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Siria
, 23 Settembre 2025

Il calcio nella nuova Siria


Tra guerre interne, repressioni e patti segreti, il calcio nella Siria post-Assad si sta trasformando insieme alla società.

Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, la Siria sta affrontando una difficile transizione verso la democrazia. Al timone del nuovo governo vi è Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ, figura emersa dal movimento rivoluzionario conosciuto con il nome di guerra di Abu al-Jawlānī. Nonostante le intenzioni dichiarate di costruire un sistema democratico, il paese continua a essere teatro di fratture interne, rivalità storiche e tensioni latenti che, negli ultimi mesi, sono esplose in nuovi focolai di violenza.

Il caso di Damasco e l’escalation intercomunitaria

L'11 luglio 2025, a Damasco, l'aggressione a un venditore ambulante druso da parte di un gruppo di militari di etnia beduina ha riacceso le tensioni tra le comunità presenti nel paese. L’episodio, inizialmente circoscritto, ha rapidamente degenerato in scontri violenti nella provincia, coinvolgendo milizie druse e combattenti beduini. A complicare ulteriormente la situazione è intervenuto l'esercito governativo, che, nel tentativo dichiarato di sedare i disordini, ha finito per commettere violenze su entrambe le fazioni in conflitto.

Le azioni contro la comunità drusa hanno scatenato la reazione immediata di Israele, che ha risposto con un bombardamento mirato su Damasco e contro alcune postazioni delle forze armate siriane. L’intervento israeliano ha attirato l’attenzione della comunità internazionale, in particolare quella degli Stati Uniti, che il 19 luglio hanno mediato un fragile cessate il fuoco tra Israele e Siria.

In un discorso trasmesso in diretta televisiva, al-Sharaʿ ha condannato le violenze, esortando i combattenti beduini a rispettare il cessate il fuoco e promettendo un’indagine per identificare i responsabili dell’aggressione contro la comunità drusa.

Crisi di consensi e rischio ritorno al passato

Il presidente siriano deve ora fare i conti con una netta diminuzione del consenso, aggravata anche da una serie di massacri ai danni della minoranza alawita in diverse regioni del paese. Il rischio di un ritorno al clima di terrore vissuto durante l’epoca di Assad appare sempre più concreto per una parte della popolazione, nonostante al-Sharaʿcontinui a godere di una certa legittimazione come “liberatore” del paese.

L’ambiguità delle sue azioni, alcune delle quali denunciate come autoritarie, contrasta con l’avvio di un processo democratico ancora in fase embrionale. Sono state annunciate nuove elezioni per il 2026 e avviate alcune riforme istituzionali, ma la mancanza di una linea politica chiara e il clima di instabilità minano la fiducia popolare.

La Siria ha perso miliardi di dollari in PIL e le infrastrutture sono ridotte allo stremo. Secondo fonti internazionali, 9 cittadini su 10 vivono in condizioni di estrema povertà. L’Unione Europea e gli Stati Uniti, in risposta alla transizione politica, hanno iniziato ad alleggerire alcune delle sanzioni, aprendo spiragli per la ripresa economica.

Sul fronte della politica internazionale, Israele, dopo il cessate il fuoco, ha avviato negoziati informali per consolidare la propria presenza sulle Alture del Golan, considerata area strategica per il controllo del confine nord. L'atteggiamento ambiguo della Russia merita una nota a parte: secondo un’intervista rilasciata dallo stesso al-Sharaʿ, Mosca avrebbe consapevolmente lasciato cadere il suo storico alleato Assad, in cambio della garanzia di accesso a porti e infrastrutture fondamentali per l’economia di guerra del Cremlino.

La Siria oggi si trova a un bivio: da un lato la possibilità concreta di rinascere dalle macerie della guerra civile e del regime autoritario; dall’altro, il pericolo che nuove tensioni interne e derive autoritarie possano riportare il paese indietro di decenni. In questo scenario incerto, il popolo siriano rimane sospeso tra disillusione e speranza, in attesa di capire se il cambiamento promesso sarà reale o solo l’ennesima illusione. In questo contesto apparentemente indecifrabili, il calcio siriano, come sta andando?

Il sogno mondiale infranto e una partita surreale

La Siria non è riuscita a qualificarsi per i prossimi Mondiali del 2026, chiudendo al terzo posto nel girone dietro a Giappone (18 punti) e Corea del Nord (9 punti). Una delusione che si intreccia con il complesso processo di rinascita del Paese: il calcio, come la politica, ha bisogno di tempo per riorganizzarsi, superare il caos e trovare una nuova identità. In questo contesto, una partita su tutte è destinata a restare negli archivi più surreali del calcio asiatico e non solo.

Corea del Nord - Siria, 6 giugno 2024

Un match fondamentale per la corsa al Mondiale, ma segnato da eventi poco chiari, se non grotteschi. Giocata in campo neutro, in Laos, davanti a una manciata di tifosi nordcoreani, la gara si è svolta in un clima di totale opacità. Le comunicazioni ufficiali, perfino da parte dell’AFC (la Confederazione Asiatica di Calcio), sono apparse contraddittorie: si è inizialmente parlato di un vantaggio siriano per 1-0, poi di uno 0-0, quindi di un pareggio per 1-1, fino al risultato finale, ribaltato ore dopo, di 1-0 per la Corea del Nord.

La memoria del 2018 e il simbolo di Omar Al Soma.

Non è la prima volta che la Siria sfiora l’impresa in condizioni drammatiche. Nel 2018, in piena guerra civile e con oltre 400.000 morti, la Nazionale era riuscita ad arrivare agli spareggi per Russia 2018, strappando un pareggio eroico contro l’Iran (2-2). Tra i protagonisti, un nome su tutti: Omar Al Soma.
Il suo percorso personale è lo specchio del conflitto siriano.

Attaccante talentuoso, Al Soma esordì nel 2012, ma pochi mesi dopo fu sospeso dalla Nazionale per un gesto ritenuto “sovversivo”: durante la finale della Coppa d’Asia Occidentale, sventolò la bandiera della rivoluzione siriana davanti ai tifosi, diventando il primo calciatore a schierarsi pubblicamente contro il regime di Assad. Un atto simbolico, ma pagato caro: cinque anni di esilio calcistico.

Al Somah Siria
Al Soma mostra la bandiera al pubblico dopo la vittoria 1-0 contro l'Iraq

Nel 2017, il ritorno: convocato in extremis per le qualificazioni, segnò il gol del pareggio al 93’ contro l’Iran, trascinando la Siria agli spareggi. Anche lì andò a segno, ma la squadra fu eliminata nel ritorno contro l’Australia, grazie a una doppietta di Tim Cahill nei tempi supplementari. Il sogno mondiale svanì, ma restò vivo il simbolo: quello di un atleta che, per molti siriani, rappresenta ancora oggi una voce libera in un paese soffocato.

Ripartire dai giovani

Sfumata la qualificazione mondiale, ci sono però segnali incoraggianti altrove. La nazionale under 23 si è qualificata per le fasi finali della Coppa d’Asia, segnando un piccolo ma importante passo verso la rinascita sportiva. Non si tratta solo di calcio: queste nuove leve sono lo specchio di un Paese che cerca di rompere con il passato e affidarsi a una generazione cresciuta tra guerre, rivolte e silenzi.

La Siria ha bisogno di nuova linfa. Che sia politica, sociale o sportiva, la rinascita passerà da chi ha conosciuto solo macerie, ma guarda avanti. Non è un caso che la Siria fu una delle prime nazioni mediorientali a partecipare alle qualificazioni per i Mondiali, già nel biennio 1950/1954. Oggi, come allora, è il momento di tornare a giocare, e sognare, un futuro diverso.

L'under 23 siriana si è qualificata alla Coppa d'Asia di categoria battendo Filippine, Nepal e Tajikistan.

Il campionato siriano

Come la Nazionale, anche il campionato siriano ha dovuto affrontare una sospensione a causa della guerra civile scoppiata nel Paese. Tradizionalmente, il campionato di Prima Lega - l'equivalente della Serie A - si articola in due gironi da 12 squadre ciascuno, con partite di andata e ritorno. Al termine di questa fase, le prime due classificate di ciascun girone si sfidano in una finalissima per decretare la squadra campione.

Tuttavia, il rovesciamento del regime di Assad e le successive rivoluzioni interne hanno portato a una ristrutturazione del torneo, almeno per la stagione 2024/25. È stato adottato un nuovo formato: un girone unico, al termine del quale le prime quattro squadre si affrontano in un mini torneo per la vittoria finale.

Quest'ultima edizione è stata vinta dall’Al-Ittihad Sports Club of Aleppo. Fondato nel 1942, è il club più titolato della Siria, con 6 campionati nazionali, 9 Coppe di Siria e una Coppa dell’AFC, l’equivalente asiatico dell’Europa League. Per quanto riguarda invece l’AFC Champions League Elite, la massima competizione per club in Asia, la Siria non ha mai conquistato il trofeo.

Nella stagione attuale, già iniziata con la prima giornata, non è presente alcuna squadra siriana. A partire dall’edizione 2024/25, l’AFC Champions League Elite ha adottato un nuovo formato: una fase a girone unico con 24 squadre, suddivise in due zone (Est e Ovest), preceduta da turni di qualificazione per le squadre che non accedono direttamente alla fase principale. Il numero di squadre partecipanti per ciascuna federazione è determinato ogni anno dal Comitato Competizioni dell’AFC, secondo criteri simili a quelli utilizzati dalla UEFA.

La stagione 2025/26 di Prima Lega prenderà il via a inizio ottobre, ma non è ancora stato deciso se verrà ripristinato il formato tradizionale del campionato o se si continuerà con la formula adottata nell’ultima stagione. L’incertezza, ovviamente, è data sia dall'instabilità della politica interna siriana sia dalle condizioni in cui versano molte delle infrastrutture sportive (e non).

l'International Stadium di Aleppo, dopo essere stato riparato nel 2016, è stato distrutto da un incendio dopo la caduta del regime.

Molti club siriani, infatti, non disputano le partite nei propri stadi tradizionali da anni. Alcune squadre sono state costrette a giocare in città neutrali situati in aree considerate più sicure durante il conflitto - come Damasco o Latakia, ex roccaforti di Assad - per garantire l’incolumità di giocatori, staff e tifosi. Tuttavia, dopo la caduta del regime, proprio le aree più "tranquille" del paese sono diventate tra le più rischiose.

Inoltre, molti impianti storici - ad esempio il Municipal Stadium di Aleppo - hanno subito gravi danneggiamenti e sono stati ripristinati solo in parte. Nonostante le evidenti difficoltà, una ricostruzione sociale economica in ripresa e un nuovo leader non così solido al comando del paese, il calcio siriano tenta in qualche di rimanere a galla e di essere protagonista della normalizzazione della Siria.

Alcuni stadi hanno riaperto progressivamente, diventando simboli di ripartenza e speranza. Il Fayhaa Stadium di Damasco, ad esempio, è uno dei più utilizzati per ospitare partite di rilievo, grazie alla sua posizione in una città relativamente stabile e alla capacità di oltre 12'000 spettatori.

Il calcio non si ferma mai. Non si arrende e non si piega a conflitti, guerre civili o rovesciamenti di potere. Può subire delle interruzioni, ma come l'esempio della Siria dimostra, il calcio e lo sport in genere cercano sempre di trovare una strada da percorrere, una via di pace e collaborazione al di là della politica, inseguendo l’eterno sogno del Mondiale.


  • Giornalista e aspirante comunicatore sportivo. Scrivo di calcio, politica internazionale e cinema cercando di unire queste mie passioni in un unico grande racconto.

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