
Urbano Cairo ha rovinato la prima allo stadio di mio figlio
Un giorno che ogni tifoso del Torino vorrebbe ricordare, o forse no.
Era la prima volta che portavo mio figlio allo stadio. Un momento che sognavo da una vita: ho sempre considerato il tifo più una trasmissione di valori comuni, qualcosa che tiene legate persone anche distanti. Mi ha riempito le domeniche da fuorisede in cui mi mancava casa, e allora scrivevo un messaggio a mio padre, scambiandoci le pagelle sulla partita del Torino. Un patrimonio culturale, qualcosa da trasmettere, e non sono menate.
E allora che bello preparare le sciarpe dentro allo zainetto, cercare i cuscinetti da stadio anni '90 che puntualmente non sappiamo in che cassetto siano finiti, imparare l’inno a memoria. Andare allo stadio per Torino-Atalanta, con mio papà e mio figlio, da padre e da figlio, aveva nella testa un valore speciale, forse perché tanti dei ricordi che ho sono allo stadio, con papà, da bambino, e mi piace pensare che anche mio figlio un giorno li possa avere.
Troviamo parcheggio agevolmente - oramai i pienoni che costringevano a raggiunger l’Olimpico Grande Torino in bus sono un ricordo lontano -, neanche ai tornelli c’è ressa. Come nei miei sogni, Ernesto sale le scale sulle mie spalle. Come nei miei sogni, quando lo stadio si spalanca davanti ai suoi occhi, assume uno sguardo incredulo.

Lo stadio è vuoto per un quarto: la Curva Primavera è deserta. Forse è più stupefacente il fatto che sia pieno per i restanti tre quarti, visti i chiari di luna. Nella mattinata di domenica 21 settembre 2025 c’è stata una marcia di contestazione nei confronti di Urbano Cairo: la maggior parte dei tifosi, insieme alle sciarpe, ha un fischietto, che dovrà esser usato ogni 10’ per rispondere al Presidente, che ha definito i contestatori un “acufene”.
Ci sono pochi striscioni, nessuno dei quali al di fuori dalla Maratona. Per fortuna, dalle nostre sedute, siamo più vicini alla curva gremita: Ernesto ne è incantato, specialmente quando tutti elevano, come in una coreografia, un cartello bianco. Non sa leggere, ma se lo sapesse fare vedrebbe che non c’è scritto nulla di incoraggiante. Un enorme “Cairo Vattene”, ripetuto incessantemente per i successivi 100’, assieme a parole meno edificanti.
Provo a scacciare questa atmosfera rabbiosa e mesta. C'è la lettura delle formazioni, e poi parte l’inno. Mio papà ed Ernesto cantano assieme, e un po' mi commuovo: era tanto, quasi tutto, di quello che avrei voluto da questo pomeriggio. Certo, avrei voluto anche che il Torino facesse qualcosa di buono contro una Atalanta rimaneggiata prima e durante la partita e reduce dalla disfatta di Parigi in Champions League: nella mia visione ottimistica sarebbero potute esser un fattore a nostro favore.
A dire il vero, forse per questo ottimismo o per la bellezza di questa giornata, per 20’ sembra che il Torino possa dire la sua. Ma, ovviamente, è solo mera illusione: mentre Ernesto gioca con le figurine, in 10’ la difesa del Torino mostra tutta la sua pochezza e si fa infilare da Krstovic e Sulemana, chiudendo tutti I giochi già sul finire del primo tempo.
Da questo momento, la partita non esiste più. Solo contestazione, fischi senza sosta, inviti poco nobili al presidente e anche ai giocatori - sicuramente meno colpevoli di chi sta sopra di loro, ma che non fanno nulla per risparmiarsi le critiche. A parziale discolpa degli atleti, c’è che giocare in un clima del genere deve essere davvero complicato, senza un singolo coro di sostegno, fischi ad ogni errore, silenzio tombale nel migliore dei casi. A un certo punto, un sussulto: dopo una revisione al Var, l’arbitro dichiara a reti unificate che assegnerà un rigore per il Torino. Poco importa che siamo sullo 0-3: che sia questa, la prima volta che esulterò allo stadio con mio figlio?
Siamo vicinissimi alla porta, vediamo Zapata con il pallone sul dischetto. Tengo abbracciato Ernesto, che guarda la scena, ma anche qui, il lieto fine non c’è. Nessuna esultanza, solo altra frustrazione, che si scarica con la gente che inizia ad uscire dallo stadio a 20’ dalla fine, e i pochi che restano a contestare sempre più forte.
Parlare di calcio giocato è impossibile, eppure c’è chi ci riesce. La Gazzetta dello Sport, ridottasi oramai a Pravda del presidente Cairo, non accenna minimamente a quanto ho descritto qui sopra: descrive una normalissima partita di calcio, vinta da una squadra migliore di un’altra, senza accennare all’atmosfera surreale in cui è stata giocata, alla tristezza di una realtà completamente depauperata da chi la dovrebbe presiedere e difendere.
La GdS non parla di un progetto inesistente, del fatto che un club storico sia diventata una azienda satellite in una galassia che deve fare utili per RCS. Non parla di una sede spostata a Milano, della rimozione dei bus per i tifosi a Superga il 4 maggio, dello stadio in affitto che cade a pezzi, di una squadra di prestiti con diritto di riscatto mai esercitati, della cessione di qualunque giocatore possa far sognare qualcosa di più di una mesta bassa classifica con salvezza perché tanto 3 più scarse ci saranno (ci saranno?).
Non parla di come Urbano Cairo abbia rovinato un valore, un patrimonio culturale, E l'ha fatto solo in parte da un punto di vista sportivo. L’ha fatto rubandoci l’anima e rubandoci momenti di vita come questo, che sognavo da tempo.
L’arbitro assegna il recupero, usciamo pure noi. Come in un film, inizia pure a piovere.
Mentre usciamo, un signore guarda Ernesto, guarda me e sussurra: “Meno male che fa ancora in tempo a cambiare squadra”. Per fortuna, questa coltellata passa inosservata a mio figlio, troppo piccolo per averci capito qualcosa della partita, grazie al cielo.
C’è poi un altro bambino più grande davanti a noi. Ha la maglia di Buongiorno, uno dei tanti ceduti per rimpinguare le casse di Urbano Cairo. Finge di calciare un pallone immaginario. Qualunque bambino, a quel punto, fingerebbe di esultare. Non lui, poveretto, che tifa Toro e quindi si mette le mani in faccia, come quel gol lo avesse sbagliato.
Nella sua tragica comicità, è una scena che racchiude quel che il Torino è diventato: una maglia di un giocatore venduto, l’illusione di poter solo sbagliare gol.
Mentre usciamo, Ernesto canta ancora l’inno. Mano nella mano con mio padre, hanno la sciarpa uguale; era tutto quello che volevo. Abbiamo perso 0-3, siamo una squadraccia di plastica, dei nostri valori è rimasta una pantomima, ma sono felice. E sono felice perché nessun presidente può toglierci la gioia di cercare ancora i cuscini e non trovarli, di infilarci la sciarpa e partire.
Perché i presidenti se ne vanno, ma un patrimonio culturale, e giornate come questa, restano. E anche se Cairo ha fatto di tutto per renderla dimenticabile deve sapere che non è ci è riuscito. E anche se Cairo fa di tutto, ogni giorno, per rovinare il Torino, ci sforziamo di convincerci che non ci riuscirà mai.
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