
PSG-Atalanta 4-0, Considerazioni Sparse
Al Parco dei Principi non c'è storia contro i campioni d'Europa: Atalanta sovrastata dal PSG.
La prima dell'Atalanta di Juric in Champions League, contro quel PSG detentore del trofeo dopo aver malmenato a Monaco di Baviera un'altra squadra italiana dai colori nerazzurri, si sapeva essere tra le partite più complicate possibili. Una partita il cui pronostico pendeva tutto a favore dei padroni di casa; e questo pronostico il campo lo ha confermato in maniera spietata e inappellabile. A Parigi il 4-0 finale è tanto netto quanto onesto: per quanto mostrato da entrambe le squadre nel rettangolo verde, i quattro gol di scarto non sono un giudizio severo. Sono una plastica rappresentazione del divario tra le due squadre.
PSG-Atalanta è stata una partita senza storia dal primo minuto. Jurić si presenta in terra transalpina con l'assetto difensivo classico dei nerazzurri, optando, come uniche variazione di spartito, per Bernasconi-Djmsiti come asse di sinistra. In mezzo, senza i polmoni di Ederson, c'è Musah. È davanti che il tecnico croato rimescola le carte: ci sono Maldini e un avanzato Pašalić a comporre il tridente con De Ketelaere, fuori Krstovic e Sulemana. C'è il pensiero nemmeno troppo velato di una partita di sofferenza, da giocarsi su tanti duelli difensivi e sulle transizioni. Ma l'Atalanta non riuscirà a tener botta da subito, rimanendo in balia dei venti e con pochissima capacità di reazione (appena due conclusioni nello specchio in 90' per i nerazzurri).
All'Atalanta è parso mancare in primis il passo per provare a contrastare il Paris Saint-Germain . La squadra di Luis Enrique dalla sua ha, prima ancora della maggior caratura tecnica, soprattutto un ritmo e una freschezza atletica inconcepibili per l'ancora imballata Dea di questo inizio stagione. Sono due squadre a due velocità diverse, già dai primi minuti: la rapidità con e soprattutto senza palla dei parigini condiziona fortemente la ricerca dei riferimenti da parte degli uomini di Jurić, sofferenti sui duelli e nell'accorciare in avanti e manipolati con sconsolante facilità dai padroni di casa. I primi venti minuti di gara sono in tal senso un vero e proprio sfoggio di potenza dei campioni d'Europa in carica, arginati solo dalla reattività di uno stoico Carnesecchi tra i pali.
Numeri spiccioli del PSG: 22 tiri totali, 13 in porta, 10 grandi occasioni (compreso il rigore calciato da Barcola e bloccato da Carnesecchi), 1 palo, 3.45 xG complessivi, 67% di possesso palla, 44 tocchi nell'area avversaria. Sono solo alcuni dei dati statistici di Kvaratskhelia e compagni in questa gara, e forse non rendono abbastanza l'idea della schiacciante superiorità della compagine francese su quella bergamasca. Forse, l'immagine la può dar meglio il fatto che Carnesecchi, nonostante i quattro gol subiti e una non completa esenzione di responsabilità sul 3-0 di Nuno Mendes (tiro forte e ravvicinato, ma la palla passa tra il portiere bergamasco e il palo che stava coprendo), sia di gran lunga in migliore in campo dell'Atalanta nonché l'unico a meritare un giudizio sulla prestazione sufficiente.
Non è una gran novità rispetto all'epoca gasperiniana il fatto che l'Atalanta, quando gioca male, perde male. Sono rischi connaturati a un impianto di gioco sul quale a Bergamo, anche con la scelta di Jurić, si è voluto dare continuità. Non è nemmeno una novità l'avvio stagionale un po' dal fiato corto della Dea: lo scorso anno, dopo la sconfitta in Supercoppa contro il Real Madrid e la scorpacciata all'esordio in campionato sempre contro il Lecce (0-4 al via del Mare), i nerazzurri caddero prima a Torino contro i granata poi a Milano nel 4-0 subito dall'Inter. Ma in Europa, dopo la pausa delle nazionali, iniziarono a riprendere colorito con il pareggio contro l'Arsenal. In questi anni, va notato, le coppe europee sono state non solo sfide dispendiose e costose sul piano fisico e mentale per i bergamaschi, ma anche terreno di esaltazione individuale e collettiva. Certo, la sfida di apertura di quest'anno era delle più proibitive, ma l'impatto così negativo - con momenti di pura confusione, vedasi il gol del 4-0 o la prestazione generale di Hien o Pasalic - rischia di esser, prima ancora che un brutto incidente di percorso, un fattore demoralizzante per una squadra ancora alle prese con un difficile passaggio di consegne.
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