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Leo Messi
, 6 Settembre 2025

L’ultima notte argentina di Leo Messi


Con tutta probabilità, quella di ieri sera è stata l’ultima partita casalinga in Albiceleste per Leo Messi.

In Final del juego, Julio Cortázar racconta di tre ragazzine che, distese su un terrapieno accanto ai binari della ferrovia, inventano un passatempo singolare: ogni volta che passa il treno, assumono una posa diversa, come in una fotografia vivente destinata ai passeggeri di un attimo. È un gioco fragile, fatto di gesti minimi, che diventa epico nel loro sguardo infantile. Così è stato Messi questa notte al Monumental. Senza proclami né fanfare, con due gol segnati con quella naturalezza che sembra chiedere scusa persino alla gloria, ha salutato la sua gente in quella che, con ogni probabilità, è stata l'ultima partita con la camiseta albiceleste, nella sua Argentina.

Messi ha giocato come ha sempre fatto: trasformando il quotidiano – un controllo di petto, un passaggio rasoterra, un dribbling, un pallonetto– in racconto universale. Il calcio di Leo Messi è come l'arte autentica: se hai gli occhi giusti, dentro puoi scorgerci l'infinito.

C'è stato un tempo, non troppo lontano a dir la verità, in cui gli si chiedeva di dimostrare tutto. Di dimostrare di essere un vero leader, di amare la maglia argentina quanto quella blaugrana del Barcellona, di saper trascinare il suo popolo verso la vittoria. Ogni partita era un esame da sostenere. Ogni sconfitta, un atto d'accusa pubblico. Poi sono arrivate le vittorie in nazionale, così la musica è cambiata. La poesia del suo calcio si è fatta diversa: più matura, più riflessiva, meno frenetica. Più rilassata eppure, se possibile, ancora più consapevole della propria magia.

Da quando ha conquistato il Mondiale – sembra giocare soprattutto per chi guarda. Per regalare fútbol puro, distillato, cristallino, ma anche per qualcosa di più profondo: per regalare attimi di gioia pura a quel bambino sugli spalti che sogna di diventare come lui. A quel padre che, stringendo forte la mano del figlio, cerca le parole giuste per spiegargli cosa significhi assistere a un miracolo quotidiano. A tutte quelle persone nel mondo che sono diventate adulte guardandolo giocare e che, vedendolo ancora in campo, ritrovano i frammenti della propria parabola di vita.

Sono istanti che illuminano e consolano dalle fatiche quotidiane, che accendono una luce contro le ombre dell'esistenza. È il potere taumaturgico di questo sport, una delle chiavi segrete che lo hanno reso da sempre magico. E forse ciò che colpisce di più, in questa nuova dimensione, che potremmo definire forse spirituale del suo calcio, è la serenità dipinta sul suo volto: il volto di un uomo felice perché vede intorno a sé tanta, tanta felicità.

La storia d'amore tra Messi e la nazionale argentina ebbe un inizio a dir poco turbolento, uno di quelli che pochi ricordano e che nessuno avrebbe potuto immaginare. In tutta la sua carriera stellare, Leo ha collezionato appena tre cartellini rossi. Il primo risale proprio al suo esordio in nazionale: il 17 agosto 2005. Si gioca in Ungheria. Messi indossa la maglia numero 18, in panchina siede José Pekerman. Al diciannovesimo minuto del secondo tempo, tutto è pronto per l'attesissimo debutto del nuovo astro nascente del calcio argentino.

Esce Lisandro López. Entra Lionel Andrés Messi Cuccittini. Smanioso di mostrarsi al mondo, appena il pallone arriva tra i suoi piedi si muove fluido tra le linee, controlla orientando la sfera e parte in progressione verso la porta avversaria. Se chiudiamo gli occhi possiamo vederlo nitidamente quel gesto: rapido, istintivo, traboccante di talento grezzo. Per quelli della nostra generazione è più facile immaginare quel gesto che ricordare un numero di telefono a memoria. Vilmos Vanczák, difensore ungherese, lo trattiene senza cerimonie per la maglia. Messi reagisce d'istinto, si dimena per liberarsi e finisce per colpire il volto dell'avversario con il gomito. L'arbitro non ha dubbi: espulsione immediata dopo appena quaranta secondi dal suo ingresso in campo.

Le immagini televisive lo immortalano in panchina, con le mani che si coprono il volto incredulo, mentre mormora tra sé e sé, quasi fosse una litania: «Non mi chiameranno più... Non mi chiameranno più in nazionale». Vent'anni dopo, sappiamo di aver assistito all'anteprima di un altro film, di una storia completamente diversa. Una storia fatta del record di presenze 194, giusto per dare un’idea, il secondo è Mascherano con 147, e record di gol, 114. Più del doppio di Gabriel Omar Batistuta fermo a 54.

Di altro spessore l'esordio mondiale. È il 16 giugno 2006. Per il girone C si gioca Argentina-Serbia e Montenegro. Arbitra l'italiano Roberto Rosetti. La partita è dominata in lungo e largo dai sudamericani, che costruiscono calcio come solo loro sanno fare. Al settantacinquesimo minuto, sul risultato di tre a zero ormai consolidato, esce un generoso Maxi Rodríguez ed entra Leo Messi. È il suo debutto mondiale, il palcoscenico più grande che il calcio possa offrire. Diego Armando Maradona, seduto in tribuna con indosso la maglia albiceleste e al collo un vistoso crocifisso, esulta come se in campo fosse entrato suo figlio. Dirà di lui a fine partita, con la sua aura da capopopolo: «Non è solo bravo... è speciale».

Le telecamere di Sky inquadrano un cartellone che oggi appare profetico. È raffigurato un giovanissimo Leo Messi con la Coppa del Mondo tra le braccia. In alto, la scritta: «Esto es mi sueño». Ci vorranno 16 anni, ma quel destino si compirà. Messi in meno di un quarto d'ora offre al mondo intero tutto il suo repertorio tecnico. È una saetta che attraversa il campo, il suo ritmo sembra venire dal futuro. Dopo aver ricevuto un pallone illuminante da Riquelme, serve un assist perfetto a Crespo. Poi si mette in proprio e firma il suo primo gol mondiale.

È l'inizio di una leggenda che ieri sera ha trovato il suo epilogo più dolce: una notte di festa allo stadio Monumental. Lacrime ed emozioni, non poteva essere diversamente. Chissà se Leo Messi ha ripensato al sapore diverso che possono avere le lacrime. Possono essere di gioia, come quelle del primo mondiale Under 20 vinto nel 2005. Possono essere di frustrazione come quelle della prima finale di Copa America persa nel 2007 con il Brasile per tre a zero. Possono essere della rabbia più profonda, quasi fossero pezzi di vetro che ti scendono dagli occhi, come quelle del periodo più irrazionale della sua carriera: re del Mondo a Barcellona, reietto in Patria.

Leo Messi

Le lacrime di ieri sera che sapore potevano avere? Di gioia mista a malinconia? Probabilmente anche lacrime di paura perché il «Mondiale non è una certezza». Lacrime capaci di racchiudere vent’anni di emozioni, di sogni e di sacrifici, eppure leggere come piume, perché Leo Messi sa trasformare anche un addio in un gesto di bellezza universale.

In tutto questo contesto, poi c’è stata una partita. Un match a senso unico come può essere quello una squadra, l’Argentina, che in 17 match di qualificazione ha raccolto 38 punti, segnando 31 reti e subendone solo 9, e un orgoglioso Venezuela che è vicino allo spareggio per accedere ai Mondiali. Scaloni ha schierato contemporaneamente Mastrantuono, Almada, Messi e Julian Alverez, in una versione 4-2 fantasia di brasiliana memoria. Il risultato è che gli uomini di Batista, allenatore argentino della Vinotinto, non hanno effettuato nessun tiro in porta per tutto il match.

Come nel miglior finale di una commedia hollywodiana, Leo Messi ha siglato due gol. Sigilli impressi nella storia di questo match. Al 39 esimo del primo tempo, Paredes ha recuperato ringhiando un pallone e ha mandato nello spazio Julian Alvarez, che ha servito, con generosità, il pallone a Messi. Leo, dal canto suo, non si è limitato a mandarlo in rete. Lo ha toccato, da sotto, alzandolo quasi con la punta. Per non regalare alla superficialità quello che pensava potesse essere il suo ultimo goal. Dopo la zuccata di Lautaro Martinez, invece, ne arriverà un altro. Su assist “de la muerte” di Thiago Almada, ha aperto con naturalezza, l’interno del piede per mandare la palla in buca.

Non c'è stato nulla di particolarmente “solenne” in questa doppietta contro il Venezuela. Solo Leo che faceva Leo: apparire dal nulla nel momento cruciale, segnare con quella precisione chirurgica che è ormai la sua firma stilistica, sorridere come se tutto fosse la cosa più naturale del mondo. Una squadra che gira a meraviglia lo accompagna in questo balletto perfetto. Ma di normale non c'era niente, perché dietro ogni tocco di palla si celava il peso di una consapevolezza: era l'ultima volta che avrebbe accarezzato quel cuoio davanti ai suoi, in casa, con la maglia dell'Argentina cucita sul cuore.

È la felicità: può arrivare dopo lacrime, può sorprenderti, e puoi godertela in ogni istante, come sta facendo giustamente Leo Messi da Rosario. E in quel silenzio che segue il triplice fischio, il suo volto racconta ciò che le parole non possono: la fine di un viaggio e la bellezza che lascia dietro di sé, con la speranza che possa aprirsi un nuovo capitolo. Un ultimo Tango Mundial che, come i passeggeri del treno delle bambine di Cortázar, vorremmo continuare a osservare, sorpresi, fugacemente, ancora una volta.

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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