
Esaltati da Jamie Vardy alla Cremonese?
C'è davvero del romanticismo nell'approdo di Jamie Vardy alla Cremonese?
Durante gli ultimi giorni di mercato, l’attenzione dei calciofili è rivolta ai tasselli delle rose da completare e ai nuovi giocatori che iniziano a popolare le squadre. Ci si interroga se quel giocatore possa o meno fare comodo, se possa o meno adattarsi a quel contesto di gioco. Ci si chiede se se quell’acquisto abbia o meno una sua logica, nel senso di convenienza. Di logico, nel senso di “razionale”, l’approdo di Vardy alla Cremonese ha davvero ben poco: un accostamento così bizzarro non era ipotizzabile neanche nei sogni più reconditi. Eppure, tra l’incredulità generale, la follia del mercato estivo ha portato il centravanti inglese allo Zini.
L’euforia attorno a questo passaggio è molta e, con tutta probabilità, è anche rafforzata dall’avvio positivo dei grigiorossi in campionato. A dare maggior enfasi ci aveva pensato il DS della Cremonese Giacchetta: «Per noi è una grande gratificazione vedere l’apertura di un campione come lui. Sarebbe straordinario per noi perché credo possa dare ancora molto a livello internazionale». Davide Nicola, invece, ha inevitabilmente dovuto giocare la parte del pompiere, per permettere alla squadra di concentrarsi sugli impegni di campionato.
Jamie Vardy approderà a Cremona a parametro zero, dopo aver terminato il contratto con il Leicester, squadra di cui è diventato idolo senza tempo. Nessuno ha rappresentato meglio di lui la Leicester del calcio. La storia d’amore tra le Foxes e il loro attaccante è ben nota a tutti, e 13 anni dopo la prima stagione le strade si separeranno. Quella di Vardy è la chiusura perfetta di un ciclo: l’inglese lascerà il club in Championship, lì dove lo aveva trovato prima di consegnarlo agli annali sportivi.
A dispetto di un'età calcisticamente avanzata, Vardy aveva dato pochissimi segnali che facessero pensare al ritiro. Questa scelta certifica che la voglia di calcio è ancora autentica, ma andrà a contaminare una carriera immacolata (fatta eccezione per le precedenti esperienze). A maggior ragione se si pensa che l'inglese è stato l'ultimo baluardo della favola Leicester. Lui bandiera delle Foxes lo è, e lo sarà sempre, ma quanto sarebbe stato romantico vedergli chiudere la carriera con il club che lo ha consacrato alla storia?
Evidentemente, l’inglese sente ancora in grado di poter dare qualcosa, sia a livello fisico che mentale. Nel suo video di commiato dal club inglese, a qualche giornata dalla fine del 2024/25, lo stesso Vardy appariva quasi devastato - comprensibilmente - di dover dare l'addio al club delle East Midlands. Sul suo futuro, invece, aveva detto: «Voglio continuare a giocare e a fare ciò che mi piace di più: segnare gol. Spero che ce ne siano uno o due in più per il Leicester da qui alla fine della stagione, e molti altri in futuro. Potrò anche avere 38 anni, ma ho ancora il desiderio e l'ambizione di raggiungere molto di più».

La domanda, però, è un'altra: quanto ancora potrà durare la carriera di Vardy ad alto livello? Considerata l'età, si può stimare che l'inglese nella migliore versione possa garantire al massimo un biennio - il contratto con i grigiorossi avrà durata annuale con opzione di rinnovo per una seconda stagione. Il gioco è valso davvero la candela? Può aver senso, a 38 anni, assecondare l'istinto dell'agonista? Pensare al ritiro e non essere più considerato alla stregua di una semi-divinità non dev'essere facile da accettare, specialmente da chi si è costruito una carriera da zero e si è visto travolgere da un'ondata di popolarità a quasi trent'anni.
In molti, nel passaggio dell'attaccante dalla Premier alla Serie A, hanno intravisto un rigurgito di romanticismo. Meglio cedere alle lusinghe di una squadra italiana che lotta per la salvezza piuttosto che a quelle di un ricchissimo club di un campionato periferico. A grandi linee, il ragionamento può essere condivisibile.
È innegabile che, dal punto di vista della visibilità, l'operazione che ha portato l'attaccante alla Cremonese sia un colpo da 10 e lode. Il solo fatto che l'inglese abbia scelto di giocare coi grigiorossi - squadra in auge nella seconda metà del 900 e poi lentamente eclissatasi - non può che riaccendere i fari sportivi sulla città del violino. Vardy ormai è un brand che va oltre i colori d'appartenenza, da solo avrà il potere di attrarre un buon quantitativo di fan, prettamente internazionali, al suo seguito. L'inglese è diventato sinonimo duro lavoro e perseveranza, un calciatore nel quale è facile immedesimarsi, vista la sua storia da working class hero.
Vardy è diventato un eroe di culto. È diventato nostalgia ancora prima di esserlo effettivamente. Forse ci rimanda all'archetipo del giocatore che bada più alla sostanza che alla forma. In una parola: anacronistico. Un giocatore, insomma, al quale non ci si vergogna di sentirsi affezionati. E poi, lo abbiamo sentito già un po' italiano già dal momento in cui, alle dipendenze di Claudio Ranieri, regalava al grande pubblico una delle più belle storie di calcio mai scritte. Tutti questi motivi spiegano la calorosa accoglienza riservata a Vardy da tutti i tifosi del calcio italiano, non solo da quelli della sua futura squadra.
Qui dobbiamo porci un altro interrogativo: se non fosse stato un working class hero contemporaneo, avremmo considerato allo stesso modo l'approdo di Vardy in Serie A, o lo avremmo considerato alla stregua di uno di quei calciatori sulla via del tramonto che viene a svernare nel nostro campionato? Perché gli arrivi di Modrić (40 anni) e De Bruyne (34 anni, ma con diversi infortuni alle spalle) - calciatori di un altro standing - hanno fatto storcere il naso a qualcuno in più, mentre il trasferimento di Vardy in Italia è considerato come eclatante? Forse per via del senso di sazietà di questi due? O, magari, per l'assurdità del trasferimento?
Il valore di Vardy non è in discussione: si parla pur sempre di un attaccante capace di segnare 9 gol in 35 incontri dell'ultima Premier League, unanimemente riconosciuto come campionato più competitivo al mondo. Non è detto che non segni gol pesanti e che non assuma un ruolo importante nella causa della Cremonese. Il dubbio nasce dall’utilizzo che verrà fatto di Vardy: se sarà semplicemente trattato da icona o se invece entrerà stabilmente nelle rotazioni.
Non è scontato che l’aver avuto un passato glorioso sia sinonimo di garanzie attuali, a maggior ragione in un contesto diverso. Nonostante l'esperienza già vissuta da Davide Nicola nel gestire prime punte più di là che di qua - calcisticamente parlando, ultimo in ordine cronologico Leonardo Pavoletti -, è qui che il romanticismo, ammesso ci sia, potrebbe cedere di fronte alla realpolitik.
Al di là del contributo che Vardy potrà dare, il capitolo relativo ai calciatori che si trasferiscono in Italia nella loro fase di carriera avanzata dovrebbe senz'altro far accendere una spia sullo stato del nostro calcio. Quello che spesso viene celebrato come un trionfo, non è altro che uno specchietto per le allodole. Il punto, essenzialmente, è questo: confondere l'emotività con l'utilità. La nostalgia con la necessità. Fin quando si penserà a rimedi istantanei, efficaci o meno che siano, si perderà di vista l'obiettivo più grande: riportare a livelli competitivi il calcio italiano. Per ora, però, non ci resta che goderci i gol di Jamie Vardy.
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