
Marten, la bandiera sudata sempre
De Roon è l’unico che incarna l’Atalanta del prima, del durante e del dopo Gasperini.
Sera del 10 luglio 2015, una decina di ore prima dell’annuncio ufficiale che comparirà sul sito dell’Atalanta. “Chi viene da fuori e arriva a Bergamo, che veda dove arriva. Che capisca dove è venuto a giocare a calcio” urla nel microfono Claudio Galimberti, in arte e in lotta Bocia, dal palco della Festa della Dea. Pochi passi dietro di lui German Denis, Davide Bassi, Cristiano del Grosso, Nicolò Cherubin, Emanuele Suagher, Giulio Migliaccio, Guglielmo Stendardo, Marco D’Alessandro, Luca Cigarini.
Di fronte a uno dei capi ultras più celebrati e osteggiati del calcio italiano, qualche migliaio di tifosi atalantini, qualche centinaio di birre e una manciata di figlioletti sulle spalle dei papà. Nel cestello di un carrello elevatore, issato a una decina di metri da terra, Carlo Perrone (165 gare in Serie A con Bari, Atalanta e Padova tra fine ’80 e inizio ’90) e un 25enne centrocampista di Zwijndrecht, Olanda Meridionale.
Rum, Rùn, Terùn, van de Run, Martin, o come viene cercato di chiamare dal Bocia, riprende tutto con l’IPhone. Migliaia e migliaia di persone che cantano per lui, e manco sanno bene il suo nome. Atterrato su un pianeta sconosciuto. Indossa una maglietta nera, sul torso il fotogramma di un’estatica Katharine Ross ne Il Laureato e la scritta SOUND OF SILENCE, probabilmente ispirata a uno dei poster della canzone di Simon & Garfunkel, colonna sonora del film con Dustin Hoffman.
[Postilla: Devi sempre solo vincere è un coro del tifo atalantino da pochi mesi, più o meno dal dicembre 2014, con testo curvaiolo e melodia copiata da quella canzone del 1964. Quella maglia non poteva essere messa apposta, non lo poteva sapere. Forse.]
Marten Elco de Roon sale sul palco. Non sa una parola di italiano, né nessuno attorno a lui sa una sillaba di inglese. Gli viene messo in mano il microfono. Cosa ci si aspetta che potrà mai dire? Qualche frazione di silenzio: il silenzio di de Roon per ripetere nella mente le 6 parole che faranno immediatamente la storia sua e della gente che sta per diventare sua; il silenzio delle migliaia di persone nel parcheggio di OrioCenter.
“Pota s-cècc, forza Atalanta, forza Bergamo!”. Traducendo e parafrasando per tutti i non parlanti bergamasco, “Cosa potrei dire di più naturale? Non ho altra scelta, ragazzi: forza Atalanta, forza Bergamo!”

È bastato davvero solo questo. Era sufficiente un centrocampista dal portamento che ricorda quello di Strömberg, straniero ma inspiegabilmente già bergamasco. Il primo acquisto alla Sartori di Sartori in nerazzurro si rivelerà il perfetto ponte tra l’Atalanta di prima e l’Atalanta di adesso: preso a poco, rivenduto a tanto, ripreso ad altrettanto, legato in eterno a prescindere dal ciclo che ha reso l’Atalanta materia di interesse nazionale e internazionale.
Sarebbe sbagliato ricordare de Roon come simbolo dell’Atalanta di Gasperini, sarebbe doveroso farlo in quanto personificazione dell’Atalanta e basta.
Marten c’è nella seconda annata di Reja, quella dei 6 pareggi e 8 sconfitte consecutivi nel bel mezzo del 2015/16, già giocatore più impiegato della rosa al pari di Sportiello (36 presenze su 38 di Serie A). C’è quando faceva i giri di campo da solo nell’allora Atleti Azzurri d’Italia, qualsiasi fosse il risultato appena ottenuto, per ringraziare tutto il pubblico. C’è a finanziare la prima sessione di mercato estiva di mister Gasperini, vivendo il brillare delle gemme nascoste di Zingonia da Middlesbrough, ultima cessione che impersonasse perfettamente il modus operandi atalantino prima della venuta di Gasp.
Il numero 15 c’è a fugare i dubbi su come ereditare il dinamismo nella doppia fase del Kessié 2016/17, lui che in carriera aveva sempre fatto il mediano, al più la mezzala di equilibrio di un centrocampo a 3. C’è a costituire la metà del codice che sostiene l’impalcatura dell’Atalanta più bella, deRoonFreuler. C’è quando Gasperini si trova a sostituire l’amico di tante battaglie sportive (195 partite, fianco a fianco) con surrogati extralusso, uno dal calcio più sofisticato (Koopmeiners) e l’altro dall’atletismo superiore (Éderson). C’è sempre, negli istanti interlocutori e in quelli decisivi, in secondo piano nei momenti più belli ma soprattutto a somatizzare la delusione in quelli più dolorosi.
Con la Lazio, il 6 aprile 2025, Marten è stato il 15° giocatore in attività a tagliare il traguardo delle 300 presenze in Serie A. Quelli più vicini a farlo con una sola squadra potranno essere Marusic (247 gettoni con la Lazio), Lautaro Martinez (237 con l’Inter), Skorupski (235 a Bologna), El Sharaawy (233 a Roma), una delle bandiere-apparentemente-meno-bandiere del massimo campionato italiano, Rafael Leão (198 volte sceso in campo col rossonero milanista).
Le 300 presenze totali con la Dea erano state raggiunte all’esordio stagionale nell’annata dell’Europa League vinta (Sassuolo-Atalanta 0-2, 22 agosto 2023), il record di presenze di sempre in Serie A per un giocatore atalantino l’ha invece raggiunto scendendo in campo contro l’Udinese a inizio novembre 2024: Gianpaolo Bellini e il compianto Stefano Angeleri, fermi a quota 281, hanno ceduto lo scettro.
Nelle 9 stagioni di voti nuziali con la sua Dea, de Roon ha giocato l’89,77% delle gare ufficiali disputate dall’Atalanta, 395 su 440. Tra queste, in 24 casi è stato sostituito per ragioni tattiche o di riposo, 9 volte per un infortunio. Solamente in 28 occasioni è partito dalla panchina per poi subentrare a gara in corso: quando Marten de Roon gioca per l’Atalanta, nell’84,55% dei casi lo fa dall’inizio al triplice fischio. Il massimo di partite saltate consecutivamente da Marten nelle stagioni nerazzurre? 4, le prime della Serie A 2021/22, in cui scontare la squalifica per l'unica espulsione (!) rimediata in nerazzurro per il pugno a Rade Krunic nell’Atalanta-Milan della doppio rigore di Kessié.
Marten de Roon c’è, sempre
Non è un caso che de Roon abbia raggiunto un primato simile dopo la trasferta di Firenze del 30 marzo, in cui ha condensato tutta la mancanza di lucidità nel retropassaggio assassino per Hien sul gol di Kean, nonché in una serie infinita di appoggi e tempi di intervento sballati (8 passaggi sbagliati su 35 tentati, nessuno dei 4 lanci lunghi ricevuti da un compagno, 6 duelli persi su 11 ingaggiati).
Con la Lazio ha mantenuto il 92% di accuratezza nei passaggi, contro il Bologna ha vinto il 75% dei duelli ingaggiati coi trequartisti di Italiano, col Milan ha toccato quota 9 alla voce "tackle+intercetti+chiusure decisive", con la Roma si è trasformato nuovamente da braccetto sinistro vincendo 6 degli 8 duelli a cui l'ha costretto Matias Soulé. Nelle 4 partite più pesanti del finale di stagione, dopo la prestazione peggiore della stagione sua e quindi di tutta l'Atalanta, anche in maniera più vistosa e appariscente del solito, ecco il marchio di Marten.
Nel cuore del popolo nerazzurro, primo riferimento tra i giocatori dell’ultimo decennio. In campo, determinante a prima vista soltanto quando il resto della squadra performa poco. Come una comparsa extralusso, che risalta in scene marginali ma che si fa tramite delle istanze del dietro le quinte, esponente principe e bandiera del “La maglia sudata sempre” che riempie maglie e striscioni atalantini.
Persino nell’accelerazionismo tattico gasperiniano non è stato de Roon il più rivoluzionario: un passo indietro rispetto al ritorno al regista tuttocampista del Papu, un passo indietro rispetto ai centrali difensivi invasori sdoganati da Tolói, un passo indietro alle combinazioni daquintoaqquinto che marchiano qualsiasi esterno a tutta fascia passato a Bergamo. Non il giocatore gasperiniano per antonomasia, di sicuro quello più atalantino.
In concomitanza con la naturale fine dell’epopea di Gasp all’ombra della Maresana, pare non si potesse trascendere dal consegnare la panchina a una persona che l’abbia conosciuto da vicino, che l’abbia toccato con mano. E allora gli Juric - com'è effettivamente avvenuto -, i Tudor, i Thiago Motta, i Palladino. E allora anche l’ipotesi di un passaggio di testimone addirittura con alcuni tra gli esponenti più longevi di questa Atalanta, possibilmente più di là che di qua come calciatori, perché no?
Francesco Rossi e Rafael Tolói, gli unici presenti dal primo giorno di Gasp a Bergamo? Uno è il terzo portiere, troppo poco sexy; l’altro ha già espresso la volontà di tornare nella fazenda di famiglia in Brasile, al massimo gestirà in prima persona la sua scuola calcio a Glória d’Oeste e consiglierà qualche futuro fenomeno. Djimsiti e Pasalic, che hanno bucato soltanto le prime due stagioni? Il più completo non sarebbe Freuler, allenatore in campo per linguaggio del corpo e comunicazione già ai tempi di Reja, che oltre a Gasperini avrà assorbito le idee di Thiago Motta, Italiano, Petkovic, Yakin e chissà chi altro?
Invece no, la connessione naturale è con Marten de Roon. D’altronde, un cittadino onorario che sentenzia “Bergamo? Io ci resto, quando smetto” nelle riprese di “Atalanta. Una vita da Dea” non ce lo si può immaginare totalmente slegato dal futuro bergamasco.
Ancor più che da bordo campo lo si immagina come una sorta di brand ambassador, alla cui postura collegare istantaneamente la Dea. Sulle orme, anche in questo caso, di Strömberg, di gran lunga la persona più celebrata tra quelle presenti al Gewiss Stadium per Atalanta-Liverpool 0-1, a 11652 giorni dall’ultima gara giocata in nerazzurro.
Il bersaglio e capro espiatorio per assorbire tutto il brutto, lo specchio per riflettere una volta in più tutto il bello. Il più odiato, sempre e comunque, dell’ultima italiana che è riuscita a evolvere da squadra-simpatia a intrusa scomoda o invidiata al tavolo dei grandi. Il più amato, sempre e comunque, da un tifo che lo avrebbe apprezzato allo stesso modo e per gli stessi motivi anche se avesse giocato in B.
L’Atalanta gioca e perde tutte le finali di Coppa Italia di questo ciclo? De Roon è tra i peggiori in ognuna delle 3, cornuto nella prima nell’episodio del mani di Bastos e mazziato nell’ultima dalla lesione al bicipite femorale che lo costringe al cambio. La Dea compie la cavalcata più esaltante della sua storia? A Liverpool gioca per la prima e unica volta in carriera da braccetto sinistro (!), a Dublino alza l’Europa League già conquistata ma ancora zoppicante per l’infortunio della settimana prima all’Olimpico.
Nella finale di Supercoppa Europea 2025 è tra i migliori per un tempo abbondante, dà del tu nel confronto tra moti perpetui con Bellingham ma è da una sua brutta gestione in possesso che nasce il gol di Valverde che spezza la partita. Un rapporto molto atalantino, quello tra Marten e le finali, per un ambiente che rivendica il legame viscerale con la squadra soprattutto nelle sconfitte.
Saper perdere con più orgoglio e fierezza di tutti gli altri: il vero Scudetto dell’Atalanta. Il vero Scudetto di Bergamo. Il vero Scudetto di Marten Elco de Roon.
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