose. Poco male, comunque: Mourinho già nel 2001/02 troverà panchina all’União Leiria, che porterà al 4° posto a gennaio prima di essere chiamato a stagione in corso dal Porto. Il resto è storia, e vedrà Mourinho segnare un’epoca tra Dragões, Chelsea, Inter, Real Madrid, Manchester United, Tottenham, Roma e Fenerbahce prima di tornare ad allenare in patria a più di 21 anni dall’ultima volta.

Quella in cui subentra, tra l’altro, si tratta di una situazione curiosamente simile a quella in cui si trovò un quarto di secolo fa: il 25 ottobre 2025 ci saranno le elezioni presidenziali del Benfica, nelle quali Rui Costa, che si è assunto la responsabilità dell’ingaggio di Mourinho, verrà sfidato da cinque candidati diversi. C’è chi pensa, non a caso, che lo Special One sia stato proprio l’asso nella manica dell’ex Fiorentina e Milan per galvanizzare la sua campagna elettorale. 

Al di là delle questioni politiche, però, Mou è tornato al Benfica prima di tutto per vincere. In patria sono in molti a sostenere che il ritorno in Portogallo sia solo un preludio all’approdo sulla panchina della nazionale, che lo Special One ha sempre detto di avere come obiettivo per gli ultimi anni della carriera. La clausola nel contratto con il Benfica che gli consentirebbe di liberarsi in qualsiasi momento, in effetti, sembra quasi inserita ad hoc. Chiudere la carriera con il Mondiale da giocare in casa nel 2030 sarebbe veramente un finale da 10 e lode. Un finale da José Mourinho.

  • Nato nel 2005, appassionato di allenatori, nazionali e allenatori delle nazionali. Amante dei non luoghi, della torta Sacher e del mare. Vive nel culto di Guillermo Ochoa.

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