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, 15 Luglio 2025

"Conte, un apologeta della fatica", intervista a Mauro Berruto


Il parlamentare torinista ha curato il racconto di chi ha riportato alla vittoria Juve, Inter e Napoli.

Il calcio italiano non vive un periodo felice. Molti club sono in preda a difficoltà economiche, squadre dall'alto blasone vengono guidate da presunti spiriti degli algoritmi. Il calcio, in Italia, sembra essere scarico di grandi personaggi. Fra le poche eccezioni c'è Antonio Conte, fresco vincitore dello Scudetto 2024-25 col Napoli, il quinto nella sua carriera da allenatore.

Assumere Antonio Conte alla guida della propria squadra è diventato qualcosa che va oltre la semplice dichiarazione d’intenti: è una promessa di fatica, quasi sempre declinata in vittoria sportiva. È successo alla Juventus, al Chelsea, all'Inter, infine al Napoli. Una serialità di successi ricavati da un approccio gestionale vincente: un modello che è diventato argomento del libro Dare tutto, chiedere tutto, edito da Mondadori e scritto insieme a Mauro Berruto.

Mauro Berruto, così come Antonio Conte, è una figura che ha lasciato il segno sullo sport italiano: ha vinto una medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici di Londra 2012 e raggiunto due volte la finale agli Europei di pallavolo maschile con la Nazionale Italiana. Sempre con la pallavolo, si è seduto sulle panchine della Finlandia e della Grecia, ed è stato anche direttore tecnico della nazionale italiana di tiro con l'arco.

Dal 2022 è parlamentare, è stato eletto con il Partito Democratico di cui è membro della segreteria nazionale con delega allo sport. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Mauro Berruto per approfondire alcuni temi del libro scritto insieme ad Antonio Conte, ma soprattutto per parlare del senso dello sport a livello culturale, della sua carriera da allenatore e del futuro dello sport italiano in ambito politico.

Berruto, com'è maturata la scelta di scrivere questo libro insieme ad Antonio Conte?

Devo fare una premessa: non conoscevo a livello personale Antonio Conte fino al giorno in cui ci hanno fatto incontrare. Era il maggio 2024, Mondadori aveva un accordo con Antonio per la pubblicazione di un libro che raccontasse la sua visione nel calcio. È stata Giulia Mancini, manager extracalcistico di Conte, a telefonarmi e a propormi l’idea: «Parlate lo stesso linguaggio, incontratevi, se vi piacete può essere un progetto interessante». Sono andato a casa di Antonio a Torino, ci siamo confrontati ed è scattata subito la scintilla. Sono tante le cose che ci accomunano, al di là dell’età: entrambi abbiamo allenato dei club, abbiamo allenato la nazionale italiana, abbiamo una visione comune nello sport. La differenza è una: lui prima è stato un grandissimo calciatore, ha vinto tutto, mentre io non ho mai praticato lo sport che mi sono ritrovato ad allenare. Ci siamo incontrati quando Conte era ancora fermo e non aveva ancora la proposta del Napoli — era la prima metà di giugno 2024.

Non è un libro sul gossip calcistico, è rivolto a chi è interessato a capire cosa significhi il gesto di allenare. Abbiamo raccolto una serie di riflessioni comuni mettendo a confronto sport e discipline diverse. Nella parte centrale del libro abbiamo mostrato la sua visione dello sport: dare tutto, chiedere tutto, una frase che vale anche come titolo, rappresenta bene questo modello di gestione sportiva. Tu puoi chiedere se prima hai dato tutto.

Il libro è uscito nel mese di maggio 2025, poco dopo la vittoria dello Scudetto del Napoli.

Ti racconto questo aneddoto particolare. Questo libro era stato scritto sulla base dei miei incontri con Conte prima dell’estate 2024, Mondadori scelse come periodo della pubblicazione il mese di marzo 2025. Antonio Conte disse: «Voi siete matti. Esce un libro mentre io mi sto giocando la fase finale del campionato?». Se fosse uscito in quel momento, qualora il Napoli non avesse vinto poi lo Scudetto, sarebbe stato soggetto a una marea di illazioni crudeli. Ci furono grosse discussioni con la casa editrice, alla fine si decise di farlo uscire alla fine del campionato. Difatti è uscito due giorni dopo la vittoria dello Scudetto del Napoli, clamorosamente.

Durante la lettura del libro si notano diversi tentativi di rendere questo modello di gestione sportiva applicabile anche con il mondo aziendale, specialmente per chi occupa ruoli di amministrazione oppure per chi deve prendere decisioni importanti. Questo libro racconta il modo di costruire una cultura sportiva, ma a chi pensavate di dover rivolgere questo messaggio?

È un libro rivolto a chi esercita il gesto di allenare. Non solo in ambito sportivo, ma a chiunque formi delle squadre e si rivolga ad obiettivi. In un’azienda, in una scuola, in un ospedale: c’è chi lo applica nello sport, ma anche altrove, come i manager, un primario di ospedale, un insegnante con la classe, chiunque abbia uno staff da gestire. Anche chi gestisce una rete di poche persone. Noi abbiamo tentato di dimostrare prima di tutto che il gesto dell’allenare è lo stesso in tutti gli ambiti; poi come metterlo in campo.

Lei diceva di non aver conosciuto Antonio Conte personalmente, ma sappiamo che lei è un grande tifoso del Torino. Com’è stato approcciarsi a un simbolo della Juventus, per lei? E Conte è così come lo vediamo da lontano, dalla televisione o dallo stadio?

Io ho scoperto una persona curiosa, estremamente attenta, rispettosa, componenti che spesso non appartengono all’immaginario collettivo, spesso limitato a presentarlo come una persona dura ed esigente. Conte è esigente con sé stesso, ed è calato in una realtà in cui c'è la necessità di essere esemplare, e torniamo al titolo del libro. È un uomo con valori forti, che influenza il suo stile di leadership e di costruzione delle proprie squadre.

Non ne abbiamo parlato molto, ma lui ha imparato molto dalla sua famiglia, da suo padre magazziniere di una piccola squadra di calcio. È una persona totalizzata con il rapporto con il suo mestiere, aperto alle innovazioni — raccontiamo nel capitolo misura la capacità dei nuovi strumenti tecnologici di essere così importanti nel mondo sportivo. È una persona attenta a tutto ciò che lo circonda.

Cosa significa allenarsi con Antonio Conte (Fonte dell'immagine: Tuttosport)

Sulla seconda domanda: sì, Conte è un allenatore che ha un impatto clamoroso fin dai primi momenti nelle squadre in cui allena. Alla Juventus, al Chelsea, all’Inter, nell’ultima esperienza al Napoli: era la squadra meno accreditata a vincere lo Scudetto, e farlo dopo essersi indebolita nel mercato di gennaio, privandosi di un calciatore fondamentale (Khvicha Kvaratskhelia, ndr) per lo scudetto di due anni fa...

E che ha vinto una finale di Champions League qualche mese dopo.

Esatto. Quindi credo che questa capacità di Conte di impattare nell’ambiente e orientarlo con così efficacia in poco tempo sia qualcosa di unico, senz’altro un valore aggiunto. A proposito, dal momento che parliamo della Nazionale italiana e delle polemiche attorno: al netto della vittoria di Euro 2020, estemporanea, io credo che la Nazionale allenata da Conte sia stata quella in grado di esprimere la miglior prestazione degli ultimi quindici anni rispetto al materiale tecnico a disposizione. Dunque sì, non ho dubbi, non ho nemmeno dei corrispettivi nelle altre discipline di una capacità sportiva del genere.

Rimaniamo al suo Torino. L’allenatore di quest’anno è stato Paolo Vanoli, poi esonerato a fine campionato. Nel vostro libro raccontate come il mestiere dell’allenatore sia un mestiere che porti solitudine, ma spesso anche il peso di essere l’unico, o il primo fra tutti, a pagare a proprie spese gli esiti di un progetto sportivo che non decolla. Lei crede che Vanoli rientri, in parte, in questa situazione? Magari per salvare un po’ un’ambiente che non funziona su più dimensioni?

Non ho dubbi a riguardo. Ho avuto il piacere di conoscere e chiacchierare con Vanoli, ovviamente mi astengo sul giudizio tecnico, parlo da tifoso: credo che Vanoli sia stato un allenatore che ha dimostrato di voler bene al Toro. Questa cosa, evidentemente, ha generato delle reazioni… mi ha molto stupito la modalità del suo esonero.

Dopo la partita contro la Roma, le dichiarazioni del presidente (Urbano Cairo, ndr) «si rischia di allenare i tifosi e non i giocatori», una frase poco rispettosa nei confronti del lavoro di un allenatore che, ai fatti, ha salvato una squadra con largo anticipo, dopo una grande partenza a organico completo. Vanoli ha fatto un ottimo lavoro e accolgo con i migliori auguri l’arrivo di Marco Baroni, ma da tifoso mi è dispiaciuto come sia stato trattato Vanoli. Sia l’allontanamento, sia il modo in cui è stato fatto.

Paolo Vanoli ha fatto parte dello staff di Antonio Conte al Chelsea, all'Inter e con la nazionale italiana
Berruto mi informa che a breve dovrebbe partecipare a una commissione con il proprio partito alle 14 in punto, ma affacciandosi sulla sala riunione non scorge nessuno.

Guarda, sono ancora il primo, quindi credo che possiamo andare avanti, anche qui nel mondo che frequento ora (la politica, ndr) sembra che alcuni valori siano stati persi. La puntualità non è più una qualità condivisa. Vedo che è tutto più flessibile, blando….

A proposito di questo ambiente nuovo, la politica. Lei ha ottenuto la modifica dell’articolo 33 nella Costituzione italiana due anni fa, introducendo lo sport nella carta delle carte, nella Costituzione Italiana. Ne avevamo parlato qualche mese fa. Quali saranno le prossime mosse che ha intenzione di fare sullo sport?

Ne ho parlato nel mio ultimo libro, Lo sport al potere, in cui propongo una vera e propria agenda politica da seguire per l’Italia, una sorta di mio manifesto politico, un tentativo di offrire uno strumento di riflessione da affiancare alla parte simbolica dell’attualizzazione della nostra Costituzione si aggiunga. Per due terzi è dedicato a smentire una scemenza che molti dicono: ovvero che lo sport e la politica siano separati, sconnessi l’un l’altro. Poi c’è tutta una parte storica, sul Novecento, secolo dello sport, intrecciato dalle ideologie. È un fatto che sport e politica si siano intrecciati da sempre. Infine c’è l’ultima parte del libro che è il mio manifesto: dodici linee strategiche sulle quali questo paese può riflettere per produrre politiche per lo sport.

Torniamo al libro con Conte: avete raccontato come lo sport sia rimasta un’attività “offline”, improntata sulla fatica. Dobbiamo pensare che lo sport sarà contaminato dalla tecnologia, oppure si manterrà "offline" e, magari, arriverà rieducare noi, esseri umani fin troppo connessi?

Beh, se c’è un apologeta della fatica quello è proprio Antonio Conte. L’allenamento lo devi fare lasciando il telefonino negli spogliatoi. Questo non vuol dire che bisogna demonizzare la tecnologia: lo stesso Antonio Conte dimostra che bisogna usarla al servizio dei propri scopi. È chiaro che ci troviamo di fronte a delle frontiere dello sport che non sappiamo dove ci porterà: penso all’intelligenza artificiale, che si propone come strumento predittivo sul rendimento degli atleti in gara. Io ho fatto un esperimento simile nel 2012 nella pallavolo, nella fase della preparazione statistica della preparazione delle partite. Quella era una fotografia del passato, di una cosa successa prima.

Gli algoritmi che muovono i principi base dell’intelligenza artificiale si muovono proprio in questa direzione: in base alle caratteristiche dimostrate, esse provano a prevedere la prestazione degli atleti. Un’altra cosa, che nel calcio è di un’importanza magistrale. La capacità di prevedere gli infortuni. Sulla base di informazioni raccolte, elementi oggettivi, portano ad avere un livello importante in quel settore. Quando una società di calcio investe decine di milioni di euro su un calciatore, le squadre possono cautelarsi e tutelare l’investimento proteggendolo dagli infortuni. Quindi tutte queste componenti possono potenziare le capacità di un allenatore.

Certo, c’è una schiera di allenatori che percepiscono tutto questo come una minaccia. Conte non è sicuramente fra questi. Queste possibilità creeranno però un solco: fra chi utilizzerà le nuove tecnologie e chi no. Poi, grazie al cielo, l’attività sul campo rimane una cosa imprescindibilmente offline: la bellezza sarà tenerle entrambe insieme.

Questa generazione di atleti ha creato un rapporto più profondo con la tecnologia in generale. In questo senso, spostando lo sguardo, la tecnologia, e con essa i dati, possono creare un uso massiccio dei dati, forse anche in modo deleterio: penso a tutte quelle squadre che si affidano troppo ai dati, arrivando a danneggiare anche agli stessi atleti.

Siamo di fronte a un argomento ancora inedito. Io non temo la dittatura del dato, i dati bisogna averli. Qualcuno può essere più romantico sull’interpretazione del mestiere da allenatore di calcio. Tempo fa, gli allenatori tornavano dalla Germania, dalla Svizzera, con i report di dati. Gaetano Scirea è morto proprio su questa strada: mentre tornava dopo un report dei dati su una squadra che la Juventus avrebbe affrontato in Coppa UEFA. Se è possibile semplificare questa dinamica, perché non utilizzarli? Dipende sempre dall’utilizzo di uno strumento quello che possiamo ricavarci.

Ci saranno persone più capaci di attingerci, persone meno capaci di farlo. Come detto prima, ci sarà una differenza fra chi utilizzerà i dati e chi no. Io non ci vedo nulla di minaccioso: anzi, può esserci un’opportunità per migliorare. Bisogna senz’altro prepararsi a questo nuovo scenario, piuttosto che rigettarlo.

Qualcuno ha anche avanzato l’idea, forse provocatoria, di portare gli esports alle future Olimpiadi.

Io sono molto laico su questo aspetto. Ho tutto l’amore del mondo per i giochi olimpici e la loro storia. Ai giochi olimpici del 1900 c’era il tiro alla fune, ai Giochi Olimpici di Parigi 2024 c’erano lo skateboard e la breakdance. È normale che all’interno dell’evoluzione del mondo sportivo anche le Olimpiadi trascinino con sé queste evoluzioni.

E ti dico: pensa agli sport di precisione come la carabina, quando gli atleti indossano una tuta che è un esoscheletro, dei paraocchi, in un luogo indoor e molto buio, in cui un millimetro o un millimetro e mezzo porta la vittoria o la sconfitta. È davvero tanto diverso da ciò che fanno gli egamers? Da un lato serve un’apertura intellettuale sui cambiamenti del mondo sportivo, dall’altra lo sport passa inesorabilmente dal movimento del corpo, dall’arte motoria, da condizioni specificamente analogiche.

Il fattore umano è imprescindibile, non c’è dubbio.

Assolutamente. Se qualcuno non si spacca il culo in allenamento, non ci penserà certo la tecnologia a fargli vincere lo Scudetto...

Mauro Berruto, 56 anni, da politico ha ottenuto l'introduzione dello sport in Costituzione (Foto: Torino Magazine)
In Dare tutto, chiedere tutto esprimete a più riprese che uno degli obiettivi principali del buon allenatore è quello di costruire un'ambiente sano, predisposto al lavoro e al sacrificio. C’è mai stato un luogo, un ambiente in cui ha sentito qualcosa di speciale rispetto alle altre esperienze sportive che ha vissuto?

Sì, la Finlandia. I miei sei anni in Finlandia sono stato l’esempio di un luogo speciale… quando parlo dell’impatto che ha Conte nei luoghi che va a lavorare, qui siamo in un caso analogo: siamo partiti veramente da quasi zero, in un ambiente dove la cultura pallavolistica era quasi assente.

Chiaramente c’era una grande cultura sportiva in altri ambiti, come l’hockey su ghiaccio o sull’atletica leggera, però da una parte a fare la differenza è stata la totale disponibilità al lavoro da parte degli atleti finlandesi, in grado di dare tutto, dall’altra la mia volontà di trasformare un ambiente e renderlo vicino ai modelli che avevo, primo fra tutti il campionato italiano e la nazionale italiana.

Quindi quella sinergia lì, quella contaminazione lì, mi ha insegnato l’importanza della programmazione: nel mondo scandinavo la programmazione è un mantra, una legge assoluta. Dalla loro parte, credo di esser stato in grado di aver trasmesso il mio approccio latino, di interpretazione agonistica, di voglia.

Io racconto sempre una cosa: il mio primo anno e mezzo in Finlandia l’ho trascorso spiegando ai miei giocatori che ci allenavamo per vincere le partite, non per il gusto di allenarci. Spesso lì, a loro, per loro era un valore assoluto allenarsi alla perfezione, ma cambiava l’approccio alla partita: per loro aveva la stessa valenza dell’allenamento, in sostanza vincere o perdere non faceva differenza. Non voglio dire indifferente, ma quasi. Quindi io ho impiegato molto tempo a spiegare ai miei atleti che quello che facevamo, ossia ammazzarci di lavoro, era dedito a vincere.

Lì non ho vinto medaglie per ricordare il lavoro svolto con loro, ma c’è un 4° posto agli Europei di Mosca 2007 che ha un valore storico di altissimo livello — il miglior risultato della storia della pallavolo finlandese fino ad oggi. Era una squadra che non si qualificava all’Europeo da dieci anni. E ho soprattutto la memoria di un anno solare dove in World League battemmo Russia, Stati Uniti, Brasile, Polonia, Serbia… tutte le migliori squadre del ranking. In palazzetti dove c’erano diecimila tifosi finlandesi.

È un traguardo incredibile se penso al fatto che qualche anno prima partivamo con i genitori e i parenti stretti degli atleti sugli spalti. Non c’era quella cultura, insomma. È vero che poi i progetti, i percorsi si misurano in base ai trofei e le medaglie che vinci, tuttavia, se penso al modo in cui avevo iniziato questa avventura e al punto di arrivo, non c’è niente di paragonabile con quello che ho vissuto a livello sportivo.

Allenare significa anche creare valore.

Quando sono arrivato in Finlandia c’erano solo tre giocatori finlandesi che giocavano in Europa. Tutti gli altri giocavano nel campionato finlandese, un campionato di secondo livello. Quando sono andato via da lì, erano venti i finlandesi a giocare nei migliori campionati europei di pallavolo. Chiaramente si era innescato un circolo virtuoso del quale hanno beneficiato tutti. Avere il sogno o l’obiettivo di giocare in un campionato europeo per un ragazzino finlandese che gioca a pallavolo non era nemmeno pensabile.

Qui in Italia abbiamo l’abitudine di ignorare il CT della nazionale di calcio per quasi tutto l’anno, salvo poi essere mandato in pasto all’opinione feroce del paese durante i tornei internazionali o alle qualificazioni. Penso anche all’accanimento verso Jannik Sinner, cui sembra esser figlio di un giudizio severo e di una sorta di attesa continua di un suo sbaglio. Perché, secondo lei, noi italiani ci rivolgiamo in modo isterico verso lo sport, a differenza di molti altri paesi?

La mia fortuna è stata quella di allenare non solo l'Italia, ma anche la Finlandia e la Grecia, ho avuto così il modo di vivere tutto lo spettro delle differenze nel mondo dello sport. Grecia e Finlandia sono culturalmente opposte fra di loro. In mezzo c'è l'Italia, un paese che vive in un paradosso, che racconto nel mio libro Lo sport al potere: l'Italia continua a stare nelle posizioni migliori del medagliere olimpico, ma ha una pratica di diffusione sportiva bassa, fra le peggiori in Europa.

Il paradosso simmetrico è proprio la Finlandia: quasi l'80% dei cittadini finlandesi dichiara di praticare sport regolarmente, ma a Parigi 2024 hanno raccolto zero medaglie. È il frutto di una scelta politica, dove si sceglie di catalizzare le risorse.

La Finlandia, paese civile e dall'alta qualità di vita, intende lo sport principalmente come un sistema di welfare. Dunque la Finlandia agisce con politiche dedite alla diffusione dello sport in modo ampio, come obiettivo di salute, mentre ne effettua molto di meno sull'aspetto iper-agonistico, quello d'élite. L'Italia fa esattamente il contrario: destina quasi tutte le risorse agli obiettivi di vertice.

Siamo qui a scannarci tutti i giorni per far partire alcune manovre politiche, come il docente specializzato in educazione fisica fin dalle scuole elementari. Alla dignità dello sport a scuola, all’università, alla dual career, penso anche ai modelli sportivi degli Stati Uniti, in Australia o del Sudafrica. Dobbiamo trovare un equilibrio fra queste due posizioni, da cui anche si trae politica.

Quelli di Italia e Finlandia sono due esempi che smentiscono un ragionamento comune: non è vero che se aumenti la diffusione di uno sport, esso diventerà un'eccellenza della nostra nazione. Anzi, per vincere delle medaglie olimpiche, bisogna investire su pochi atleti. Come fece l'Inghilterra prima delle Olimpiadi 2012: hanno concentrato risorse e attenzione su tutti quegli sport che erano in grado di vincere e hanno portato a casa tantissime medaglie. Tuttavia, i paesi che hanno una diffusione sportiva più ampia sono quelli che sanno interpretare meglio una sana cultura sportiva.

L’esempio che tu mi porti, il clima attorno al CT della Nazionale o nei confronti di Jannik Sinner, sono dettati dal nostro agonismo estremo, sui fondi destinati maggiormente ai piani alti dello sport, piuttosto che alla diffusione capillare. Pensate al pubblico della pallavolo, in cui il clima nei palazzetti è sempre rispettoso, pieno di famiglie, senza episodi di violenza: questo accade perché è composto perlopiù da praticanti o ex praticanti dello sport, quindi da spettatori che possiedono maggior consapevolezza della difficoltà dei gesti tecnici.

È soddisfatto del margine di manovra che è concesso allo sport all'interno della politica italiana e nel suo partito?

Partiamo dal presupposto che di margine di manovra nel mondo sportivo politico ce n’è. Cerco di essere equidistante e critico anche nel mio quadro di riferimento politico: la sinistra ha lasciato molto spazio, non ha considerato lo sport all’altezza di quello che è, ovvero uno strumento di inclusione, di spazio comune, di crescita. Ha lasciato un vuoto.

Dall’altra parte, questo vuoto, è tentato di essere occupato da questo esecutivo (il governo di Giorgia Meloni, ndr) nelle posizioni apicali. Mi riferisco alla società di proprietà dello Stato che è Sport e Salute, che fa da cassaforte del CONI. Noi stiamo per votare un decreto sport riguardo la governance delle ATP Finals di Torino. Sono una manifestazione che arriva al suo quinto anno e che ha dimostrato nel tempo di essere un’efficienza economica e di sviluppo territoriale.

Come lei sa, abbiamo poco margine di manovra: i nostri emendamenti verranno ignorati. Dunque ci sarà un intervento diretto della governance che inserirà una serie di figure che discendono direttamente dalla coalizione di governo. Dunque: c’è sicuramente stato un vuoto lasciato colpevolmente dalla mia parte politica, ma c’è un tentativo chiaro di occupare lo sport da parte dell’altra sponda politica, senza lavorare ad obiettivi concreti per lo sport in Italia. Lo sappiamo bene: lo sport rappresenta da sempre una filiera in grado di raccogliere consenso.

Arriviamo alla fine: come pensa di poter muoversi per il bene dello sport in Italia?

Quello che cerco di fare in questa situazione è quella di pensare alle politiche, e non alla politica. Partiamo dal livello infrastrutturale: più del 50% delle scuole in Italia non ha una palestra. Negli ultimi anni c’è una certa vocazione da alcuni anni ad accentrare sforzi economici sui grandi eventi. Penso a Milano Cortina, l’America’s Cup, gli ATP Finals, gli Europei di calcio organizzati con la Turchia: essere capaci di ospitare eventi di questa portata è sempre qualcosa di positivo.

Però, questi eventi devono lasciare una legacy: essa non si può misurare solo in infrastrutture, ma sulla pratica sportiva e sull’eredità in cultura sportiva che possono lasciare eventi di questa portata. È ora che questo parlamento cominci a ragionare anche sui dei parametri che permettano di cambiare l’impatto sui ragazzi, sui territori, sui cittadini. Insieme alla parola “sport”, deve inserirsi il concetto di cultura del movimento. Perché esso ha un impatto sulla qualità della vita e sulla salute delle persone, quindi sulla tenuta del Sistema Sanitario Nazionale, non solo in termini di prevenzione.

L'età media della popolazione italiana è fra le più alte del mondo, siamo un paese anziano: questo può essere qualcosa che deve essere tenuto in conto nelle politiche dedite allo sport?

In un paese che invecchia, in cui ci sarà sempre più la necessità del diritto alle cure, io credo che non mettere lo sport e la cultura del movimento all'interno di un progetto di welfare sia una follia, un suicidio. Se un paese aumenta la sua aspettativa di vita, la qualità degli ultimi anni della vita di una persona parte anche dalla propria salute, quindi dalla pratica sportiva, uno strumento in grado di restituirci un guadagno economico e di salute. Credo che lo sport meriti le attenzioni della politica non in termini di occupazione delle poltrone e dei vertici delle istituzioni, ma di legislazioni che permettano uno sviluppo coerente con quanto espresso fino a qui.

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