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Calcio mistica
, 4 Settembre 2025

La trascendenza e l'eredità nel Calcio


Senza mistica, senza più cantori, il Calcio sarebbe null'altro che confronto barbarico.

Il periodo estivo porta ad affrontare discussioni relative al calcio frivole, di calciomercato e degli assetti della nuova stagione prossima, ma anche altre più gustose da approfondire. Un tema che pare degno di nota è la trascendenza dai colori di appartenenza che un giocatore possa avere indossato e l'assunzione - atteso anche il trascorso periodo ferragostano - al gotha dell'immaginario collettivo. I fattori che portano a questa dimensione ultra terrena, lì dove per terreno intendiamo quello di gioco, sono sempre coincidenti per ciascuno dei fenotipi che nel corso dei precedenti decenni hanno segnato la storia del calcio.

Il primo esempio non può che essere l'uomo divenuto dio pagano: Diego Armando Maradona. La sua storia è nota a chiunque si ritenga degno di amare il calcio e non necessita approfondimento. Il Diego argentino, quanto quello napoletano, sivigliano, catalano etc. ha intriso di pensieri poetici il pallone: non si è sporcato, ha fatto sì che l'amore per le sue gesta divenisse qualcosa di ulteriore rispetto alle maglie indossate. Parliamo anche di un politico che ha intercettato larga parte della popolazione mondiale proprio grazie alle idee che ha sempre propugnato, ponendosi come redenzione per il Sud del Mondo con un pallone tra i piedi.

Ma le istantanee impresse nella memoria di ciascuno - il Gol del Siglo, la punizione ravvicinata contro la Juventus, il riscaldamento in terra tedesca, l'insulto in mondovisione ai fischi dell'Olimpico prima della finale del Mondiale '90, gli eccessi in terra napoletana - gli hanno concesso di rendersi umano agli occhi di chiunque lo guardasse dagli spalti e non chiuso in una torre d'avorio incastonato nella sua perfezione. L'umanità e la tecnica, la fallibilità e il senso del gioco.

Rimanendo sulla scia dei numeri 10, capaci come pochi di impressionare indelebilmente lo spirito umano, altro nome è Roberto Baggio. Salmo e Cremonini lo hanno celebrato nei loro testi affermando, senza tema di smentita, che da quando ha smesso la Domenica ha assunto una tinta in meno rendendo il campo sicuramente più grigio.

Idolo viola, passato tumultuosamente alla odiatissima rivale di Torino, passando per Inter, Milan, Bologna e Brescia, del Roberto (la scansione vocale è quella di Bruno Pizzul) si ricorderanno le serpentina in maglia gigliata dinanzi a Maradona, i gol al Real Madrid, il perfetto dribbling al primo controllo contro la Juventus con la maglia bresciana ma, come per Diego, di lui rimane indelebile l'umanità che lo ha reso primus inter pares (perdonerete il lotitismo).

Il capo chino, il codino immobile, le braccia conserte, il sole cocente di Pasadena con quel contrasto di colori azzurro, bianco, verde e giallo più da costiera amalfitana che da sconfitta di un Mondiale; la casacca bolognese indossata con sbigottimento degli aristocratici del pallone che già preconizzavano un fine carriera da comparsa dopo l'ennesima lesione fisica strutturale e la risalita nelle gerarchie della nazionale; il passaggio sempre più inatteso a un ambizioso Brescia di Corioni, dove chiuderà la sua carriera. Ogni movimento lo ha reso fallibile, fragile. Pareva raggiungibile anche in periferia.

Scalando nella numerazione di maglie, quando si parla del 9 non si può non rivolgere il pensiero a quella dentatura fumettistica e a quella spensieratezza nel fare le giocate più compromettenti per le articolazioni di Luis Nazario da Lima, Ronaldo, il Fenomeno.

La parola deve rinviare a Kant quando distingue tra il modo in cui le cose appaiono (fenomeno) e il modo in cui sono in sé (noumeno): il primo è la nostra conoscenza come costruzione del soggetto, basata su come la nostra mente elabora le informazioni provenienti dai sensi. Proprio questi ultimi sono stati eccitati dal movimento irriverente della gambe in corsa di Luis Nazario, così come i dribbling in uno spazio angustiante accerchiato come una città pronta a capitolare, i gol ammutolenti.

Ricordo senza alcun tipo di rancore o delusione quel Lazio-Inter finale di Coppa Uefa dove chiunque fosse presente sugli spalti e non di sponda laziale ha dovuto calarsi il cappello perché dinanzi ha avuto l'onore di vedere il calcio sognato tramutatosi in realtà. Frammenti di un'umanità che ha reso il giocatore tra i più forti della storia come ciascuno di noi, generando empatia oltre che amore infinito.

Virando sul 7, per movimentare la cabala, non si può elidere dall'immaginario Eric Cantona. No, non un uomo, ma Cantona come ebbe a dire nel film interpretato da sé stesso (Il mio amico Eric di Loach): marsigliese, rabbioso, tecnico, mediterraneo e poco avvezzo al mondo britannico dove però è stato reso divino, indolente, ispido, sagace e folle.

Quel calcio da pellicola in bianco e nero di una certa cinematografia statunitense di fine anni '70 sferzato dal campo alle tribune verso un tifoso razzista lo ha consacrato nella sua umanità, ben riprodotta dal regista sovra citato, facendogli assurgere a un ruolo che sino a quel momento era sotto traccia e nascosto. La squalifica, la successiva conferenza stampa volutamente no-sense, la cacciata dalla nazionale francese, l'essere perennemente discordante anche nei tempi contemporanei con il pensiero collettivo.

Diviene chiaro come esistano personaggi che hanno attraversato il gioco, ma si potrebbero citare anche esempi di squadre intere che hanno portato simbologie profonde nel corso della storia, ai quali non è possibile applicare la lente offuscata del tifo e della passione, nervatura che rimane essenziale del Calcio, ma che può essere bypassata se si ama davvero il Gioco stesso.

Esseri umani che hanno portato una universalità tecnica e una soggettività emotiva così forte da renderli patrimonio collettivo ineluttabile, non riducibile alla casacca che li ha rappresentati. Il nome e il relativo numero permettono alla particolarità dei colori di trascendere l'io tifoso e divenire calcio nella sua massima espressione. Si pensi alla 14 dell'Ajax di Cruijff, alla 7 dello United di Best, alla 4 della Germania dell'Ovest di Beckenbauer, alla 6 di Baresi, alla 3 di Maldini o anche alla 11 del Cagliari di Riva: non verrà mai indossata la maglia astrattamente intesa ma si porterà addosso una simbologia universalmente riconoscibile dall'amore che muove ogni essere umano riconosca in quella sfera di varie fattezze.

Il calcio ha una sua trascendenza religiosa politeista che va necessariamente rispettata e di cui ne va ogni giorno narrata la mistica senza la quale si ridurrebbe a mero confronto cieco e barbaro denso di una polvere atea, un po' come quella famosa pubblicità della Nike nell'arena.

  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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