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La colpa è di chi muore
, 22 Settembre 2025

Dare un volto ai ragazzi, intervista a Marco Bellinazzo


Il romanzo "La colpa è di chi muore" racconta di identità fittizie e sogni strappati.

In occasione dell'uscita del suo ultimo libro, abbiamo incontrato il giornalista Marco Bellinazzo, esperto di economia e sport de Il Sole 24 Ore dal 2004. Abbiamo parlato de "La Colpa è di chi muore", dalla sua costruzione alle motivazioni che hanno portato a una netta modifica stilistica della sua produzione letteraria.

Marco, sei specializzato nella saggistica economica dello sport e sei riconosciuto come un punto di riferimento in questo settore. Da dove è nata l'esigenza di scrivere "La colpa è di chi muore"? Cosa ti ha spinto a voler scrivere un noir invece del "solito" saggio?

Devo dire, è stata una scelta complessa ma molto naturale. Mi ero imbattuto, da giornalista, in alcune storie che mi sembravano essere state raccontate solo in superficie. Storie, per esempio, di calciatori provenienti dall'Africa che avevano un’età diversa o un’identità diversa da quella dichiarata in prima istanza. Mi sembrava che dietro ci dovesse essere qualcosa di più costruito rispetto al singolo episodio.

Inizialmente avevo pensato di configurare un saggio intorno a questa storia, poi però mi sono scontrato con un paio di problemi. In primo luogo, tutte queste storie si scontravano a un certo punto con l'impossibilità di dimostrare, documenti alla mano, tutti i vari passaggi logici. C'era sempre un buco nel quale rischiavo di vedere inghiottito tutto il lavoro. La narrativa, invece, avrebbe consentito di raccontare la storia così com’era, pur essendo una costruzione che includeva una componente di fantasia dell'autore.

In secondo luogo, mi sono reso conto di poter dare un volto, un corpo, ai tanti ragazzi che venivano e vengono tuttora stritolati in questo ingranaggio. Avrei portato l’attenzione di questo fenomeno a un pubblico più ampio, diverso dai soli addetti ai lavori o dagli appassionati ai temi dell'economia e calcio.

Hai intitolato il libro “La colpa è di chi muore”. Puoi dirci qualcosa in più su questa scelta?

Il protagonista del libro, il mio alter ego, è appassionato di cantautorato italiano. Il titolo nasce da una frase di una canzone di Fabrizio de André, “La cattiva strada”. In questo caso la “colpa” viene rappresentata dall'ambizione dei giovani che, volendo entrare nel ricchissimo circuito del calcio europeo, sono disposti a scendere a compromessi. Un meccanismo talmente diabolico che rende le vittime i de facto carnefici di se stesse. 


Chi tiene i fili dei burattini appare inizialmente quasi un benefattore, lasciando intendere che siano i burattini stessi a scegliere un destino che, nella maggior parte dei casi, si rivela tragico. Si parla di un fenomeno che riguarda tra i 5.000 e i 10.000 ragazzi (qualcuno stima anche 15.000) che provengono da varie parti dell’Africa e che porta loro, le loro famiglie e a volte intere comunità a indebitarsi nella speranza che questi possano intraprendere il viaggio nel mondo del calcio che conta e salvare tutti gli altri. 


Senza entrare nel merito di "La colpa è di chi muore", come descriveresti il contenuto di questo?

Il libro è incentrato sulla tratta dei giovani calciatori africani e si presenta come un romanzo di indagine che vorrebbe descrivere dal suo interno tutti i meccanismi. Accanto al tema di fondo, si intrecciano le vicissitudini del giornalista Dante Millesi, allenatore di una squadra di calcio dell’eccellenza lombarda. Egli stesso è stato una giovane promessa del calcio partenopeo e ha sognato di giocare con Maradona, salvo poi interrompere la sua carriera a un passo dall’avverarsi del sogno.

In un certo senso, il protagonista sente di dover espiare una colpa per la quale ha bisogno di raccontare questa storia, di affrontarla e di capire fino in fondo quali sono i meccanismi dietro a questa speculazione sui giovani calciatori. C'è una sorta di identificazione tra lui e le vittime.

C’è poi, a mio avviso, un livello superiore di lettura oltre la storia centrale, che riguarda lo scontro tra l’amore e il talento. Quando il talento cerca di manifestarsi attraverso l'esperienza che ognuno di noi fa della propria vocazione, quando cerca di manifestarsi come forma suprema di libertà, si trova a che fare invece con altri tipi di emozioni del genere umano: invidia, rapporti di forza, meccanismi di potere. A quel punto si crea appunto un meccanismo di rottura in cui i sentimenti, l'amore in ogni sua espressione, viene quasi a essere degradato.

In quanto economista del calcio, avresti un'idea su come il fenomeno della tratta dei giovani calciatori si possa arginare?
Alla fine, si tratta sempre di gente che specula sulle storie altrui...

In "La colpa è di chi muore", oltre ovviamente a procuratori più o meno corrotti, spuntano anche i fondi di investimento. La macchina che sta dietro questo fenomeno ha un motore finanziario di un certo tipo, proprio perché gli interessi economici sono assai potenti. Tra l'altro, proprio perché si concentrano interessi economici così importanti, il fenomeno che racconto nel libro è in qualche modo sottaciuto.

Non voglio demonizzare la categoria dei procuratori, però chiunque sia entrato in contatto con il mondo del calcio sa che sa che esistono figure losche, quantomeno dubbie, che cercano di spremere più soldi possibili dal sogno di un ragazzo e della sua famiglia. Non c’è bisogno di andare in Africa per scoprire questo: finché il sistema normativo è questo, noi avremo a che fare con questo tipo di fenomeni.

La FIFA, per cercare di arginare il fenomeno, ha stabilito che i trasferimenti internazionali non possono avvenire se non per i maggiorenni. Ma proprio questa regola, in qualche modo, ha alimentato i circuiti paralleli e i meccanismi che portano a rendere fittizie l’identità e l’età dei ragazzi. Paradossalmente, più si cerca di arginare questo fenomeno e più questi ragazzi finiscono ad essere al centro di operazioni illegali.

Penso che già la denuncia che ho provato a fare in "La colpa è di chi muore", portare questa problematica all'attenzione dell'opinione pubblica, sia il primo passo per segnalare l’allarme alle istituzioni calcistiche. L’associazione creata da Didier Drogba (Didier Drogba Foundation, nda), per esempio, lavora molto su questa tematica. Insomma, c’è qualcuno che ha provato a denunciare il fenomeno, ma tutt’oggi rimane un fenomeno sottovalutato e raccontato poco e male.


È chiaro, poi, che bisogna ragionare su nuove regole: soprattutto, occorre sanzionare chi viene implicato in questi casi. Molto spesso questi processi - è accaduto anche in Italia recentemente - finiscono nel nulla.

C’è poi un’ultima questione:
la tendenza a diluire questo fenomeno nel mare magnum dell'immigrazione clandestina, già di per sé reato gravissimo. Penso che sottolineare quanto sia ancora più grave l’immigrazione legata ai mercanti di uomini e mercanti di giovani calciatori sia fondamentale per iniziare a risolvere il problema. O quantomeno ad arginarne gli effetti negativi che questo fenomeno produce.

  • Classe 1996. È ancora convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone. Gli piace l'odore delle case dei vecchi. Considera il 4-3-3 simbolo della perfezione estetica.

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