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Italia volley femminile
, 9 Settembre 2025

La squadra del secolo


L'Italia del volley femminile, tra Parigi e Bangkok, ha toccato un picco irraggiungibile.

"Riuscire a diventare la squadra del secolo, 75 anni prima che un secolo finisca": prendo in prestito questa felice definizione di Mauro Berruto, ex CT dell’Italvolley maschile e recente ospite al nostro Festival della Cultura Sportiva per raccontare cosa ha fatto l'Italia femminile, capace di vincere nel giro di un anno prima i Giochi Olimpici e poi un Mondiale, con in mezzo una VNL, giusto per non lasciare alcun dubbio. Di più, è stata capace di farlo vincendo tutte le partite di tutte e tre le competizioni: un’impresa che resterà nella storia, per sempre, firmata da un gruppo cambiato pochissimo nelle 3 competizioni, e che ora entra di diritto nel gotha sportivo e culturale nazionale.

In quel gotha, ad aspettare queste ragazze, c’era già il loro CT: Julio Velasco ci era già entrato di diritto con la “generazione di fenomeni” del volley maschile, che il tecnico argentino aveva guidato in un percorso vincente che è stato poi il kick off delle fortune del volley nazionale. Molto si è detto su Velasco, e allora oggi preferiamo, per una volta, non mitizzare la sua figura, ma riportarla sul taraflex, dove di fatto è riuscito ad emergere anche questa volta: lo ha fatto con le scelte, con le convocazioni, con gli allenamenti, con i time out, con tutte quelle azioni che appartengono al ruolo di un qualsiasi allenatore, e che lui svolge in modo magistrale.

Di più, lo svolge come lo svolgono i campioni: facendo sembrare semplice ciò che semplice non è. Non ha torto chi dice che la squadra era già forte prima che Velasco la allenasse, e che quel percorso è iniziato molto prima del suo arrivo. Ma è lui che l'ha resa una macchina capace di vincere tutto e fare la storia in 2 estati.

Parliamo di campo: le azzurre, fino alla semifinale, sono state di un altro livello rispetto alle avversarie. L’Italia ha poi giocato forse la gara più difficile dell’ultimo biennio, con un Brasile in stato di grazia e una Gabi - forse la più abile tecnicamente al mondo, a oggi - in stato di grazia. Abbiamo sofferto, lottato, accettato di non esser perfette: da quelle sabbie mobili, in un tie break al cardiopalma, ne siamo uscite, conquistando una finale che era sembrata in alcuni momenti un miraggio.

E poi la Turchia di Daniele Santarelli, uno abituato a vincere un bel po', ma soprattutto di Melissa Vargas, che si è rivelata, come era lecito temere, quasi infermabile. Solo quasi, perché proprio nel momento decisivo del 5° set, tutto il nostro potenziale è emerso per contrastarla.

A metà tie break, Don Julio ha tirato fuori dal cilindro due mosse tanto semplici quanto lucide e geniali: Fersino, secondo libero entrato per dar manforte al reparto arretrato, ha difeso due palloni importantissimi; Kate Antropova ha alzato il muro fino a renderlo insormontabile. Così, con 10 set tirati in 2 giorni, in cui siamo sembrate morte tante volte ma mai lo siamo state davvero, in cui tutti provavano ad abbatterci perché così è giusto fare quando si gioca contro le favorite, in cui abbiamo sentito il peso della fatica e delle aspettative, ci siamo laureate campionesse del mondo. E proprio perché è stato molto più difficile che a Parigi è stato altrettanto bello.

Come già fu a Parigi, è stata un'Italia che ha vinto la manifestazione di squadra. Un'Italia del volley femminile di giocatrici magari non perfette singolarmente (benché fortissime), ma sicuramente complementari, o quantomeno rese tali dalla proposta di gioco che ne valorizzasse differenze e caratteristiche. Non sono solo parole, e lo dimostra la scelta proprio della unica novità del sestetto, Stella Nervini: non il nome dall’appeal più alto tra le competitor per quella maglia, ma più funzionale al contesto squadra ed al progetto tecnico.

La risposta della 20enne fiorentina è stata quella di una veterana, che non ha mai smesso di ringraziare di aver attorno compagne così forti, su tutte la sua compagna di reparto Sylla, icona di lotta ed attitudine. Rispetto al 2024, il reparto centrali è stato meno dirompente, ma Fahr e Danesi sono emerse nei momenti chiave. L’alternanza di Cambi con una superlativa Orro e di Antropova ed Egonu, ancora più importante come minutaggio rispetto a Parigi, è stata come di consueto efficacissima.

Infine, un omaggio più che doveroso al libero più forte della storia: Moky De Gennaro saluta la nazionale come meglio non si poteva, con 3 titoli in 2 estati e la riaffermazione come migliore al mondo nel suo ruolo. Sarà difficile sostituirla, ma la sua in azzurro è stata una storia di professionalità e passione indimenticabile. Ironia della sorte, perché la penna dello sport scrive storie che nessun autore saprebbe scrivere, alla sua ultima c’era anche il “suo” Daniele Santarelli: come in un libro scritto male, però, si stava tarantolando a bordo della panchina avversaria.

In una domenica in cui lo sport italiano ha sofferto, dai motori al basket e al tennis, la pallavolo si è confermata per ciò che è, da 35 anni: uno sport, in Italia, in stato di grazia. Ininterrottamente, proprio a partire dal ciclo di Velasco al maschile iniziato negli anni 90, l’Italvolley raccoglie medaglie a profusione: un palmares mai visto non solo per lo sport italiano, ma per lo sport a livello mondiale. Di più, lo sta facendo da entrambi i generi, al maschile come al femminile, rinvigorendo giorno dopo giorno e successo dopo successo un movimento in piena salute, secondo solo al calcio per praticanti e spettatori, che ha oramai ha doppiato i numeri della pallacanestro.

Guardando al futuro, è inevitabile pensare al recente successo al Mondiale Under 21 ed a tutti gli altri raccolti dalle selezioni juniores: tra pochi giorni inizia il Mondiale maschile, dove partiamo in seconda fila, anche per via di qualche infortunio di troppo, ed il fatto che partire senza i favori del pronostico ci appaia strano è la perfetta cartina di tornasole dello stato dell’arte.

  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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