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Italia Israele
, 11 Settembre 2025

Israele - Italia, tra grandi proteste e totale indifferenza


Le due partite tra Italia e Israele stanno mostrando a tutti la profonda frattura tra il mondo del calcio e il mondo "reale"

di Calcio&Rivoluzione

Lunedì 8 settembre 2025.

Debrecen, Ungheria. Sono le 20:45 italiane quando sul rettangolo verde del Nagyerdei Stadion scendono in campo i calciatori delle nazionali di calcio d'Italia e Israele. L'atmosfera è ai limiti del surreale. Sugli spalti, poche migliaia di tifosi - quasi tutti ungheresi. 

Le due selezioni si affrontano per la prima delle due partite - che si giocheranno nel giro di un mese - valide per il girone I della zona UEFA - attualmente dominato dalla Norvegia di Haaland e Ødegaard - delle qualificazioni al Campionato del Mondo 2026 che si disputerà in Messico, Canada e (principalmente) negli Stati Uniti. Quanto succede in campo avrebbe anche la sua rilevanza sportiva, se solo chiudessimo gli occhi davanti al fatto che lo stato israeliano, da quasi due anni, stia compiendo massacri e continue violazioni dei diritti umani che difficilmente possono essere definiti con termini diversi da "genocidio".

Massacri che hanno già ucciso più di 60'000 vittime, in gran parte civili, delle quali 774 legati strettamente al mondo dello sport: tra questi ci sono giocatori, membri delle federazioni, lavoratori del settore e semplici amatori. La distruzione sistematica dello sport a Gaza, però, non riguarda soltanto le vite umane. Dal 2023 sono state danneggiate o distrutte oltre 280 infrastrutture sportive; stadi, palazzetti e palestre rimasti in piedi sono stati spesso usati come centri di detenzione per interrogare i prigionieri e i campionati nazionali palestinesi - ovviamente - sono sospesi da quasi tre anni e non esistono praticamente più competizioni giovanili.

Gaza stadio Israele
Ciò che è rimasto del Palestine Stadium, principale stadio di Gaza City. Era stato ricostruito nel 2021 dopo essere stato bombardato dall'aviazione israeliana nel 2006.

A ricordarci in maniera drammatica tutto questo è direttamente la voce di Ehab Abu Jazar, allenatore della nazionale di calcio palestinese che nel corso di un'intervista, proprio alla vigilia di Israele - Italia, ha espresso la speranza "che Israele - Italia possa ricordare che ogni giorno una nazione viene uccisa. E a ucciderla è chi gioca contro gli azzurri”.

Uno scenario drammatico che, al netto delle classiche dichiarazioni di circostanza, non sembra scuotere né il governo italiano - che per bocca del ministro dello sport Andrea Abodi ha ribadito che “la partita si gioca”, sostenendo che Israele non possa essere trattato come la Russia - né tanto meno la FIGC o gli azzurri. Nemmeno il CT dell’Italia Gennaro “Ringhio” Gattuso che pur dichiarandosi “uomo di pace” ha affermato candidamente che con Israele bisogna giocarci semplicemente perché è nello stesso girone dell'Italia e perché loro di mestiere fanno i calciatori (nel suo caso l’allenatore).

Come se uno sportivo non potesse guardare al mondo al di fuori del campo. Come se un lavoratore non potesse opporsi a decisioni che reputa sbagliate. Come se non esistesse il diritto allo sciopero. O ancora come se a scendere in campo fossero dirigenti o i politici e non proprio loro…

A restituire dignità ad un mondo che ha perso l'ennesima occasione per dimostrare di mettere i valori davanti agli interessi economici o politici, ci hanno pensato tifosi e tifose, attivisti ed attiviste di quello straordinario mondo che risponde al nome di “calcio popolare” che da mesi si stanno mobilitando in favore della Palestina e che hanno dato vita ad uno straordinario movimento di opposizione alla presenza di Israele nelle competizioni FIFA e UEFA riunitosi dietro lo slogan “Show Israel the Red Card”.

Dalle piazze ai social, dalle curve agli spogliatoi, mese dopo mese, è cresciuta la consapevolezza che lo sport non possa fingere neutralità quando la cronaca quotidiana parla di massacri, violenze e distruzione. Per tutto questo, Israele - Italia era ed è più di una semplice partita. È il simbolo di come lo sport sia inevitabilmente terreno di scontro e propaganda politica.

Giocare contro Israele significa normalizzare apartheid e occupazione. Significa normalizzare il genocidio. Significa voltare le spalle a quei valori che dovrebbero essere propri dello sport e, quindi, del calcio. Le stesse curve, spesso accusate di essere luoghi di violenza o indifferenza, sono diventate - in questo caso - voce di coscienza collettiva da cui parte la richiesta (o forse sarebbe meglio dire rivendicazione) di non rendere il calcio uno strumento di propaganda genocidaria e oppressione.

Una consapevolezza che nel giorno di Israele-Italia si è tradotta in una mobilitazione diffusa e dal carattere nazionale. Da Roma a Padova, da Bologna a Firenze, da Genova a Torino, passando per Milano, Avellino, Lucca Palermo, Fasano e tante altre città si sono tenuti presidi, cortei o azioni dimostrative sotto le sedi della FIGC o in luoghi simbolo delle città per lanciare un messaggio tanto semplice quanto forte: meglio non qualificarsi ai mondiali (sottintendendo che la partita non andava giocata e quindi persa a tavolino) che essere complici di criminali, (decidendo di giocare e quindi alimentare lo sportwashing israeliano di cui la nazionale di calcio è - per ovvie ragioni - la punta di diamante). 

Mobilitazione la cui eco ha superato i confini italiani arrivando in tutta Europa. Siamo, del resto, al cospetto di un'iniziativa per certi versi storica. Mai, negli ultimi anni, un’intera comunità sportiva aveva messo in discussione una partita internazionale, chiedendo apertamente l’esclusione di una nazionale per motivi di questa importanza. Mai negli ultimi anni una mobilitazione aveva generato tutto questo clamore.

Basti pensare che l’Associazione Italiana Allenatori di Calcio (Aiac), guidata da Renzo Ulivieri, aveva inviato, qualche settimana fa, una lettera al presidente della FIGC per fare presente che “i valori di umanità, che sostengono quelli dello sport, ci impongono di contrastare azioni di sopraffazione. Non possiamo voltare la testa dall’altra parte”. Una richiesta ufficiale, unanime, che riprendeva quella delle tifoserie di mezzo mondo di sospendere Israele dalle competizioni FIFA e UEFA, perché “non è solo un gesto simbolico ma una scelta morale necessaria”.

Renzo Ulivieri, presidente dell'Assoallenatori, non è nuovo a prese di posizione in favore della Palestina. Qui in una foto di dicembre 2023, mentre era ricoverato in ospedale.

Una scelta anche di coerenza, aggiungiamo noi, visto che la richiesta di esclusione di Israele si fonda sul fatto che la Federazione Calcistica Israeliana (IFA) viola costantemente lo statuto FIFA, infrazione per la quale è, appunto, prevista la sospensione o espulsione della Federazione colpevole. 

Ecco perché quella di lunedì sera non era soltanto una partita di calcio, ma il concretizzarsi di una frattura sempre più evidente tra le istituzioni che governano il mondo del calcio e le realtà che danno sostanza e forma a quello stesso mondo. Se i palazzi del potere calcistico e politico hanno scelto di trattare Israele come una squadra qualunque, ignorando il contesto di occupazione e violenza, tifosi, allenatori e attivisti hanno dimostrato che lo sport non può vivere in una bolla separata dal mondo esterno.

Il movimento che chiede l’esclusione di Israele dalle competizioni internazionali è oggi un banco di prova per chi sostiene che i valori dello sport siano fondati su giustizia, equità e rispetto dei diritti umani. L’eco delle piazze italiane ed europee lo conferma: il calcio non è solo spettacolo o intrattenimento, ma uno spazio politico e sociale che può scegliere se legittimare l’oppressione o diventare voce di denuncia. Israele - Italia, a prescindere dal risultato sul campo, forse resterà nella memoria come un momento spartiacque. 


  • Attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica. Ha unito queste passioni nel progetto di "Calcio&Rivoluzione" di cui è tra i co-fondatori.

  • Attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia. Per lui i fenomeni sociali sono strettamente connessi alla politica, calcio incluso.

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